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Venere della monnezza

Una mattina sotto i portici di piazza Vittorio mi appare lei, la Venere della monnezza, rappresentazione dissacrante di una capitale dissacrata. Chi è stato il genio o l’artista? Colei o colui che ha appiccicato sul muro la citazione cartacea di Pistoletto e del classicismo greco, o forse chi ha lasciato la sua immondizia esattamente davanti quella colonna, non lontano dai cassonetti debordanti, oppure l’azienda municipale Ama che ha smesso di raccogliere i rifiuti anche perché non saprebbe dove portarli. Colpe e meriti si perdono, come tutto in questa città. “Chi è stato?”, “È stata Roma”: preciso scambio di battute nella scena iniziale del film “Suburra”, davanti a uno appena messo sotto da una macchina in corsa sulla Salaria.

Pochi passi più in là dalla Venere della monnezza ritrovo lei, abbandonata e allucinata a se stessa come la città che la ospita, come tutti noi che ogni mattina le passiamo affianco correndo per infilarci nei sotterranei trascurati delle metropolitane. La donna, grossa, alta, che fa riecheggiare le sue urla improvvise e cadenzate sotto i portici della piazza. Dorme per strada, come tanti. Ha il viso segnato dal vino di pessima qualità che consuma e non di rado è in preda alle visioni da delirium tremens. Deve vedere qualcosa di mostruoso perché le sue urla sono altissime e profonde, squarciano l’aria. A un certo punto quasi non sembrano più urla, ma un delirante canto cadenzato, che risuona tra le vecchie mura dei portici e i neon freddi dei negozi cinesi, un’esplosione che arriva dalle viscere della terra. L’ennesimo passo in quell’apocalisse cronica che è Roma, sempre se vogliamo continuarla a chiamare ancora così.

Avatar Luca Di Ciaccio • 20 Marzo 2019


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