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Il tempo delle cattedrali

Queste fiamme, che nessuno ha appiccato e che bruciano la più sognata, la più grande, la più simbolica delle cattedrali, illuminano la nostra epoca di gattini ciechi e golosi di catastrofi. Le lacrime della commozione globale e istantanea piovono su Notre Dame ma non sono capaci di spegnere alcun incendio, mentre le nubi del millenarismo e del pensiero magico si addensano su quel che resta delle guglie nonostante un cielo terso e la consapevolezza che poteva andare molto peggio. “Quae mole sua terrorem incutit spectantibus”, la sua mole incute terrore a chi la guarda, scriveva Victor Hugo nel romanzo ottocentesco Notre Dame de Paris. “Crolla il tempo delle cattedrali” si cantava nel musical scritto a cavallo del millennio da Riccardo Cocciante. Notre Dame de Paris è uno dei luoghi della storia e dello spirito più visitati al mondo, alla radio o sui social c’è chi piange all’idea che possa scomparire, essere ridotta integralmente in cenere. 

Dentro i libri ci sono i nomi dei re, scriveva Bertold Brecht, ma non sono stati i re a trascinare quei blocchi di pietra.  La domanda sulle piramidi d’Egitto – chi le costruì? – vale meglio per le cattedrali e le generazioni di manovali, carpentieri maestri d’ascia e di pialla, edili, vetrai, falegnami, scultori e scalpellini che le costruirono. A quale gloria eterna si appellano, a quella di un dio o a quella dell’uomo? A chi appartengono: al terreno sul quale sono edificate o allo sguardo di tutto il mondo che le riteneva indistruttibili e immortali, alle cartoline, ai ricordi nostalgici, a noi turisti della vita? Forse ciò che distingue le cattedrali è una cosa che sta a metà tra l’umano e il divino, tra la natura e la cultura, la terra e il cielo: la capacità di resistere al tempo, di sfidare le notti più buie illuminate solo da fiamme e paura, e risorgere nelle albe più inaspettate. “Ogni creazione è un edificio ma se rinasce dal fuoco è una cattedrale”.

Avatar Luca Di Ciaccio • 16 Aprile 2019


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