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I pionieri

Eccoli, i pionieri. Eccoli quelli che presero la loro faccia e le loro parole e le portarono in piazza, quelli che si misero in gioco, sfidando le convenzioni e la prudenza, quando anche molti di noi sarebbero stati da un’altra parte, facendo finta di niente, con un rispettabile sopracciglio alzato. Per timore di essere confusi con gente in fondo poco rispettabile, con un destino da emarginati. Eccoli i ricchioni, le checche, le lelle, le travestite, coloro che per primi in una notte davanti un bar non ancora di moda lanciarono un tacco, perché in fondo come gli schiavi che non avevano da perdere che le loro catene, loro, quelle pazze, non avevano da perdere che i loro tacchi, ovvero la libertà di essere quello che si è, o quello che si vuole essere, anche quando tutti cambiano strada quando ti incontrano o fanno finta di non riconoscerti. Erano i reietti, gli impresentabili, gli invisibili. Racconta chi c’era che la preoccupazione di molti partecipanti al primo Pride non era quella di venire bene in mille foto da condividere allegramente ovunque, magari con il logo dello sponsor alle spalle, ma era quella di venire visti, ripresi, fotografati e poi riconosciuti da chi ancora non sapeva o non voleva sapere, o comunque era meglio che non sapesse. Chissà perché i pionieri, in ogni categoria, che stiano per creare una religione nelle catacombe o una rivoluzione nelle strade, in quell’attimo di iniziale scintilla pensano sempre che tutto stia per cambiare, che il traguardo sia vicinissimo, la salvezza imminente, basterebbe allungare una mano per afferrarla. Invece la strada si rivela sempre più lunga e tortuosa del previsto, e quando dopo anni sono in tanti a sostenere raggianti che ormai è fatta, il mondo è conquistato, sono di nuovo loro, quei primi invecchiati pionieri a ricordare che non è così, la strada è ancora lunga e basta un attimo a scivolare indietro, da dove si era partiti.

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Avatar Luca Di Ciaccio • 9 Giugno 2019


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