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E il Capitano filava.
L'impietoso spettacolo elettorale visto da Gaeta
Luca Di Ciaccio
Illogica Allegria,
marzo 2006
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“Ho
fatto tardi perché ho visto Berlusconi e Prodi in televisione”. Ma chi
se ne frega, assaggia questa tiella. Poveri brandelli di conversazioni
gaetane alla metà di marzo. Provincia elettorale italiana, ma senza
voglia. Rumore di piatti, pensionati intabarrati a parlottare davanti alle
edicole, videomakers olandesi in cerca di folklori televisivi, sindaci che
progettano porti sempre più grandi e sempre più belli, abitini già
estivi nelle vetrine per una stagione nuova che non sembra avere affatto
voglia di arrivare, le montagne aurunche sullo sfondo sono ancora
incappucciate di neve. Ma è vita questa? Ma è politica semmai?
“Ma
tu devi assolutamente sapere” mi fa il mio amico. “Altro che l’io mi
alzo e me ne vado dall’Annunziata. Altro che il duello di ieri, che
pareva di stare in una sala operatoria con l’anestesia già
iniettata”. Si, ho visto, non me ne parlare. “Avresti dovuto vederli
tutti gli aspiranti onorevoli di raccomandata origine gaetana, l’altra
sera al talk show della tv di strada. Pareva l’armata brancaleone, anzi
no. Una riunione di amministratori di condominio in prepensionamento”.
Immagino, ma non è nemmeno il caso di infierire, con la legge elettorale
che ci ritroviamo poi. Una porcata, l’ha detto perfino il ministro che
l’ha scritta. “Certo, sicuramente non verranno eletti. Ovviamente
erano pure timidi a ripetere due volte il loro nome, non sia mai che
qualche elettore lo va a scrivere sulla scheda, finisce che gli annullano
il voto”. Che peccato. Ma almeno il sindaco nostro c’era? “No”.
Si
consuma la fine di una stagione, anche in questo come uno dei tanti
“paesi rivieraschi” soavemente indicati dal Cavaliere nel duello
televisivo con Prodi del 14 marzo. I sociologi e gli esperti che se ne
intendono lo chiamano “effetto bandwagon”. Ovvero, ciò che si
verifica quando qualcuno pensa o fa qualcosa per il semplice fatto che
altri pensano o fanno lo stesso. In altre parole: salire sul carro del
vincitore. Antica specialità nazionale, si direbbe. La giornalista
Pialuisa Bianco, pochi anni fa, dedicò un libro alla categoria: “Elogio
del voltagabbana”. Il cui assunto fondamentale era che la cartina di
tornasole di ogni democrazia è proprio la presenza di coloro che cambiano
bandiera, perché dove ciò è possibile non può esserci dittatura.
Movimenti che, seguendo il ritmo altalenante delle sorti politiche, si
ripropongono identici in decine e decine di enti e ministeri, statali e
parastatali, assemblee elettive e giunte locali. Fedeli tutti
(un po’ come l’Unione negli ultimi tempi, ma idem per la destra pochi
anni fa) alla chiusa della mitica poesia di Trilussa
dedicata a quella famiglia litigiosissima dove ognuno ha un’idea diversa
ma «appena mamma / ce dice che so’ cotti li spaghetti / semo tutti
d'accordo ner programma». Il sugello all’ultima delle epiche
transumanze italiche, da Montecitorio fino alle più periferiche aule
consiliari, lo diede Vittorio Sgarbi un anno fa, tra le Regionali e le
Primarie, in una franca intervista al Corriere: «Al contrario di
d'Annunzio che andava "verso la vita", io vado più modestamente
verso la sopravvivenza». Qui da noi, nella rivierasca e un po’ bislacca
(cavalierescamente parlando) Gaeta, la scorsa estate cominciarono perfino
a diffondersi voci incontrollate sul sindaco, il Capitano Magliozzi,
forzista di ferro e con congruo pacchetto di voti popolari al seguito.
“Passa con Mastella”. “No, si ricandida però col centrosinistra”.
“Ho saputo che vuole entrare nei diesse”. “Stai a vedere che ci
diventa comunista?”. “Dice che ha litigato pure con Gigi D’Alessio,
si sta riposizionando”. “Ma io me lo ricordo da giovane: era
trotzkista”. Insomma, tante e tali furono le voci, e inutili le
smentite, che un consigliere della Margherita apostrofò così il surreale
tormentone: “Succede come con quegli uomini che al bar si vantano di
essere stati a letto con Sharon Stone. Tuttalpiù gli piacerebbe”. Per
non parlare di quello che succede in un posto pieno di spifferi e
venticelli come il consiglio comunale: gruppi misti che si stringono e si
allargano come una fisarmonica, partiti di centro che appaiono e
scompaiono come lunari maree su cui galleggiano personaggi improbabili,
coacervi di mummie e di ibridi, reputazioni faticosamente ricostruite. Per
di più, a un anno da nuove elezioni amministrative.
Completare
queste benedette liste elettorali, con questi chiari di luna, deve essere
stata una fatica non da poco. Un anonimo esponente di Forza Italia la
raccontava così, a un inviato di Repubblica: «»«La
presenza politica sul territorio rischia di desertificarsi, rimanendo
indifferente alla società, piuttosto dilagando nelle televisioni» ha
affermato il politologo Ilvo Diamanti. Basta guardarsi attorno. Masticando
tiella, ricordo al mio amico che perlomeno il Capitan sindaco è rimasto
al palo. “Si, nemmeno un posticino gli hanno trovato. Lui dice che non
gli importa. Però si vede che ne soffre. Adesso va sempre in giro con gli
occhiali scuri. Una via di mezzo tra una vedova inconsolabile e un
golpista sudamericano”. Mamma mia. Fuori lo spappolato reality show
elettorale prosegue ancora.
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