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Le ferite di San Lorenzo

San Lorenzo è un quartiere che ho amato e vissuto e che stento a riconoscere nelle sua strade scure e deserte, negli allarmi inascoltati, e penso a com’è facile perdere l’anima in una Roma che lascia marcire ogni occasione, ogni promessa. Una città che rende ciechi e sordi, non solo coloro che la governano, sempre facili da attaccare e maledire, ma anche coloro che oggi urlano in coro contro il ministro Salvini davanti a un cancello arrugginito dov’è morta una ragazza. Nemmeno molti di loro, fino a ieri, vedevano e sentivano quel buco nero proprio lì a due passi dalle librerie impegnate, dai cinema occupati, dai circoli di lotta politica, nessuno si azzardava a proporre una soluzione che non fosse l’ennesima marcia contro la “speculazione” sempre in agguato affinché tutto resti com’è. Uno dei tanti interstizi della città di sotto che ormai si sta mangiando la città di sopra, mentre a noi non resta che urlare – per dare addosso agli immigrati oppure a Salvini oppure al sindaco, non fa differenza – ognuno urla perché urlare gli restituisce un senso, un alibi, in una storia in cui è complice. Ho amato San Lorenzo perché, con quei suoi palazzi ancora diroccati dai bombardamenti, con quei muri che grondano inchiostro, non si è mai vergognato delle sue ferite. E anche oggi le mostra, con lo stesso smarrimento di chi in questi anni vede il paesaggio attorno a lui cambiare come dopo un bombardamento senza bombe.

Luca Di Ciaccio • 25 ottobre 2018


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