Ludik

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La crisi d’agosto

Eravamo in vacanza, coltivavamo le nostre individuali sindromi di onnipotenza immaginando altre vite, vivendo in esotici airbnb con lo stesso spirito con cui ci si una volta stendeva sui letti e sui divani dei mobilifici Ikea, pregustando case ed esistenze ipotetiche, nemmeno da sogno, appena alternative. Non avevamo tempo per controllare pure l’hybris e i selfie altrui, i rivolgimenti politici, l’ilarità isterica della crisi di governo a Ferragosto, all’inseguimento di bisbigli e rutti, singolare lascito di un governo che era cominciato promettendo di non far lavorare la gente di domenica e ora collassava stressandoci nelle ferie d’agosto. All’improvviso, nell’estate italiana che è tempo del rinvio, del bagno a mollo, del prendere tempo, ecco che il rinviare, l’indugiare, il posticipare sembravano non godere più di buona reputazione. Parole come “logica” e “coerenza” si scioglievano come ghiaccioli al sole, lasciando le mani appiccicose solo ai pochi a cui ancora importava di averle pulite.

Dunque l’ultima crisi di governo ha avuto su di me uno strano effetto: io con i miei tentativi di razionalità, di comprensione delle cause e degli effetti, di buonsenso, non ho desiderato altro che il capovolgimento di fronte, non me ne importava più nulla del ragionamento politico, e nemmeno delle opinioni maggioritarie, volevo soltanto far fuori l’avversario, mazzolarlo con buone ragioni costituzionali, democratiche e liberali, per carità, ma in ogni caso metterlo fuori gioco, come alla partenza del Palio dove tutto è concesso, alleanze e tradimenti, uomini comprati e venduti, partiti fatti e sciolti e rifatti, per dirla nei termini del politichese corrente, fottere per non essere fottuto.

Ero diventato anche io un cieco tifoso, proprio ora che pensavo di essermi disilluso da tutte le squadre e le contrade. Nel mentre i tifosi abituali erano invece confusi dalle giravolte dei propri leader, capi, cavalieri e capitani. Il Pd che è stato con Berlusconi che è stato con Salvini che è stato con Di Maio che sta con il Pd: come aveva scritto Guido Vitiello sul Foglio nessuno adesso poteva più dirsi radicalmente estraneo all’altro, nessuno poteva rivendicare la propria superiorità e purezza. Forse i tifosi, confusi allo sfinimento, finiranno per disperazione a ragionare in autonomia, con la propria testa? Spegnendo per qualche istante il chiacchiericcio dei talk show e dei social che li rende schiavi verranno illuminati da qualche lampo liberatorio?

Non è successo, non è andata così. Il tifo in politica altro non è che la forma suprema di disillusione verso il reale cambiamento delle cose. Si sa che il leader politico che oggi piace al popolo incarna un modello al ribasso, risultando tutte fallite le ambizioni di miglioramento generale l’unico modo per essere uguali è arretrare tutti al livello minimo. Improvvisano tutti, non c’è tempo per fare le prove, studiare sceneggiature e copioni. Ho provato a sostenere un’idea e il suo opposto, mi sono sentito come quelli che la facevano franca dopo una rapina, non ero abituato. Era una fatica avere un’idea su tutto, almeno adesso l’incoerenza è depenalizzata. Eppure bisogna avere ogni giorno una nuova sorpresa, una nuova polemica, senza ferie né vacanze, per alimentare la curva dei like e quella dei post indignati, per dare a moltitudini di persone l’impressione di essere informate su tutto, di avere un’idea al giorno sull’attualità e sul mondo.

Avatar Luca Di Ciaccio • 16 Settembre 2019


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