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Ossessioni brianzole

Ci si perde in Brianza, nella provincia con più strade e tangenziali e svincoli della nazione, più aumentano le strade più aumenta il traffico, sembra di girare a vuoto non ricordando più se quella rotatoria e quel supermercato era quello visto poco fa o quello che vedremo tra poco. I milanesi in Brianza non ci vanno quasi mai, racconta un amico: in epoche pre-navigatori satellitari capitava che si partisse da Milano verso feste convocate in qualche Comune con suffisso -ate dalle parti di Monza ma si tornasse mesti e sconfitti dopo aver passato il sabato sera lungo strade parallele e indistinguibili, senza mai arrivare. Sarà per questo che i brianzoli stanno tutti chiusi nelle loro ville, sono prigionieri, chi prova a scappare dalla Brianza viene catturato dalla rotonde, ed è finita. Viene perfino il sospetto che la Brianza non esista. Forse la Brianza è una sorta di buco nero che ingloba per eccesso di gravità tutto (villette e villoni, scrittori nevrotici, artigiani operosi, cantanti famosi, nani da giardino, mausolei di potentissimi cavalieri…), una sorta di paradosso temporale.

Dalla Brianza escono solo i mobili. Nell’antro di un artigiano brianzolo, dalle parti di Meda, sembra di essere in un tempo che scorre secondo un diverso calendario ma dove comunque – comandamento fondamentale – si lavora sempre. È un artigiano novantenne con la licenza elementare e il fatturato forse mondiale a spiegare lo sviluppo meglio di mille saggi d’economia: “Sono nato povero e mio padre faceva il falegname, poi in Italia hanno cominciato a fare sù le case e bisognava riempirle con l’arredamento, coi mobili, e allora noi giù a fare mobili, fare mobili”. Ma che devono fare le persone con tutti questi mobili? “È la vita comoda, e poi bisogna rispettare i ricchi, oggi stanno diventando meno”. Mani, sogni, nevrosi. “Guarda che mani che c’ho”. Tutti quelli a cui chiediamo “ma lei, tra cent’anni, come se lo immagina il paradiso?”, tutti rispondono “un posto dove ritrovare questo tavolo, e continuare a lavorare”. Ma allora aveva ragione Lucio Battisti che cantava “fuggire via da te Brianza velenosa” mentre fuggiva dal mondo nascondendo proprio qui, ma poi a che serve fuggire se nell’altro mondo ritroveremo tutto uguale?

Anche le ville vanno riempite di cose. Ci aggiriamo per le strade di Reitanopoli, tra le villette volute e costruite dal cantante Mino Reitano nel 1969 per vivere con la sua famiglia, i suoi amici, i suoi collaboratori in una specie di comune calabro-brianzola, e pensiamo a Carlo Emilio Gadda. Perché anche lo scrittore Carlo Emilio Gadda aveva la villa di famiglia qui vicino, a Longone. Quella villa divenne la fonte e il centro di tutte le sue nevrosi: il suo acquisto infatti comportò la rovina e la vergogna finanziaria di suo padre che la volle a tutti i costi. Da quel momento in poi, quella villa, divenne per Gadda il primo oggetto del suo odio letterario, esteso poi alla sua famiglia, ai rumori molesti, al gorgonzola, alla guida spericolata, all’assurdità del mondo, all’uomo in quanto tale e alla vita in generale. A quelle ville brianzola, però, a pensarci bene, noi siamo grati: che sia per la una sontuosa prosa novecentesca, per una canzone d’amore, per un sogno televisivo finalmente a colori.

Cfr. Provincia Capitale – puntata Monza e Brianza

Avatar Luca Di Ciaccio • 24 Febbraio 2019


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