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L’amica geniale

Sarà vero che dopo un po’ di tempo di un libro non possiamo ricordarci ogni parola ma di ogni libro che abbiamo amato ci ricordiamo sempre almeno l’atmosfera, il sentimento che provavamo leggendo, la paura e l’immedesimazione. Io dei libri, come dei film e delle serie tv, non ricordo mai nulla. Non potrei citare gli snodi della trama e nemmeno il finale, e e talvolta nemmeno se i protagonisti erano biondi o mori, magri o grassi. Per esempio io Lila l’avevo conservata nella mia testa come bionda e ossuta, Lenù sicuramente più paffuta e mora, anche se nei libri dell’Amica geniale di Elena Ferrante forse c’era scritto persino il contrario, e infatti vedendole nella serie tv era esattamente così, il contrario. E sui personaggi dei romanzi avevo appiccicato facce di parenti, amici, ritratti usciti da foto in bianco e nero di vecchi album di famiglia troppe volte sfogliati. Casting mentali.

Ma non importa, le storie prendono e scappano per conto loro, via dal rione chiuso dei nostri pensieri e verso un mare del tutto immaginario, davanti a un mondo che dovrebbe spaventare e invece ci affascina. Solo di Elena Ferrante a un certo punto non mi è importato più niente. Anzi adesso spero di non saperlo mai chi è Elena Ferrante, chi si cela dietro questo nome, perché ho tutto quello che mi serve, o credo di averlo, mi sono fatto la mia idea precisa e non voglio sia contraddetta dalla realtà.

Anche Lila e Lenù dentro il libro si immaginano attraverso le storie che una ruba all’altra, oppure le ambizioni che una proietta sull’altra. Attraverso i libri che leggono e quelli che vorrebbero scrivere, credendo che basti quello per cambiare la vita. “Diventare. Era un verbo che mi aveva sempre ossessionata, ma me ne accorsi per la prima volta solo in quella circostanza. Io volevo diventare, anche se non avevo mai saputo cosa. Ed ero diventata, questo è certo, ma senza un oggetto, senza una vera passione, senza un’ambizione determinata. Ero voluta diventare qualcosa – ecco il punto – solo perché temevo che Lila diventasse chissà chi e io restassi indietro. Il mio diventare era diventare dentro la sua scia. Dovevo ricominciare a diventare, ma per me, da adulta, fuori di lei”.

E forse per essere una persona completa bisogna almeno esserne due, essere quella che decide di partire, perché solo andando via senza voltarsi indietro ci si può salvare dal non diventare come le proprie madri e i propri padri, ed essere allo stesso tempo quella che decide di restare, perché solo tornando da dove si era partiti si possono capire le proprie origini senza farsene divorare. Poteva essere più facile in un’epoca e in una società dove tutto pareva a portata di mano, la rovina e la fortuna, rompere le proprie gabbie sociali o restarne prigionieri per sempre. Una volta fuori dal tunnel il mare non si vede ancora e il rione non si vede più. C’è solo lo stradone.

Avatar Luca Di Ciaccio • 19 Dicembre 2018


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