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Lo chiamano matrimonio

Era vero quello che si diceva. Bastava che ci fosse stata una legge e poi tutti avrebbero visto. Saremmo andati alle cerimonie delle nostre amiche e dei nostri amici, qualche volta loro sarebbero arrivati sottobraccio a bambine e bambine che sono i loro figli. Ci sarebbe stato un sindaco o un ufficiale di stato civile con la fascia tricolore addosso a leggere degli articoli serissimi e solenni del codice civile. Ci sarebbero state le mamme e i papà in prima fila, le stesse mamme e gli stessi papà che qualche anno prima magari avevano pianto e si erano sentiti tristi anche se non dovevano esserlo. Avremmo sentito un papà, con la coppola in testa e la voce emozionata, dire: “Mio padre, il padre di tuo padre, se fosse stato presente in questa occasione avrebbe detto: cos’è questa roba qui? La nipote mia si sposa e affianco ha un’altra sposa? Ma poi dall’alto della sua saggezza contadina avrebbe riflettuto e avrebbe visto che siete una famiglia, che siete parte della famiglia”. Qualche sedia più in là ci sarebbero stati gli zii e i cognati, i fratelli, le sorelle, i cugini. Le nipotine e i nipotini così piccoli che non c’è bisogno di spiegargli nulla. E poi gli amici di una vita, i colleghi, il capoufficio, un vecchio compagno di scuola che una volta ti aveva difeso. Ci sarebbero stati i ristoratori e gli albergatori con le facce soddisfatte giù in fondo alla sala, sicuramente civili e progressisti, decisamente soddisfatti per la nuova fetta di mercato conquistata. Ci sarebbero stati tutti, chi l’avrebbe mai detto girandosi con la testa all’indietro? E tutti avrebbero detto che era stata bellissima questa cerimonia di unione civile, anzi l’avrebbero chiamato matrimonio, senza tante differenze, e piano piano un’altra legge – sempre troppo tardi – arriverà.

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Avatar Luca Di Ciaccio • 1 Ottobre 2018


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