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Un trenino nel deserto

La bellezza del deserto è un’enigma. Dune si succedono ad altre dune, la luce e le sue ombre si scrivono e si riscrivono ogni giorno, l’immensità è a perdita d’occhio. Siamo nel Sudest del Marocco, Marrakech è a una giornata e mezza d’auto lungo strade sconnesse su cui decine di operai sono impegnati a raddoppiare le corsie. Superate le montagne, il paese è ridotto a un paesaggio spoglissimo. Il pomeriggio ci fanno aspettare a mollo nella piscina di un alberghetto di Merzouga, alle porte del Sahara. Ciotole di frutta secca e bicchierini the caldo su una lunga tavolata. Sembra la sala d’attesa del deserto dei tartari, con delle signore tedesche che si schizzano l’acqua urlando. Al tramonto arrivano i cammelli. Li osservo attentamente, aveva ragione Elias Canetti in Le voci di Marrakech, tutti i cammelli avevano un volto, erano simili tra loro eppure diversissimi: “ricordavano quelle vecchie signore inglesi che prendono il tè insieme con aria dignitosa e apparentemente annoiata, e tuttavia non riescono a nascondere del tutto la malvagità con cui osservavano ogni cosa che le circonda”. Una ragazza francese ha scelto di cavalcarlo in leggins. Al tramonto ci fermiamo.

Dovremmo contemplare il tramonto. Una delle guida si scioglie e si riannoda il turbante arancione nell’esatta angolazione di luce che ci permette di scattare questa foto. Quattro danesi si rotolano da una duna indossando dei djellaba in poliestere. Spesso il deserto è l’idea che ce ne facciamo. Lo sogniamo, lo pensiamo, lo desideriamo, lo romanziamo e un giorno finalmente lo scopriamo e non sappiamo più cosa pensare né dire. Il deserto sta lì potente, calmo, pronto ad alzarsi e a buttare tutto all’aria. Scende la notte sull’accampamento, trascinando materassi per dormire sotto il cielo. La luna non c’è. Le stelle sono tutte lì. Vedo partire un trenino di turisti mentre impazza una musica berbera, immortalo soddisfatto la scena: declino della civiltà occidentale e della civiltà orientale in un colpo solo. Il tempo si prende una pausa, mentre scende finalmente il silenzio, in questa notte lunga e mite che non somiglia a nessun’altra. Passa un gatto, perfino qui. È ancora buio e risuonano i campanacci della sveglia. Fila per lavare i denti con lo spazzolino in mano in mezzo al deserto. Ripartiamo a dorso di cammello. Guardiamo l’alba, chi parlando troppo chi facendo foto, sognando un caffè. Come in un racconto, all’orizzonte rosso si vede passare una carovana. Sono nomadi? No, sono altri turisti, come noi.

Avatar Luca Di Ciaccio • 26 Agosto 2019


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