Ludik

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Acquasanta

Il monaco infila il volto tra gli stipiti della porta socchiusa, la vecchia chiesa dorme nella calura di un pomeriggio d’agosto, tra rampicanti e macerie di case che furono. Un accenno di canto penetra nell’edificio chiuso a chiave, scava nel buio tra i banchi e l’altare senza luce, fino al crocifisso e al tabernacolo ricoperto di polvere. Un tuono, un sussurro. Un grano di un lungo rosario dell’abbandono che si dipana lungo la schiena del paese, dentro l’Appennino terremotato o ancora più sù, e ancora più giù. “È una chiesa antica, è ancora bella, senti come risuona la voce” dice girandosi, con gli occhi che si rimpiccioliscono di fronte al sole che è ancora forte nel cielo, “dovremo farci dare la chiave”.

Mi chiedo che ci faccio in un monastero, perché ho accettato questo invito. Potevo andare in Giappone oppure in crociera, in Thailandia o in Salento, su una spiaggia nel traffico dei turisti o dei migranti, o su Instagram dentro vite altrui bellissime e felicità sicuramente puttane come dice la canzone che passa sempre in radio. Ma sono qui, in questo piccolo monastero che pare un’isola di pietra e alberi nel mare appenninico di valle e paesi. All’interno di un confine dove il mondo esterno può entrare solo in punta di piedi. E se in fondo anche io non desiderassi altro che un confine, un perimetro in cui blindarmi, un muro da alzare tra me e il mondo aggressivo, minaccioso, pauroso? Le vocazioni al bene nascono dall’ospitalità, mi spiegano, e io qui sono un ospite. Ho trovato una porta aperta, non chiusa.

Notti di stelle cadenti, giorni di chiusure di porti, crolli di ponti, barriere che si rialzano. Tutto qui arriva attutito e al tempo stesso ingigantito. Racconto all’ amico monaco la mia preoccupazione per i tempi incattiviti in cui viviamo, penso che il futuro che ci aspetta sarà cupo e che la cosa migliore sia trovare una propria isola in cui rifugiarsi, ammesso che sia possibile, e lui mi spiazza: “Io invece sul futuro sono molto ottimista”. Mea nox obscurum non habet, sed omnia in luce clarescunt, recitano, in metrica classica, i Vespri della liturgia di San Lorenzo: “La mia notte non ha oscurità, ma tutto nella luce diventa chiaro”. Servirebbe affinare lo sguardo, intravedere, come ha scritto Pavel Florenskji, “tra le crepe del mondo sensibile l’azzurro dell’eternità”. Tutto passa dicono i prati che hanno visto passare eserciti e pastori, e che hanno sentito di nuovo le montagne tremare.

A pranzo e a cena si mangia in silenzio, è con lo sguardo che ci si passa le cose, è con lo sguardo che si pensa. Mi concentro sul cibo (è vero che si cucina bene nei monasteri…), sugli ingredienti raccolti poco fa nell’orto e su quelli comprati ieri al supermercato, con la stessa dedizione con cui durante le preghiere che scandiscono, dall’alba alla sera, i momenti della giornata mi concentro sulle parole, sui suoni delle voci, troppo poche per fare un coro. La concentrazione è il mio surrogato della fede. La ricerca di gesti concreti, tangibili: potare delle piante, raccogliere dei frutti, trasportare degli scatoloni pieni di libri, montare una libreria che con un’incursione nel mondo urbanizzato andiamo a comprare all’Ikea. Pensavo di annoiarmi, invece scopro con una certa sorpresa che non mi annoio mai. Intanto cerco un valido motivo per giustificare la mia presenza qui, lasciando in un angolo nascosto casualità e coincidenze. Qual è il valido motivo per scriverne qui, del resto? Forse accettare che essere adulti è smettere di mostrarsi, è imparare a nascondersi, fare di sé un monastero.

Avatar Luca Di Ciaccio • 31 Agosto 2018


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