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Las Vegas in Brianza

Sono dentro un incubo lisergico da cui non mi risveglio, sono dentro un sogno didascalico da fotografo della domenica, oppure dentro un videoclip a costo zero di un rapper esordiente. Cosa ci fa un minareto abbandonato a due passi dal lago di Como, una galleria arebbeggiante, resti di una pagoda orientale, una discoteca vuota dove il cielo ha preso il posto delle luci stroboscopiche, le rovine di un castello medievale. Nulla ha senso. Eppure l’idea fu illuminata, sicuramente a suo tempo, la visione di chi vede il futuro prima degli altri e vuole farsi trovare pronto: perché non creare una città dei balocchi, un incrocio tra Disneyland e Cortina, in Brianza?

All’alba del boom economico, nel 1960, tutto sembra possibile. Un imprenditore edile, sedicente conte, trova un antico borgo agricolo medievale, acquista tutte le abitazioni, fa sloggiare i circa trecento abitanti con promesse luccicanti di turismo, lavoro e tanti soldi in arrivo, e poi con le ruspe rade al suolo case, cascine e stalle. Già che c’è fa sradicare anche gli alberi e butta già con la dinamite una collina che ostruisce il panorama. La città dei balocchi comincia a prendere vita e i turisti curiosi arrivano a vederne le meraviglie e le celebrità ad esibirsi e farsi vedere. Dopo qualche anno saranno l’inesorabile crisi economica e poi una frana che blocca la strada di accesso a far morire Consonno. Chiudono i negozi, l’hotel abbassa le serrande, il salone delle feste spegne le luci. Nuvole si addensano sul “paese con il cielo più azzurro” della pubblicità.

Passati circa quarant’anni, quando si sale a piedi la strada che porta a Consonno, ancora sono visibile le scritte arrugginite che informano come “Chi vive a Consonno campa di più” o assicurano che “Qui a Consonno tutto è meraviglioso”. Tre vecchiette e un prete che pare centenario escono dalla vecchia chiesetta, unica superstite insieme al cimitero del paese che fu. Maledicono “il conte” – pace all’anima sua – come fosse ieri. Dicono che loro erano piccole, che hanno perduto per sempre il loro paese e la loro infanzia, che furono i grandi a farsi sedurre dal diavolo, con le buone o con le cattive. Chissà quanti giri di giostra anche loro fecero da giovani nel paese dei balocchi, finché durò. Ancora oggi è difficile capire in tempo cosa distingue un visionario da un pazzo, un uomo della provvidenza da un dittatore senza scrupoli. Tutti in fondo, chi prima, chi dopo, lasciano dietro di sé macerie, reperti archeologici di sogni o incubi, torri ancora in piedi.

Avatar Luca Di Ciaccio • 10 Dicembre 2018


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