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	<title>Ludik - di Luca Di Ciaccio</title>
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	<description>Diario online di Luca Di Ciaccio. Offre articoli e riflessioni personali su questioni di attualità.</description>
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		<title>Mani sbiadite</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 08:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Di Ciaccio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pezzi di storia]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutto parte e riporta lì, sempre a Mani Pulite, genesi di una seconda Repubblica mai nata e già vecchia, incubatrice di un presente politico sempre incerto, inevitabile lavacro che ha lasciato il paese più sporco di prima. A quelli che alzavano le spalle e ti dicevano &#8220;non è cambiato niente&#8221; si sono pian piano sostituiti quelli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tutto parte e riporta lì, sempre a Mani Pulite, genesi di una seconda Repubblica mai nata e già vecchia, incubatrice di un presente politico sempre incerto<span id="more-7271"></span>, inevitabile lavacro che ha lasciato il paese più sporco di prima. A quelli che alzavano le spalle e ti dicevano &#8220;non è cambiato niente&#8221; si sono pian piano sostituiti quelli che con una smorfia più rassegnata che stizzita, ti dicono &#8220;è cambiato tutto&#8221;, nel senso del tutto che è peggiorato, della politica di allora che a rivederla oggi appare superiore, allora perlomeno avevi i voti o non li avevi.</p>
<p>Però io mi ricordo gli anni di Tangentopoli. Molte cose cambiavano in quegli anni. Tra il 92 e il 93 comincio a ricordarmi i primi telegiornali. Su parlava di corrotti e di concussi, ogni giorno lo speaker recitava con aria compunta (sui primi tre canali, quelli pubblici) o eccitata (sui canali dal quattro al sei, quelli privati di quel simpatico signore milanese) un bollettino di arresti e di avvisi di garanzia, io chiedevo a mio padre cosa fosse un avviso di garanzia. E&#8217; una cosa che possono avere tutti? E&#8217; una cosa brutta? Si parlava di suicidi in carcere, giudici uccisi dalla mafia, scandali politici, bombe pronte ad esplodere. All&#8217;improvviso un uomo senza volto con un sacchetto di plastico stretto intorno al collo entra nei miei sogni. Una domenica di luglio sono a messa, nel giardino della parrocchia, con mia madre quando il prete dice che è arrivata una notizia terribile da Palermo e bisognerebbe solo pregare, al ritorno a casa immagini strane in televisione. Che succede? Avevo tra i nove e i dieci anni. Il Mostro di Firenze, le monetine lanciate addosso a Craxi, io che accompagno mio padre che fa il vigile a consegnare dei certificati elettorali casa per casa, Laura Pausini che vince a Sanremo cantando la solitudine, un presidente della Repubblica preso per pazzo che rinnega amici e svela finali di telenovele, sui giornali in spiaggia d&#8217;estate la storia di una donna americana che aveva evirato il marito, una maestra di scuola democristiana che ci insegna che l&#8217;Italia è una sola e ci sono signori cattivi che vorrebbero dividerla, sul Tv Sorrisi e Canzoni la copertina &#8220;Di Pietro facci sognare&#8221;, in televisione le pubblicità con l&#8217;aureola e per strada i posti dove non passare, &#8220;perché lì è pieno di drogati&#8221;, gente che girava con degli strani &#8220;opuscoli per il Buongoverno&#8221; nel portabagagli. La vecchia lira che colava a picco, con questi soldi non ci fai più nulla. Qualcosa stava cambiando, io volevo diventare grande, molte cose sarebbero rimaste le stesse.</p>
<p><a href="http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/inchiesta-italiana/2012/02/09/news/l_anno_che_cambi_l_italia-29612940/" target="_blank">Vent&#8217;anni passati, e sentirli</a>. La società civile angariata e stanca, pronta a ribellarsi, il Palazzo avido su cui scaricare colpe e reati, le monetine che fioccavano sulle stesse teste dove fino a poco prima crapulavano voti. Forse è iniziata allora e non è finita più. Gli italiani hanno cominciato ad avercela con qualcuno, il più delle volte per autoassolversi, e ci hanno preso livorosamente gusto. Craxi oppure il vigile all’angolo, l’avversario politico al bar o la signora in coda alla posta, Berlusconi o le sue zoccole, gli evasori o gli esattori fiscali, a seconda delle contingenze. &#8220;Da mani pulite a mani sbiadite&#8221; titolano oggi i giornali. Ma quando è cominciato ad accadere? Forse era tutto già scritto, senza bisogno di sceneggiature complottarde. Da quando gli italiani corsero a dare qualche scossetta al camper del Tg4 con Brosio a bordo, davanti al Tribunale di Milano, credendo di fare una rivoluzione. Da quando un imprenditore del nord raccontò gli amici: “Avevano esagerato. Erano troppo affamati. Da che mondo è mondo si sa che per andare avanti bisogna ungere le ruote. Ma quando è troppo è troppo. Questi non si accontentavano più della solita tangente. Questi decidevano loro chi lavorava e chi no. Che infami”. La sola invettiva che uno può lanciare è contro l’italiano medio, chiave di tutti i misteri, come scrisse il magistrato ora scrittore De Cataldo, &#8220;il solito coglione che tutti conosciamo, che vive di paure e si alimenta del sogno impossibile di un miracolo, può tollerare l&#8217;essere garbatamente truffato ma detesta passare per fesso, e soprattutto non tollera che lo si sappia in giro&#8221;.</p>
<p>Da grande vedi i regimi crollare e pensi a tutto quello che resta invece che a quello che cambia, alle lezioni che nessuno imparerà. Il ventennale di Mani Pulite è stato celebrato meno istericamente del previsto (sarà per causa del clima sobrio e leggermente soporifero di questa parentesi da governo tecnico) ma è stato celebrato, quasi da tutti, come una sconfitta. La corruzione, come da recenti calcoli e sentenza della Corte dei Conti, gode di ottima salute. Qualche sera fa al telegiornale c&#8217;è un senatore accusato di avere fatto sparire una decina di milioni dalle casse del suo partito, ennesimo scandalo che durerà qualche giorno sui media, un suo poco ascoltato collega senatore ammoniva che “in un Paese normale dopo un fatto del genere ci si ritirerebbe a vita privata”, ma questo invece non solo non si è ritirato a vita privata, ma occupa la vita pubblica con il piglio del protagonista, passandosela da capro espiatorio, da vittima predestinata, da “mostro che fa comodo a molti”, lancia accuse sibilline che tutto spiegano, tranne perché diavolo si sia appropriato di quattrini non suoi. Quasi vent&#8217;anni sono serviti a capire, almeno, che se non cambiano gli italiani, se non cambiamo noi, nessuna legge, da sola, sarà in grado di cambiare alcunché. Il lecito, l&#8217;illecito, tutto sbiadisce e si confonde nel gorgo di un lavandino, come se le mani fossero state lavate con un sapone sbagliato.</p>
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		<title>Il sospetto su Sanremo</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Feb 2012 11:36:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Di Ciaccio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pop]]></category>
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		<description><![CDATA[Un giorno avremo finalmente un Festival della Canzone con belle canzoni, presentato da professionisti che conoscono il mestiere, uomini e donne naturalmente affabili, eleganti e di bella presenza con alle spalle mesi di preparazione di ogni benché minimo dettaglio, ma anche in grado di improvvisare a sangue freddo nel momento dell’inevitabile imprevisto, gente insomma che l’ingaggio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un giorno avremo finalmente un Festival della Canzone con belle canzoni, presentato da professionisti che conoscono il mestiere<span id="more-7265"></span>, uomini e donne naturalmente affabili, eleganti e di bella presenza con alle spalle mesi di preparazione di ogni benché minimo dettaglio, ma anche in grado di improvvisare a sangue freddo nel momento dell’inevitabile imprevisto, gente insomma che l’ingaggio se lo guadagna col sudore e con l’ingegno. Con comici che sanno galleggiare nel mare del divertimento senza aggrapparsi al turpiloqui o alle prediche e perfino vallette che hanno studiato e che non sembrino eterne comari in competizione. Quel giorno smetteremo magari di usare un festival come metafora di ogni cosa e antico vizio nazionale da cui disintossicarci. Ma <a href="http://leonardo.comunita.unita.it/2012/02/16/un-festival-ben-fatto-chi-se-lo-guarderebbe/" target="_blank">un sospetto orribile</a> si affaccia alla mente. Ecco, forse il giorno che avremo un Festival così, non perfetto ma fatto molto bene, il sospetto orribile è che cambieremo canale dopo pochi minuti.</p>
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		<title>Picche d&#8217;ascolto</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 18:54:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Di Ciaccio</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;altra sera guardavamo tutti il festival di Sanremo, pure io, e mentre lo guardavo capivo che era uno spettacolo straordinariamente deprimente e imbarazzante<span id="more-7262"></span>, ma capivo anche che lo stavano guardando quasi tutti. Molti avevano un occhio rivolto al televisore e un occhio rivolto allo schermo del telefonino o dell&#8217;iPad, con un occhio rimiravano l&#8217;evento collettivo e con l&#8217;altro twittavano un po&#8217; di schifo e un po&#8217; di incredulità, con la scusa di farlo per satira, o per sociologia. Ma la maggioranza di noi non guardiamo la televisione quasi mai, a parte i video in Rete e e le ultime serie americane, pensiamo sia una cosa da lasciare giustamente a un pubblico poco esigente, con scarsa possibilità di scelta, disabituato alla qualità, una cosa come tante da lasciare in mano ai peggiori, e poi quando la accendiamo, la televisione, ci meravigliamo che quel che troviamo sia di totale mediocrità. Cosa ci aspettavamo di trovare? Però il giorno dopo, s&#8217;è saputo che la prima serata del Festival aveva fatto il record d&#8217;ascolto, e devo dire che me l&#8217;ero immaginato.</p>
<p>Forse quello che cercavamo era solo un po&#8217; di tepore in tempi di crisi, <a href="http://tuttofamedia.com/2012/02/sanremo-2012-il-delirio-di-celentano-distoglie-lattenzione-dal-vuoto-abissale-della-rai/" target="_blank">una serata &#8220;come quelle di una volta&#8221;</a> (cit. Tfm), un focolare di sorrisi speciali e canzoni sceme davanti al quale riscaldarsi tutti insieme, ascoltando canzoni stucchevoli, prendendo in giro i presentatori e le vallette, criticando gli abiti da sera, come fossimo i nostri genitori nel settantadue. La televisione, la cara vecchia spergiurata televisione, d&#8217;altronde è nella quotidianità estenuante dei flussi che vive ma è sugli eventi collettivi che si vivifica, mostrandosi in grande spolvero, come un&#8217;anziana signora ancora capace di indossare il vestito buono e rifarsi il trucco, un po&#8217; patetica ma buona per farsi notare. Però, come dice il capo <a href="http://www.gregoriopaolini.it" target="_blank">Gregorio Paolini</a> nell&#8217;ufficio accanto, devono stare attenti i grandi capi e strateghi della televisione italiana, perché col pezzo di pubblico che torna a sedersi davanti alla tv generalista &#8220;è come se si affacciasse alla porta della vecchia trattoria sotto casa la clientela che si era abituata col sughi: tornano sulla nostalgia. Ma quando si accorgono che la vecchia tv generalista è stata sostituita da scampoli e programmi a basso budget, quando vedono che il vecchio oste non garantisce più quegli ingredienti e quei piatti gradevoli e rassicuranti a cui un tempo erano abituati, quando constatano che Fiorello passa quattro volte l’anno e il resto è pasta al burro sbattono la porta e riacchiapparli sarà ancora più difficile&#8221;. Vagli a spiegare, pure tu, che tocca risparmiare.</p>
<p>Sarà il problema che dappertutto la televisione è un elettrodomestico importante, ma solo in Italia si è preteso (e ahinoi riuscito) di farla coincidere con la vita di una nazione. S&#8217;è perso l&#8217;innocenza a guardarla ma s&#8217;è perso pure il gusto a farla. Tra le sabbie mobili dei conflitti di interesse, miopie congenite di servizi pubblici e comodati privati, corde politiche tirate fino all&#8217;eccesso. E tanti di noi impegnati a combattere battaglie sull’”indipendenza”, sulla “libertà”, sul “pluralismo”, come se ci fossero i cattivi da una parte e i buoni sconfitti dall’altra. Dice bene <a href="http://www.wittgenstein.it/2012/02/15/un-paio-di-cose-su-sanremo/" target="_blank">Luca Sofri</a> sul suo blog: &#8220;Protestavamo contro l’eliminazione di Santoro e accettavamo le trasmissioni pomeridiane, Miss Italia e la povertà di Porta a porta. Protestavamo contro gli editoriali di Minzolini ma ci limitavamo a sorridere dei servizi sui cagnolini o i banchetti di natale al telegiornale. E intanto infatti il disastro vero era lo scadimento della qualità delle cose da ogni parte, compresa quella dei “buoni”, il fine che giustificava i mezzi, l’informazione fatta male da ogni parte e l’intrattenimento idem, con poche eccezioni&#8221;.</p>
<p>La domanda da mille festival non è più cosa ci aspettiamo di trovare dentro la televisione, ormai, ma chi ci aspettiamo di trovarci davanti, al televisore o &#8220;agli apparecchi adatti a ricevere segnale televisivo&#8221; come dicono pure le pubblicità del canone Rai. Chi sta davanti la tv, a parte noi serafici davanti Sanremo una volta l&#8217;anno o scandalizzati davanti un talk pomeridiano ogni volta che ci viene un febbrone? Chi capisce di teoria e pratica televisiva ama dire una frase: non esiste più il Pubblico ma i Pubblici televisivi. Ce lo disse anche Carlo Freccero, uno che molto ne capisce, quando l&#8217;anno scorso si decise di invitarlo a un programma della tarda domenica sera di Rai3, &#8220;Cosmo&#8221;. Quando guardai il programma da spettatore annuii forte con la testa condividendo molte cose, come al solito intelligenti, di quelle dette da Freccero ospite in studio: la maggioranza che non sempre coincide con la verità come per anni la tv ci ha fatto credere, il pensiero unico televisivo finalmente scalfito dalla rete, il pubblico frammentato difficile da intercettare, con le sue nicchie sempre più diversificate e competenti che insieme fanno massa. Ma io ci lavoravo dentro quel programma, e guardandolo con gli occhi di chi aveva dato una mano a costruirlo, mi vennero in mente le stesse cose: la difficoltà di sapere quasi sono, questi pubblici, se fidarsi delle vecchie categorie o azzardarne di nuove, a chi rivolgersi, a quelli nuovi e informati, a quelli anziani e smarriti, a quelli diversi e di ritorno. In questa tenaglia si incastra ogni programma che passa oggidì in televisione, perfino il festival di Sanremo, e si arena forse il miglioramento delle cose in questo paese di telemorenti: provare ad accontentare tutti, ma anche no. Essere orgogliosi delle proprie nicchie privilegiate, senza riuscire a farle diventare maggioranza. Non accontentarsi delle cose che vanno in onda, e poi guardarle lo stesso. Non fare le cose, e poi lamentarsi che vanno male.</p>
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		<title>Celentanate</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Feb 2012 17:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Di Ciaccio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Torna all&#8217;incirca con la stessa cadenza degli anni bisesti, a volte perfino meno, la grottesca ossessione di Adriano Celentano sui palchi televisivi d&#8217;Italia. Quest&#8217;anno c&#8217;è la citazione del Vangelo e l&#8217;invettiva contro Avvenire e Famiglia Cristiana, la scusa di Dio per insultare il prossimo, gli effetti speciali raffazzonati con le bombe e la gente in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Torna all&#8217;incirca con la stessa cadenza degli anni bisesti, a volte perfino meno, la grottesca ossessione di Adriano Celentano sui palchi televisivi d&#8217;Italia.<span id="more-7248"></span> Quest&#8217;anno c&#8217;è la citazione del Vangelo e l&#8217;invettiva contro Avvenire e Famiglia Cristiana, la scusa di Dio per insultare il prossimo, gli effetti speciali raffazzonati con le bombe e la gente in fuga, la predica e il commissariamento, la beneficenza esibita prima di firmare il contratto, i sindaci che cercano le famiglie povere, e chissà i vicini di casa che diranno, Pupo travestito da teatro sperimentale di Ibsen, il paradiso e l&#8217;inferno e ancora una volta prisencolinensinainciusol. C&#8217;è stato un momento in cui Celentano non è riuscito più a fare successo con il suo rock d&#8217;importazione, quello che per alcune stagioni segnò la colonna sonora di un paese, e allora ha cominciato a surrogare il successo con l&#8217;idea di essere un maitre à penser, un venditore di pensieri spelacchiati sulla fine del mondo, e una volta ci fu l&#8217;anno contro le pellicce, poi l&#8217;anno contro i grattacieli, poi l&#8217;anno della foca nana, poi l&#8217;anno contro chi ci inquina il cibo, poi l&#8217;anno contro l&#8217;eutanasia, e via così.</p>
<p>E in fondo non ci si dovrebbe preoccupare di Celentano, bisognerebbe piuttosto preoccuparsi di quelli che sono disposti a prenderlo sul serio. E forse non saranno pochi. Potremmo parlare per giorni dell’eccesso, dell&#8217;invettiva, dei silenzi incongrui e delle recite scolastiche, di quell’ora di festival sottratta a un pugno di persone dalle carriere in bilico, della bellezza e della bruttezza, dell&#8217;opportunità di fare prediche ai predicatori. Quando un canale televisivo o un regime arriva al capolinea, quando le strategie si svuotano e le vie di fuga si bloccano, allora i riflettori distraggono dal fuoco del problema, gli amplificatori moltiplicano il fumo da gettare negli occhi della platea. Quanto a Celentano, anche stavolta, come sempre: già si sapeva. Già si sapeva che avrebbe fatto quello per cui è programmato. Già si sapeva che Celentano è un vero reazionario, anzi peggio, è un conservatore di tutte quelle cose che sarebbe meglio, più elegante, non conservare. Un contadino inurbato che detestava la modernità anche quando la importava mezzo secolo fa dall&#8217;America sotto forma di rock e movimenti schizzati di anca e bacino, e probabilmente la importava per disinnescarla. Un antidivorzista fanfaniano ai tempi della &#8220;Coppia più bella del mondo&#8221;, un rivale dei capelloni e degli hippie nel suo &#8220;Mondo in mi settima&#8221;, un Pasolini dei poveri che non ha mai smesso di rimpiangere i prati della via Gluck pure dentro la sua villa bunker in Brianza, e prima ancora uno sputtanatore delle agitazioni operaie quando in risposta all&#8217;autunno caldo del &#8217;69 se ne uscì cantando &#8220;Chi non lavora non fa l&#8217;amore&#8221;. A un certo punto qualcuno stabilì che Celentano, che quando canta è francamente sensazionale, sia un profeta, e lui ci credette.</p>
<p>Mi capitò una volta di leggere un vecchio articolo di Eugenio Scalfari, risalente all&#8217;epoca in cui Celentano si proclamò &#8220;re degli ignoranti&#8221; e &#8220;figlio della foca&#8221; in una caotica e delirante edizione del varietà del sabato sera Fantastico da lui condotto, tra comizi e canzoni. Correva l&#8217;anno 1987. E Scalfari, dopo aver scritto che il Molleggiato evoca &#8220;l&#8217;istinto e l&#8217;indistinto&#8221; commentò: &#8220;Pendo che stia nascendo una dimensione politica nuova che Celentano ha intercettato d&#8217;istinto&#8230; So per certo che qualche uomo politico particolarmente attento segue con grande interesse le sue esibizioni televisive&#8230; Farà scuola. Qualcuno, prima o poi, utilizzerà la lezione, perfezionerà l&#8217;esperienza, la volgerà a qualche fine mirato e politico&#8221;. Forse Scalfari si sarà dimenticato queste parole, ma io leggendole mi rendevo conto che erano prossime alla profezia. Berlusconi doveva ancora scendere in campo. Eppure sarebbe bastato guardarli. Entrambi poco rassegnati alla calvizie, entrambi &#8220;ignoranti di politica&#8221;, galleggianti come turaccioli sulle onde di destra e di sinistra, ma soprattutto di destra, entrambi sempre pronti a indire referendum su se stessi e sicuri quanto mai di essere in contatto con la pancia del Paese, un&#8217;Italia provinciale e profonda, vista attraverso le lenti di una platea televisiva immensa, da educare al pensiero liberale o al pensiero celentanico, che tanto è uguale. Sono infinite, in fondo, le facce della medaglia autoritaria che tanto piace agli italiani.</p>
<p>Ieri sera, mentre guardavo allibito Celentano occupare il Festival di Sanremo con le sue prediche sconclusionate ho pensato che in fondo per Celentano e per quelli come lui &#8211; se siamo fortunati &#8211; i tempi sono finiti. Per i comici che campano sulla politica dei mediocri, per i conduttore di festival che si improvvisano costituzionalisti, per i politici che si fanno personaggi di reality, per i maestri che non accettano lezioni, per le vallette che non studiano, per le continue invasioni di campo delle competenze altrui. Spogliato di ogni metafora usata e abusata il &#8220;predicatore decadente&#8221; Celentano (<a href="http://www.corriere.it/spettacoli/speciali/2012/celentano-predicatore-decadente-grasso_96ccf2b2-5799-11e1-8cd8-b2fbc2e45f9f.shtml" target="_blank">cit. &#8220;quel deficiente&#8221; di Aldo Grasso</a>), come mille altri, è solo un anziano signore incontrato sull&#8217;autobus o al bar sotto casa, con le sue opinioni discutibili o banali. Chi di noi non è contro la guerra, le caste, i preti che fanno i politicanti, la fame nel mondo, il consumismo. A parte il fatto, forse, che pochi riescono ad essere abbastanza anti-consumisti con la stessa foga che ci mettono certi milionari che per qualche motivo lo sono, almeno a parole, molto più di tanta brave gente che non arriva a fine mese. Guardavo in prima fila lo stato maggiore della burocrazia della tivù di Stato, il direttore Mazza e Mara Venier, mostravano tutto il loro divertimento, ridevano ad ogni parolaccia e ad ogni pensiero spelacchiato di Celentano, e adesso stamattina sono in preda al panico, è bastata la telefonata di un cardinale, e allora ricorrono alla solita scorciatoia che conoscono, mandano un censore (Marano, capirai). E noi intanto sempre lì, davanti al perenne festival televisivo, a ritrovarci un po&#8217; più stupidi ogni volta che ci crediamo di essere un po&#8217; più furbi.</p>
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		<title>Tanti auguri</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 06:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Di Ciaccio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è sempre una vaga tristezza che mi accompagna il giorno del mio compleanno. Mi sento solo e abbandonato, mi sento anziano e oppresso da 365 possibilità in meno di avere successo nell’impresa più difficile: essere.  Così finisce che passo la giornata come al solito: lavoro, dico, faccio, mangio, mi faccio il bidet, mi taglio le unghie, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è sempre una vaga tristezza che mi accompagna il giorno del mio compleanno.<span id="more-7122"></span> Mi sento solo e abbandonato, mi sento anziano e oppresso da 365 possibilità in meno di avere successo nell’impresa più difficile: essere.  Così finisce che passo la giornata come al solito: lavoro, dico, faccio, mangio, mi faccio il bidet, mi taglio le unghie, scrivo al computer, rispondo al telefono, apro la porta. Evito di dare feste, anche perché mi scoccerebbe l&#8217;idea di annoiarmi ad una festa in mio onore, però offro dei dolci, rispondo agli auguri, se qualcuno mi passa una candelina da spegnere ci soffio.</p>
<p>Ma la giornata passa così, nel vuoto. E non importa quanto questo vuoto sia riempito di gente e cose e sentimenti. Le cose vere che ci portiamo dentro sono infinite volte più ingombranti di qualunque zaino messo in spalla, e le cose finte che ci attraversano la testa, da un orecchio all&#8217;altro, sono troppe volte più vere di qualunque matematica equazione da calendario. Il compleanno è così, un giorno come un altro che qualcuno prova a rendere speciale, un giorno speciale che scivola come qualsiasi altro.</p>
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		<title>Come greci</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 12:09:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Di Ciaccio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pezzi di storia]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>

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		<description><![CDATA[Un brivido corre lungo la schiena mentre vedo al telegiornale le immagini di Atene che brucia. Una cosa tipo sliding doors. Come guardarsi in uno specchio deformante e vedere una dimensione parallela, ciò che saresti potuto diventare, o forse potresti ancora. Un parlamento prigioniero e il suo popolo affamato. Da ogni parte – anche autorevolmente – [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un brivido corre lungo la schiena mentre vedo al telegiornale le immagini di Atene che brucia. Una cosa tipo sliding doors.<span id="more-7241"></span> Come guardarsi in uno specchio deformante e vedere una dimensione parallela, ciò che saresti potuto diventare, o forse potresti ancora. Un parlamento prigioniero e il suo popolo affamato. Da ogni parte – anche autorevolmente – si sente dire che “l’Italia non è la Grecia”, “España no es Grecia”, “la Grèce ne fait rien de ce qu’elle devrait”, “Griechenland ist ein Sonderfall”, e nessuno sembra chiedersi l’effetto di queste confortanti rassicurazioni sull’autocoscienza di un popolo non necessariamente composto di bancarottieri né votato in via programmatica al martirio. Il modo in cui una crisi economica, finanziaria, politica è stata fatta marcire chiama in causa, certo, le responsabilità della nazione ferita, quelli che hanno truccato i conti di uno Stato, quelli che ne hanno approfittato per vivere al di sopra dei propri mezzi, quelli che hanno eletto politici corrotti. Ma chiama in causo anche, forse e soprattutto, gli altri, questa moneta rigida che ci pesa in tasca, l&#8217;euro e le banche, le Goldman Sachs e le Olimpiadi, quelli che hanno illuso i poveri di essere diventati ricchi e che ora nel giro di pochi mesi ordinano di tagliare salari e posti di lavoro, protezioni sociali e servizi pubblici in nome di un debito che continua a gonfiarsi da solo.</p>
<p>Noi, da questa sponda del Mediterraneo indebitato, speriamo di assomigliare in tutto e per tutto alla nostra nuova foto, all&#8217;occhialuto Mario Monti sulla copertina di Time, l&#8217;uomo che forse &#8211; dicono &#8211; può salvare l&#8217;Europa, colui che vorrebbe insegnarci a non amare più quei cari vecchi attrezzi confortevoli di un&#8217;era fa, il posto fisso, la pensione garantita, il lavoro vicino casa, la casa di proprietà. E&#8217; un wishful thinking, come dicono quelli che sanno le parole nel mondo globale, è una speranza scambiata per realtà? Ma chissà se l&#8217;Europa si salverà stavolta da se stessa, chissà chi verrà a riempire il vuoto del malcontento e della povertà sociale, chi verrà a dirci quello che in fondo già sappiamo, che le ricette imposte ai paesi in crisi non assomigliano più alla dura efficienza di un chirurgo ma quasi ci ricordano la cruda indifferenza di un boia. Erigeremo un firewall, si sente dire da quell&#8217;entità che tutti chiamano &#8220;la Troika&#8221; &#8211; la Banca di Francoforte, la Commissione di Bruxelles, il Fondo di Washington, la cupa sagoma della Germania. Un firewall, cioè un muro antincendio, per salvare l&#8217;euro. Noi ci sentiamo ancora al sicuro, da questa parte del muro. Porteremo pazienza se dall&#8217;altra parte, per ora, saranno i greci a bruciare. Servono nuovi sacrifici, leggiamo sui giornali. Ma non basta, non basta, non basta, leggiamo il giorno appresso.</p>
<p>&#8220;Non ci vuole un Krugman per capire l&#8217;assurdità di certe mosse&#8221; <a href="http://www.ilpost.it/2012/02/13/di-grecia-spagna-e-tutto-quanto/" target="_blank">scrive Filippo Maria Pontani per il Post</a>, che futuro può avere un paese allo sbando che tagli investimenti pubblici e sussidi privati, che tenta la modernizzazione a colpi di decreto, mentre il quadro generale è quello di un’affannosa rincorsa a pagare rate sempre più macroscopiche, nella speranza pazzoide di imminenti “crescite” a due cifre? E che cosa si può fare quando non si può chiedere a una classe politica corrotta e squalificata da ambedue le parti, di farsi carico di fornire un’alternativa che sia chiara e credibile? E perché insistere sempre sull&#8217;abbattimento dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori, quando non sono loro a far affondare i bilanci, e non sono stati certo loro a far nascere questa crisi, esplosa invece nelle banche e nella finanza? Ieri a pranzo parlavo con un mio amico che aveva girato in lungo e in largo la Grecia. Sai in Grecia hanno tutti poco senso civico, mi diceva. Sai, in Grecia sono seduti su un grande tesoro di cultura e di paesaggi ma non se ne rendono conto. Sai, in Grecia i giovani hanno tutti gli ultimi gadget tecnologici ma non conoscono la loro storia. Sai, in Grecia votano da anni gli stessi politici corrotti ma sono in tanti a mangiarci con l&#8217;enorme apparato pubblico. Sai, in Grecia sembra di stare in un&#8217;Italia peggiorata, Atene sembra Roma degli anni Settanta, mancano solo le Simca, e non hanno nemmeno le autostrade. No, noi non siamo la Grecia, figuriamoci. Me lo continuo a ripetere anche da solo. Non siamo greci. Entrambi abbiamo poeti che citano i &#8220;barbari&#8221;, entrambi abbiamo giocato coi colpi di stato, e però abbiamo differenze inesorabili, di là &#8221;il mare, il giorno e il dolore come sostantivi femminili, la morte come un maschile, e l&#8217;amore come l&#8217;uno o l&#8217;altro&#8221;. Non sono un greco, ma lo stesso vorrei correre ai ripari.</p>
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		<title>La palla è ovale</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 19:20:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Di Ciaccio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sport]]></category>

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		<description><![CDATA[Ieri ho visto per la prima volta una partita di rugby, allo stadio Olimpico. Del rugby mi piace soprattutto quella cosa che la palla (che è ovale) si può passare solo indietro. Un giocatore prende la palla e va a sbattere contro gli avversari; a quel punto deve lasciare la palla e qualcuno la passa all’indietro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri ho visto per la prima volta una partita di rugby, allo stadio Olimpico. Del rugby mi piace soprattutto quella cosa che la palla (che è ovale) si può passare solo indietro.<span id="more-7226"></span> Un giocatore prende la palla e va a sbattere contro gli avversari; a quel punto deve lasciare la palla e qualcuno la passa all’indietro a un altro che va a sbattere contro i difensori nello stesso punto in cui avevi sbattuto il primo. Poi il tutto si ripete, ad libitum. Mi sembra una buona metafora della vita. Poi, è vero che le cose spesso sono semplicemente quel che sono e mostrano di essere, una pipa, un giornale, un automobile.</p>
<p>Io, per dire, sono abituato al calcio. Se nel calcio si dice “la palla è rotonda” per intendere che le sorprese possono essere sempre dietro l’angolo, nel rugby si ripete piuttosto che non si improvvisa nulla, e ci vogliono anni e anni per maturare una tradizione di un certo livello – e comunque la palla è ovale. Però, sempre ieri, seduto al freddo su una seggiola dello stadio romano, guardando gli inglesi cinici che concretizzavano, gli italiani che si applicavano ma poi non emergevano, l&#8217;onore e la buona volontà gettati al vento come un&#8217;occasione in mezzo a tutti quei lungagnoni attizzati, pensavo che a volte anche le metafore ci azzeccano, perlomeno con le nazionali sportive e coi paesi che rappresentano.</p>
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		<title>Eccesso di gelo</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 16:33:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Di Ciaccio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gaeta]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Ma possibile nevica ovunque e solo qui no, i nipotini vedono la televisione e si lamentano che vogliono giocare anche loro a palle di neve&#8221; dice mia madre al telefono dalla natìa Gaeta. Almeno due fiocchi per farli contenti ai nipotini, così piccoli e già così meteoropatici, in effetti sarebbe bello se venissero. In fondo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Ma possibile nevica ovunque e solo qui no, i nipotini vedono la televisione e si lamentano che vogliono giocare anche loro a palle di neve&#8221; dice mia madre al telefono dalla natìa Gaeta.<span id="more-7213"></span> Almeno due fiocchi per farli contenti ai nipotini, così piccoli e già così meteoropatici, in effetti sarebbe bello se venissero. In fondo tutti abbiamo diritto se non all&#8217;abusato quarto d&#8217;ora di celebrità perlomeno alla mezza giornata di emergenza neve. I bambini potrebbero costruire dei pupazzi ghiacciati a regola d&#8217;arte, con la carota al posto del naso, i grandi si metterebbero a fare delle foto molto poetiche e un po&#8217; sgranate coi loro telefonini, il comandante &#8220;sceriffo&#8221; dei Vigili saprebbe sicuramente sfoderare una sontuosa uniforme d&#8217;alta montagna, gli esponenti del Pd potrebbero organizzare delle primarie con le palle di neve, e il sindaco già in campagna elettorale avrebbe l&#8217;occasione di conquistare una prima linea indiscussa, farsi inquadrare dalle telecamere amiche con la pala in mano, condurre la città di mare sbigottita oltre la bufera, su un terreno saldo, asciutto, sicuro. E invece fa freddo, ma non troppo, continua a piovere, ma senza che l&#8217;acqua si tramuti in fiocchi gelati.</p>
<p>Ci sarebbe da rassegnarsi, ma non si sa mai. Come i nipotini <a href="http://www.youtube.com/watch?v=B-PcxCIW27s&amp;feature=youtu.be" target="_blank">pure un sindaco non si arrende</a>, nella mite città di mare. Scuole chiuse domani, obbligo di catene per gli automobilisti, vigili richiamati in servizio, sacchi di sale pronti all&#8217;uso, l&#8217;immancabile &#8220;unità di emergenza&#8221; attivata (i nipotini, che già impazziscono per i film d&#8217;azione, si immaginano una situation room con le lucine nella torre civica, come quella sotto la Casa Bianca nei film di Harrison Ford). Non è che staranno drammatizzando un po&#8217; troppo? Il sindaco Raimondi garantisce di avere avuto &#8220;seri e circostanziati&#8221; bollettini dalla Protezione Civile, dal Ministero dell&#8217;Interno, dalla Regione Lazio, della Prefettura. E dunque fa bene a raccomandare di essere prudenti, limitare gli spostamenti a piedi, tenersi aggiornati sulle previsioni meteo. &#8220;Ma io mi aggiorno da ore su tutti i siti di previsioni del tempo e su Gaeta danno solo pioggia, al massimo un po&#8217; di nevischio misto a pioggia, che devo fare&#8221; si lamenta il mio amico <a href="http://www.immenso.org/22032/a-gaeta-piove-sindaco-chiude-scuole-obbliga-catene-da-neve/" target="_blank">Riccardo</a>, al quale già una volta un temporale più violento del solito fece sprofondare l&#8217;asfalto della strada sotto casa sua. &#8220;E le catene? Con quello che costano, posso mai comprarmi le catene io che abito a due passi dalla spiaggia?&#8221; insiste Riccardo.</p>
<p>La prudenza non è mai troppa, si sa. Stamattina nel centro di Roma strade deserte, sembrava stessero per bombardare, dall&#8217;una di pomeriggio autobus introvabili per il &#8220;piano neve&#8221; dell&#8217;Atac, lo stesso che una settimana fa fallì per &#8220;eccessivo innevamento&#8221;, anche se dal cielo cadeva solo pioggia, sui siti di informazione pubblicate foto del sindaco Alemanno davanti a un sacco di sale nella notte in piazza Venezia, per strada una ragazza eccitata dagli eventi ridacchiava al telefono e diceva &#8220;buona evacuazione!&#8221;, proprio così, evacuazione, come se invece di una mezza bufera fosse in corso una calamità atomica. Prevenire però è sempre meglio che curare, ci mancherebbe. Sarebbero d&#8217;accordo quegli automobilisti romani rimasti intrappolati nel traffico venerdì scorso, o i passanti incautamente scivolati su qualche lastrone di ghiaccio dove nessuno aveva passato sale o palette, o gli abitanti di paesi ciociari e appenninici rimasti per giorni intrappolati da muraglie di neve senza elettricità e acqua. Però io me la ricordo l&#8217;ultima nevicata gaetana, due anni fa. Per un pomeriggio si imbiancò tutto, le previsioni lo avevano detto da giorni e al sindaco e alla Protezione Civile allora non venne nessuna frenesia, i bambini scesero a giocare a palle di neve e i grandi andarono a fare due passi sulla spiaggia imbiancata, perché sapete com&#8217;è, la neve in un posto di mare non è uguale alle altre nevi, ha qualcosa di indolente e di effimero che affascina. E poi a Gaeta, sul Tirreno, non capita davvero quasi mai.</p>
<p>Forse chissà il sindaco gaetano avrà confuso il bollettino coi centimetri e millimetri di neve con l&#8217;altro bollettino sugli ultimi sondaggi elettorali, o al Comune avranno pensato che è sempre meglio giocare d&#8217;anticipo, come quell&#8217;assessore che si è dimesso appena tre giorni prima che uscisse la notizia che è indagato per abuso d&#8217;ufficio, che combinazione. Forse, dirà l&#8217;opposizione, la neve è l&#8217;ultima promessa mancata di uno abituato a spararle grosse. Questo è un paese fatto così, nessuno crede più a niente, delle autorità non ci si fida, anche la neve pare un miraggio o un impiccio. &#8220;Cari concittadini, state in casa, uscite il meno possibile, che rischiate anche di prendervi un&#8217;influenza&#8221; ha annunciato Raimondi, con tono grave da salvatore della patria, in un accorato videomessaggio sulla tv locale e su YouTube. Magari alla fine imbiancherà lo stesso, e sarà uno spettacolo bellissimo, anche i miei nipotini scenderanno a costruirsi un pupazzo di neve e saranno felici come lo ero io la prima volta che vidi la neve, sempre che i vigili nel frattempo non gli facciano una contravvenzione. Io però, poiché da giorni non si parla d&#8217;altro, stanotte ho sognato che stamattina invece mi svegliavo a Gaeta, ed era primavera. Ma poi ho visto che c&#8217;erano pure i cartelloni per le elezioni comunali, e allora mi sono rituffato nel cuscino.</p>
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		<title>Iron Lady</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 14:22:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Di Ciaccio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politics]]></category>
		<category><![CDATA[Pop]]></category>

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		<description><![CDATA[Il fim su Margaret Thatcher con Meryl Streep inzia con una vecchia signora malvestita che compra il latte in un supermercato. E&#8217; sfuggita alla sorveglianza, nessuno l&#8217;ha riconosciuta, è come se non fosse mai esistita, quella che è stata il primo premier donna del Regno Unito, per tre volte eletta e che per più tempo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il fim su Margaret Thatcher con Meryl Streep inzia con una vecchia signora malvestita che compra il latte in un supermercato.<span id="more-7119"></span> E&#8217; sfuggita alla sorveglianza, nessuno l&#8217;ha riconosciuta, è come se non fosse mai esistita, quella che è stata il primo premier donna del Regno Unito, per tre volte eletta e che per più tempo e con più forza di tutti aveva governato. Nessuno riconosce lei e lei niente, o quasi, ricorda, nello smarrimento delle parole perdute, nella paura che spegne lo sguardo, nelle allucinazioni in cui perdersi e nelle parole lasciate in solitudine.</p>
<p>Poi la rivediamo più giovane, una signora di ferro, trent&#8217;anni fa, e ci fa rabbrividire perché è come se il tempo non fosse passato. Anche adesso c&#8217;è il baratro finanziario, ci sono paesi ed economie da salvare anche a costo di inabissare i più poveri, e bisogna liberalizzare, fare largo ai giovani e all&#8217;iniziativa individuale, privatizzare ciò che poteva essere di tutti ma è gestito male, mentre i lavoratori scioperano, e i sindacati protestano e le opposizioni ricattano e le corporazioni sono sul piede di guerra. Ci sono anche oggi guerre dichiarate per convenienze, tuttavia facendole chiamare &#8220;missioni di pace&#8221;. E anche gli inglesi con la loro sfiducia nell&#8217;Europa e nell&#8217;idea di una moneta unica sono gli stessi inglesi di oggi e del loro governo conservatore. Ed è come se tutto si ripetesse, e anche la politica, o l&#8217;idea che si possano cambiare le cose, fosse rinchiusa nella stessa gabbia, girando la stessa ruota.</p>
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		<title>La nevicata del dodici</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 18:42:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Di Ciaccio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Momenti]]></category>
		<category><![CDATA[Posti]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>

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		<description><![CDATA[Anche io mi sono svegliato durante la notte per controllare dalla finestra lo stato delle cose: e nevicava, nevicava senza tregua, il paesaggio pareva quello dell&#8217;inverno come stava disegnato sul sussidiario delle elementari. Alberi piegati dalla neve, strade bianche sotto la luce dei lampioni, un cielo stranamente pallido, un fioccare fitto, che in certi momenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anche io mi sono svegliato durante la notte per controllare dalla finestra lo stato delle cose: e nevicava, nevicava senza tregua<span id="more-7196"></span>, il paesaggio pareva quello dell&#8217;inverno come stava disegnato sul sussidiario delle elementari. Alberi piegati dalla neve, strade bianche sotto la luce dei lampioni, un cielo stranamente pallido, un fioccare fitto, che in certi momenti mi sembrava sereno, in altri momenti mi sembrava inquietante. I pensieri corrono da soli. La credenza in cucina è quasi vuota, il supermercato forse domani sarà chiuso. Il treno di cui parlavano al telegiornale, bloccato da un decina d&#8217;ore su un binario in mezzo agli Appennini. La persona che dorme affianco a te nel letto, che non sai mai se è il caso di svegliare. La mia città di mare, chissà se nevica anche laggiù, il primo vago ricordo di una vita che è il momento in cui mio padre mi solleva in braccio, dal balcone di casa, per farmi vedere la neve.</p>
<p>La mattina presto sono già per strada. A controllare, a immaginare. Non vedo nessuno, sento il rumore dei cristalli esagonali di ghiaccio sotto le suole delle mie scarpe. Che accadrà, come ci organizzeremo, nevicherà ancora, dovrò mettermi a fare delle foto col cellulare oppure mettermi a spalare il vialetto condominiale, ci troveremo in mezzo a un guaio, come quei disgraziati nei paesini umbri o abruzzesi, senza viveri e senza corrente elettrica? Oppure dovrò solo godermela come una qualunque effimera meraviglia, neve al sole appunto? Come spettri, alcune macchine sostano sbieche e ammaccate, altre sono tutte ricoperte dalla coltre bianca, insomma si cammina nel nulla, in un abbandono surreale, ognuno lasciato a se stesso. Un bimbo mette fuori la testa dal portone di casa, &#8220;papà, ha piovuto bianco&#8221;. Una ragazza passa davanti con lo snowboard in spalla, vuole andare a sciare a Villa Borghese.</p>
<p>Pensare che ieri mattina, tra la gente al bar, nessuno ci credeva. La neve, figurati. Ma no, non arriva. Fa freddo, ma non abbastanza. Piuttosto non si capiva se le scuole erano aperte o chiuse, oppure aperte ma chiuse, la decisione del Comune non era affatto chiara. Poi a mezzogiorno ha cominciato a nevicare davvero. Fiocchi grossi come piume d’oca che cadevano in obliquo. Ragazze col le scarpe décolleté a tacco alto, all&#8217;improvviso con le caviglie bagnate o ghiacciate. Enormi suv che pattinavano sull&#8217;asfalto, mentre i loro conducenti eleganti e sbigottiti tiravano fuori gli occhi dalle orbite. Impiegati e precari che giocavano a palle di neve durante la pausa pranzo. Commesse sulle porte dei negozi ad ammirare lo strano spettacolo, &#8220;tanto nun se vende niente, neve o non neve&#8221;. Autobus fermi sulle strade come carcasse di mammut nell&#8217;era glaciale, e la gente a chiedersi se il Comune non avesse preparato dei sacchi di sale, o almeno comprato delle catene. Alle sei la neve ancora insisteva e qualcuno s&#8217;era già stufato, a Roma si fa presto a trasformare la meraviglia in noia e fastidio, un tassista mugugnava: &#8220;Vabbè, abbiamo capito, se semo pure un po&#8217; divertiti, però adesso basta&#8221;.</p>
<p>Un mio amico mi manda un sms per dirmi che devo smetterla con questa visione romantica e romanzata dell&#8217;inverno, che la neve a Roma è una bestemmia, è come fare una spiaggia sul Cervino, fino al colpo basso: perché la neve è di destra, il mare è di sinistra, lo diceva pure Gaber. E io mica posso controbattergli con un Califano, e chi l&#8217;ha vista mai la nevicata del &#8217;56, &#8220;nonostante tanti anni ci sentiamo ragazzi&#8221;. Oppure perfino &#8220;l&#8217;ultima notte&#8221; di Tiziano Ferro, quella in cui &#8220;la neve cade, e cade pure il mondo&#8221;. Non mi va nemmeno di soffermarmi e dibattere sul fatto se l’Italia, la Regione, il Comune, il mio quartiere siano efficienti o meno nel gestire l’ennesima “emergenza”. Quand&#8217;è che non c&#8217;è un&#8217;emergenza? Quando è stato il momento in cui cinque centimetri di neve e cinque gradi sottozero sono diventati forme equamente distribuite di cataclisma naturale? Oppure il nostro unico argomento di conversazione?</p>
<p>Poi finalmente qualcosa è accaduto: le nuvole si sono scansate per far passare il sole. Sarà forse questo il vero piano per l&#8217;ennesima emergenza. Nei bar aperti coi funghi accesi la gente già siede fuori, mangia tramezzini e racconta le storie da reduci metropolitani del giorno prima. Cinque ora in macchina da Salario a Prati. Ho mollato la macchina e ho fatto sei chilometri a piedi. L&#8217;autista dell&#8217;autobus ci ha fatto scendere tutti in mezzo alla tormenta di viale Libia perché non aveva le catene. Siamo scesi dell&#8217;ufficio e abbiamo fatto a palle di neve. Dalle macchinette fotografiche riguardiamo gli scatti stranianti di poche ore prima, Piazza di Spagna innevata come la Val Badia, Piazza del Popolo che assomiglia a una San Pietroburgo de noantri, il Circo Massimo popolato di slittini, il Raccordo Anulare descritto come la pista per Stalingrado, i bambini pachistani di Torpignattara impazziti di gioia, i bei pupazzi di neve molto ortodossi, con la carota al posto del naso. Una macchina avvistata con gli adesivi di &#8220;Roma Capitale&#8221;, unico segno di attività comunale nel giro di chilometri. Un gruppo di adolescenti sull’iPhone guardano preoccupate le foto degli animali del bioparco, gli elefanti, gli avvoltoi, i leoni, i macachi, povere bestie abituate a essere fuori luogo ieri erano anche fuori stagione. &#8220;Saranno contenti i pinguini, poveretti&#8221;, si consolavano le studentesse strette ai fidanzati. I notiziari riportano l&#8217;incazzatura del sindaco Alemanno che, colto alla sprovvista, ora chiede a gran voce una commissione d&#8217;inchiesta sulle previsioni del tempo. Forse la prossima notte altra neve scenderà dal cielo su questo Paese malandato e nervoso, e intanto il telefonino  frigge di messaggi su appuntamenti che saltano e provvidenziali cancellazioni causa maltempo. Guardo il cielo in cerca di nuvole bianche e assoluzioni.</p>
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