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Vogliamo i
commissari
Luca Di Ciaccio
Illogica Allegria,
febbraio 2007
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Il dubbio che fu, se siamo uomini o
caporali,di questi tempi è destinato a mutarsi nel quesito: siamo uomini
o commissari? Inteso che il graduato non esclude il primo, e che anzi il
primo graduato vorrebbe essere. E di fronte ai palazzi municipali di
questa livida provincia sudpontina, tutta la brava gente che fa struscio
sulla piazza, guardando il mare senza paura di affogare, già si dichiara
pronta ad ergere busti in mollica al nostro nuovo Signor Commissario,
ultima ancora di salvezza nel naufragio della politica e nel
deragliamento della giunta comunale.A Gaeta si vota tra meno di tre
mesi, la giunta del Capitano Magliozzi è caduta in una sera di novembre
mentre in aula si dibatteva su dove spostare i cantieri navali: fu una
seduta di ricatti feroci e facce perplesse, coi vigili urbani mandati a
cercare il sindaco fin nei sotterranei del palazzo, mentre il pubblico
fischiava e gli attapirati consiglieri sbuffavano e litigavano, prima di
alzare la bandiera bianca delle loro collettive dimissioni. Pochi giorni
dopo, mentre la politica gaetana implodeva in cento liste e mille
rancori, la legge faceva il suo corso e un commissario prefettizio, con
passo distinto, varcava le porte del municipio.
Il commendator Frattasi, napoletano,
classe 1956, chioma brizzolata, prefetto di recente nomina e vicecapo di
gabinetto del ministero degli Interni, esperto in pubblici appalti e
infiltrazioni mafiose, se ne uscì con questa frase: “State tranquilli,
ho un dna prefettizio”. Sarà, ma in tempi di mutazioni genetiche e
mutamenti climatici, un po’ di prefettizia stabilità basta a conquistare
la gente e rassicurare il popolo. Un inespresso desiderio di commissario
alberga in ogni angolino del paese: soprattutto ora che il gioco dei
ladri e delle guardie non è più gioco serio, con ruoli certi ed esiti
sicuri. Dall’urbanistica agli autovelox, dai bodyguard comunali alla
cantieristica, dalle consulenze sospette al risparmio sui lampioni, non
c’è argomento della vita cittadina su cui il novello commissario non si
sia buttato con piglio deciso e dichiarazioni risolutive. Cosicché
subito sono spuntati, nelle piazze virtuali di internet, incitamenti ed
elogi, persino un’ode in rima, composta da un tale “marinaioblue”: “Da
quando è giunto nel paese / ha rimesso il tempo al bello / non è passato
neanche un mese / e ha risolto questo e quello / per quanto sia
burocratese / egli certo non è novello / e a sciogliere accondiscese /
del Consiglio l'arrovello”. Chapeau. E una strofa più sotto, il gran
finale: “Non sarà democrazia / e non so quello che sia / ma se questa è
la via / che le pene a noi abbrevia / viva viva la burocrazia / e
benedetto sempre sia / il Commissario e cosi sia”.
Ora, sta di fatto che il commissario
prefettizio rimane pur sempre un ruolo di supplenza, un sigillo
burocratico sul fallimento della dialettica politica, una democrazia
surrogata per momentanea incapacità, una specie di coma indotto per far
sopravvivere l’organismo malato. E dunque. Fare l’elogio della figura
commissariale nel mezzo della campagna elettorale, pensare al momento
supremo del confronto democratico quasi come un fastidioso disturbo
all'orizzonte, suona un po’ male. Suona stonato, almeno. Ma basta
scorrere i risultati di Google o l’archivio delle agenzie per scoprire
che l’elenco dei temi e degli enti su cui è invocata l’estrema ratio del
“commissariamento” è in verità abbastanza impressionante, e comunque
tale da destare qualche inquietudine. Perché si vogliono commissariare
l’Alitalia e le ferrovie, l’Anas e la Rai, le università e le regioni,
il parco dello Stelvio e De Mita in Campania, il festival di Sanremo e
la Lega Calcio, il Policlinico di Roma e il sindacato dei tassisti, chi
più ne ha più ne metta. Tutti pezzi di un Paese dove le eccezioni si
mangiano le regole. Resiste sempre l’annotazione problematica fatta da
Totò in una delle sue gag: “C’è sempre un verme nella pera e un
doganiere alla frontiera”. A suo modo è una conferma di tante, più o
meno dotte, dissertazioni sulla crisi della politica, sull’incapacità
della nostra classe dirigente di governanti nel farsi carico del futuro
di noi governati. “Sempre più spesso – scriveva pochi giorni fa il
giurista Stefano Rodotà – seguendo le cronache politiche, si rafforza la
sensazione di trovarsi di fronte a un’oligarchia chiusa nei propri riti,
drogata da un compulsivo bisogno di apparire, prigioniera di una
coazione a ripetere”. In altre parole, capita di frequente di guardare
il tiggì nazionale o quello della telestreet paesana, con la quotidiana
sfilza di dichiarazioni retoriche e polemiche vane, e sentirsi che
scappa di dire: “Sono tutti uguali”. E subito dopo pensare: “Cazzo, che
ho detto”. Di fronte alle domande concrete che arrivano dalla società
italiana, la politica – a tutti i livelli – si espone al rischio
maggiore: afasia e apatia. Per dirla con le parole un po’ brusche di
Luca Sofri sul suo blog: “Non siamo noi che siamo qualunquisti, sono
loro che sono stronzi”.
Ebbene, si finisce in questa frantumata
provincia sudpontina a reclamare i commissari. Il commissariamento come
bisogno interiore, primo gradino dell’evoluzione futura, quasi come
paradossale scatto eversivo dell’ordine costituito e non più credibile.
Mentre attorno al Palazzo gaetano impazza una campagna elettorale
scoordinata e surreale, già post-politica: tra discese in campo
televisive e primarie invidiose, popolo e audience, tra outsiders e
dissociati, separati e riconciliati, pure con Brigitte Nielsen e la
Lollobrigida offerte come succose promesse elettorali. Perché, insomma,
caporali mai, commissari (a volte) si.
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