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» gaeta
Sciuscio on A
Dancefloor,
ovvero la corrida
più amata dai gaetani
Luca Di Ciaccio
Illogica Allegria,
gennaio 2006
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Da quando abbiamo riconosciuto, grazie
soprattutto a critici vagamente gramsciani e a brillanti tesi di laurea,
che gli stornelli dello “sciuscio” gaetano non sono semplicemente uno
spettacolo folkloristico, ma un’autobiografia del nostro paesone gaetano,
non si sa più come guardarli gli sciusci, e neanche perché. Alle prese con
gli auguri dialettali cantati a squarciagola, con gli strumenti musicali
sgarubbati tipo urzo, martello, rattacasa, e perfino pentoline,
caffettiere e bottigliette in stile maracas, con i soldini racimolati in
giro per case e strade e negozi, ci sono passati più o meno tutti i
cittadini gaetani, da tempo immemorabile. Verrebbe da chiedersi, nella
modernità tumultuosa in cui viviamo, come abbia fatto una tradizione così
allegramente pacchiana e demodé a sopravvivere indenne dalle generazioni
povere di contadini, pescatori e vecchi scarponi alla generazione dei
Sixties cresciuta tra l’hula-hoop e il twist, e poi le generazioni del
rock, del punk e perfino della disco-music con quintali di gel sopra i
capelli, per approdare fino ai ragazzi del nuovo secolo che, tra un paio
di messaggini e un download di canzonette sull’iPod, riescono ancora a
trovare il tempo per mettersi a provare cose tipo “ohi padro’ Tore dacce
nu sciuscie, annanze che s’ammosce dacce quattro fiche mosce”.
Ambrogio Sparagna, maestro della musica popolare e
originario delle nostre zone, si compiace di questa “riscoperta culturale”: «si
tratta di una speciale forma di rassicurazione culturale che riesce a
coinvolgere giovani e anziani in momenti di vita comunitaria, dove la musica
svolge ancora la funzione di garante della coesione sociale fra i vari gruppi».
Infatti “glie sciusce” non sono come gli zampognari, non richiedono una
particolare specializzazione, non esigono una tecnica musicale specifica. In un
certo senso, sono una specie di Corrida ante-litteram, e forse sta lì il segreto
del loro lungo successo. Lo stesso Nino Granata, in arte Cocchetto, di
professione fotografo ma ormai universalmente riconosciuto come “il re dello
sciuscio gaetano”, una volta candidamente confessò di non avere mai letto un
spartito in vita sua: «Allora io gli do la cassetta, loro sentono, la la la la,
e ci fanno do, mi re, hai capito? E così mi fanno la musica, le parole ce le
metto io». Insomma lo sciuscio non è né di destra né di sinistra, né
conservatore né progressista: è un mondo a parte, che si consuma una volta
l’anno, tra le luci a festa e lo scoppiettare dei petardi. Possiamo anche
buttarla sull’antropologia, sentirci tutti dei piccoli Levi-Strauss, e pensare
che pure le stralunate serenate del borgo di Gaeta rientrino nella millenaria
tradizione pagana del solstizio d’inverno, “la cacciata dei demoni con colpi di
gong, di cembali o di tamburi”. Difatti, fin dalle società primitive e comunque
preindustriali, i riti del sovvertimento dei ruoli, del travestimento e della
questua rappresentavano dei miti fortissimi: modi diversi di entrare in rapporto
con gli spiriti dei morti, ambigui dispensatori di prosperità. Un frammento di
antichi esorcismi, che vanno dai Saturnali pagani fino a Babbo Natale, dagli
zombies di Halloween fino (perché no?) al pingue Cocchetto: lo scatenamento
rituale per ingraziarsi le forze ultraterrene, così da favorire il buon esito
dei raccolti e, dunque, la sopravvivenza della comunità.
Tuttavia, è pure vero, come scrive Paola Polito
nel suo fondamentale volume sull’argomento, che lo “sciuscio” attuale altro non
è che un “revival consumistico”, sempre più inserito in una logica da varietà
televisivo per gli appetiti dei turisti. D’altronde i testi degli sciusciaioli
incorporano sempre la loro dose di pacchianeria nostalgica, “chesta Gaeta nun l’amma
scurdà/ chisto fulklore è la felicità/ o’ sciuscio ce fa ‘nnamurà!/ Zum-pa-pa
zum-pa-pà”. Per non parlare dei nomi dei complessi iscritti al festival
dell’Epifania, sublime esibizione folk-kitsch che si ripete ogni anno nella
piazza del paese:
treni. E nonostante tutto la simpatica consuetudine dello sciuscio rimane un
momento simbolico e quasi sacro per gli abitanti del posto. Così in questa
annata ci tocca fare i conti anche con la suggestione antica dei presagi, o
forse no. Sta di fatto che, per la prima volta nella storia, lo sciuscio più
famoso e più atteso, quello dell’eccentrico Nino Cocchetto il pomeriggio del 31
dicembre non è potuto uscire, pare a causa di un guasto alla fisarmonica.
Cattivo segno? Cocchetto ha deciso di recuperare scendendo in strada nel
pomeriggio del 5 gennaio, cantando “oggi è calanno e dimani è l’anno nuovo” con
un certo sorprendente ritardo. Forse per onorare i contratti già profumatamente
stipulati, sussurra qualcuno. Forse per evitare le sgomitate della sera del 31,
e così farsi notare ancora di più. Forse perché lui stesso ormai si sente come
una figura sacra, una sorta di capro espiatorio che, buono buono, ogni anno sale
sull’altare del ludibrio e della festosità collettiva: dunque, guai a chi ce lo
leva. Il suo sacrificio rituale (che pure fa storcere il naso ai puristi della
tradizione: troppe mossettine, troppa coreografia, troppe parole cambiate
rispetto alle strofe canoniche) assorbe e rappresenta il bisogno di
purificazione della comunità intera. La curiosità per il suo look annuale è
pari, per i cultori del genere, a quella provocata dai cambi stilistici della
signora Ciccone a ogni nuovo disco. Due anni fa, per dire, era coi capelli
sciolti e le nacchere in versione gitana. Prima ancora indossò l’uniforme e la
corona da monarca borbonico. Quest’anno se ne è venuto tutto di bianco, con un
tocco di rosso a ricordare i colori della città e un largo mantello di stoffa
azzurra sulle spalle. E mentre da dietro lo vedevamo incedere solitario e a
passo lento sul ciottolato di via Indipendenza, col mantello svolazzante, i
capelli setolosi forse tinti e le vecchiette dei vicoli che se lo rimiravano, ci
pareva quasi una Madonna in processione. Alla fine, l’insieme delle esibizioni è
così artigianale, sincero, straziante, vitale che solo un cuore di pietra può
rimanere indifferente, e non applaudire una rappresentazione così perfetta della
gaetanità lazzarona e dilettante. Un appuntamento ineludibile, mentre un nuovo
anno si apre e, come al solito, ci si illude che tutto possa rinascere.
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