LUDIK

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Elezioni comunali 2002.

Diario da Gaeta

 

 

Luca Di Ciaccio

telefree.it,

aprile - maggio 2002

 

27.05.07 -  Gaeta si consegnò alla destra, ma tornò alla vecchia Dc. "L'importante è cambiare?"

 

Dopo un'affannante campagna elettorale, una sfida che sembrava all'ultimo voto, un ballottaggio nell'aria, in un mite lunedì Gaeta si è consegnata al centrodestra. Senza opporre resistenza, con noncuranza e quasi con liberazione. Una battuta sintetizza la situazione, un po' amaramente: "Nel 94 ci fu la vittoria di Berlusconi, ma nonostante questo a Gaeta trionfò la sinistra. Però, non aveva ancora governato per otto anni". Stavolta gli elettori sentivano di dover cambiare. La delusione, l'insoddisfazione hanno contribuito, più dell'onda lunga berlusconiana, più dell'invasione di onorevoli, europarlamentari, assessori tutti di destra, più della qualità dei candidati o dei programmi, a portare una vittoria fulminante della Casa della Libertà. "Non mi aspettavo queste percentuali bulgare", ammette lo stesso Massimo Magliozzi, appena eletto sindaco con oltre il 60%. E si ha l'impressione che con le insegne del centrodestra sarebbe stata impresa facile per chiunque portare a casa una vittoria.

Eppure la città sembrava più divisa, qualcuno avrà promesso voti a più di un candidato, nel Polo si litigava e aumentava il nervosismo. Ma, alle quattro e mezza di pomeriggio, dalla prima sezione, e poi via via dalle altre, arrivavano numeri inequivocabili: un rapporto di 500 a 200 per il centrodestra. Di Ciaccio, con un sorriso sportivo, dichiarava l'affondamento del centrosinistra, Magliozzi, sottobraccio all'onorevole, iniziava a stringere mani. Le liste solitarie di Rifondazione/Verdi e del Partito del sud si sono ritrovate schiacciate. Al vecchio Ciano, non rimaneva che dichiarare che "comunque cinquecento briganti hanno resistito al dominio padano, e ora ci ritroveremo a dare battaglia per avere un seggio al parlamento europeo".

 

Nella piazza del Comune, piena di gente, non c'è l'atmosfera di festeggiamenti come otto e quattro anni fa, quando sventolarono le bandiere rosse. Stavolta non sventola niente, ma sono in molti ad essere sereni, fiduciosi, rilassati. Molti elettori neanche ricordavano il nome del candidato della Cdl, né gliene importava; "l'importante è cambiare", ripetono in tanti. Ma non è stata né la rivoluzione, né l'avanzata della destra. Piuttosto, un ritorno al passato. Una maggioranza quieta e silenziosa, che non applaude ai comizi, che non sventola bandiere in piazza, e che sembra voler tornare ai tempi della vecchia Dc. Mentre Rifondazione diventa invisibile, An arranca, i Ds sprofondano e la Margherita fa flop, Forza Italia e Udc insieme raccolgono quasi il 50% dei consensi. E resuscita pure il garofano socialista, mentre riaffiorano qua e là personaggi della vecchia classe politica. Il voto del cambiamento si rivela così il più centrista e conservatore degli ultimi dieci anni. Molti sembrano sperare nel "miracolo gaetano", molti ci credevano così tanto da esser passati dalla sinistra alla destra nel giro di tre mesi. Per il centrosinistra, e anche per Rifondazione, una mazzata: l'ennesima bocciatura (non senza colpe) di un'esperienza di governo, pure se a livello locale, mentre il Polo fa il pieno di voti nei quartieri popolari; tra gli imprenditori e gli affaristi ma anche tra gli operai e i pensionati, e tra un buon numero di giovani.

 

Così, in un lunedì caldo, buono per fare un bagno, cade l'anomalia gaetana, il già decrepito fortino rosso, crolla senza sparare un colpo.

Era già nell'aria, come un senso strisciante, questo "bisogno di cambiare". Cambiare, anche senza sapere dove, verso cosa, e a chi giova. Per protesta, per adeguamento e per rivincita. 

 

 

25.05.02 - Ultimi comizi: urla, dolcetti e invocazioni

 

Sventola bandiera blu quest’anno sul mare di Gaeta. E rimarrà ancora un sindaco rosso, dopo le elezioni? L’azzurrino del centrodestra ha già conquistato tutto il circondario, la Provincia, la Regione. Il governo di Roma, persino l’Europa si volta da una parte. Il 13 maggio di un anno fa Berlusconi fece il pieno. Oggi, arriva l’onorevole e sente “profumo di vittoria”. Sembra l’ultimo fortino, ma non vuol dire niente. La gente per le strade è delusa, vuole cambiare, senza guardare tanto dove andrà a parare. Otto anni di una sinistra sempre più apatica, che tenta con “l’uomo nuovo” un po’ di convincere e un po’ di farsi perdonare. E la destra ha deciso che non può che essere il suo momento: gli elettori sono stanchi, le istituzioni a tutti i livelli sono amiche, loro possono anche pensare a litigare e a preparare la spartizione dei posti.

 

Il venerdì è l’ultima serata della campagna elettorale. Gira l’auto del centrosinistra con la musica de “La vita è bella”, e passa il camper imbandierato del candidato sindaco della Casa della Libertà, e dietro incombe un camion ancor più grande, è quello di un aspirante consigliere del centrodestra. I maligni sussurrano di rivalità, perché il sindaco voleva farlo lui, e ha pure la foto con Re Silvio, che ci ha tappezzato la città.

 

Piove, ma la gente esce lo stesso di casa. Non ci si fida neanche del tempo, qui. E sarà pure la pioggia a spostare i voti, in questa incerta sfida? Nella piazzetta del Borgo c’è il gruppo di Rifondazione, col giovane candidato Pavone. Piove, e si rompe pure l’amplificatore. “Quelli di Forza Italia hanno l’amplificatore da cinquemila watt e le luci psichedeliche, però non hanno niente da dire”, commenta un candidato. E sul dio della pioggia che bagna un po’ la serata dei comizianti, ognuno dice la sua. Di Ciaccio del centrosinistra afferma che “Giove è stato clemente con noi”. Magliozzi, candidato di centrodestra, mentre smette di piovere non esista a infilare Dio nelle file della Casa delle Libertà:  “Anche il Padreterno è con noi!”,  e la folla esulta. A fine serata, tocca a un esponente del partito del sud, testimonial del candidato Ciano, invocare addirittura per il 26 maggio l’assistenza della Santissima Trinità.

 

Girano santi anche nei sondaggi. Il partito del sud punta sull’effetto-sorpresa, stile Le Pen, e fa sapere di stare di un 5% avanti a tutti. Magliozzi punta al plebiscito, l’onda lunga del cambiamento berlusconiano, magari già al primo turno. Di Ciaccio fa sapere agli amici che lui non gioca mai a perdere. La madre di Pavone dice di aver avuto in sogno Rifondazione al 35%. Alla fine, domani o tra altre due settimane, qualcuno vincerà e qualcuno perderà.

 

Oggi, tutti possono ancora provarci, mentire o illudersi. Damiano Di Ciaccio (centrosinistra) va all’attacco: “Dall’altra parte già litigano per spartirsi il potere. Hanno fatto dire al ministro Marzano che questa è una città degradata. E appena se ne è andato hanno ricominciato a scannarsi per le poltrone. Sono infamanti! Non si vergognano?” C’è il sindaco uscente sotto il palco. Ma l’aspirante successore prende le distanze, come per rassicurare i troppi delusi dalla sinistra, come ammettendo un errore: “Abbiamo molte cose in comune, ma siamo due personalità diverse, due modi diversi di agire. Sbaglia chi parla di continuità!”.

 

Il candidato di centrodestra Magliozzi si porta dietro tutto lo stato maggiore della Cdl. L’europarlamentare, il deputato, il consigliere regionale e lui che è pure provinciale, grandi pacche come tra vecchi amici. Parlano di finanziamenti, promettono miliardi. "Perché il centrodestra comanda - comanda, non governa - già a tutti i livelli". Come se per queste cose contasse il colore politico prima che i progetti. E forse sarà tristemente vero. “Perché in Romagna si può costruire sulle spiagge e sul Tirreno no? La sinistra ha sempre aiutato le sue regioni, e ha lasciato noi nella miseria!”. Magliozzi va giù duro, e la piazza piena è con lui: “Ho trovato a Gaeta una situazione di degrado. Voi non avete idea. Un paese da terzo mondo, di massimo degrado. La sinistra ha imbruttito questa città, ha imbruttito anche le facce dei gaetani! Basta! Noi vogliamo far ridere la gente!”. E qualcuno effettivamente ride, e forse non si rende conto.

La piazza è calorosa. In giro, qualcuno fa sapere che c’è una sanatoria pronta per gli abusi edilizi. Altri si lamentano, si lamentano, si lamentano. Magari vivevano nel terzo mondo e non se ne erano mai accorti. Forse basta sanarlo. L’onorevole fa sapere che Berlusconi sta lavorando per tutti noi. Alla fine, sale un anziano signore sul palco con un mazzo di rose rosse, e urla “Viva Magliozzi! Viva Forza Italia!!”. Lo stesso che fino a pochi giorni fa andava in giro con un cartello e protestava per non essere stato assunto al Comune.

 

Il candidato consigliere di Rifondazione Picazio dal palco avvisa la piazza: “Il candidato del centrodestra Mario detto La saliera, peraltro simpaticissimo, distribuisce dolcetti sul corso. Pensano di usare gli stessi metodi degli anni 50, quando si usavano i pacchi di pasta. Ma voi gaetani non ci cascate!”. Alle nove sale sul palco Antonio Ciano, il partito del Sud. E anche lui commenta i dolcetti di “Mario La Saliera”: “Attenzione gaetani, questi dolcetti saranno molto amari dopo le elezioni!”. E poi promette: “Se non mi fate sindaco mi dovrete sopportare per cinque anni in consiglio comunale!”. Ciano ci mette tutta la sua foga: “Mi hanno accusato di aver messo troppa storia nella mia campagna elettorale, ma Gaeta è una città derubata dalla storia! Vedo qui davanti a me Enea, Pitagora, Ulisse, Caboto. E stasera ho visto qui le chiacchiere di Fazzone! (presidente del consiglio regionale, di Forza Italia. NdA)”. Da Pitagora a Fazzone, paragone impietoso effettivamente. “Riusciranno Di Ciaccio o Magliozzi a fare grande Gaeta?”. Il bello è che Di Ciaccio, dietro il palco, ascolta, sorride e risponde no con la testa. “Ci vuole un sindaco forte, che va da Storace, va da Berlusconi e gli dice ‘Tu ci devi questi soldi! Ci devi restituire le terre del Demanio!’ Sennò noi gaetani ce ne andiamo. Noi eravamo confederati con la Spagna, e con la Spagna possiamo tornare! Basta con la colonizzazione dei padani! Venga qui il presidente Ciampi a chiedere scusa per i morti del risorgimento, per le foibe dei piemontesi, così come il presidente tedesco ha chiesto scusa per lo sterminio di Marzabotto! (...) Io lo so che la Digos è qui, ci sta ascoltando, e io dico, ascoltateci! Noi siamo per l’unità d’Italia, non per il dominio dei padani!”. Ciano ci mette così tanta passione, che appena sceso dal palco si sente male. Un calo di pressione, “ha una certa età, ma non si arrende mai” commenta qualcuno.

 

Finisce così la campagna elettorale. Ciano che si avvia verso casa, sorretto da due amici, Di Ciaccio con la pizza e il vino rosso, Magliozzi in qualche ristorante a progettare i posti in giunta, i compagni rifondaroli a parlare sul muretto. Non sarà un mucchio di voti a cambiare il mondo. E forse nemmeno questa città.

 

 

23.05.02 - Voti, promesse e sanatorie

 

Ho fatto due conti e ho scoperto che qui a Gaeta, dove fra tre giorni si vota per rinnovare il sindaco e una ventina di poltroncine in consiglio comunale, abbiamo un candidato ogni novanta abitanti. Fanno duecentodieci aspiranti che perlustrano il territorio, stringono mani, si fanno vedere al mercato, organizzano cene e partite di calcetto, distribuiscono biglietti (leggo da Galletti che qualcuno ha perfino inventato il "santino elettorale" con annesso calendario dei Mondiali di calcio), elargiscono promesse, invitano onorevoli a fare da testimonial, si specchiano nelle loro immagini sparse per la città. Dietro a tutto questo c'è la parte "non ufficiale" della campagna elettorale: voci, calunnie, finte promesse di voto, autentici scambi di favori, cose che si sanno ma non si dicono.

 

Qualche giorno fa mi hanno infilato sotto il portone un foglio fotocopiato e stampato in proprio. Si vede la foto di una casa, una mediocre villetta nel verde. Probabilmente abusiva. E si dice che, se verrà rieletto un tale dell'UdC (centrodestra) come consigliere, questo e altri obbrobri verranno irrimediabilmente sanati. E l'ignoto autore ci ricorda una proposta di sanatoria già avanzata da questo tale nel vecchio consiglio, e ora un punto del suo programma in cui si propone, senza tanti giri di parole, di facilitare l'edilizia e allentare i vincoli ambientali.

 

L'edilizia è uno dei problemi forti, e magari un po' imbarazzanti, che aleggiano dietro la campagna elettorale gaetana. Gaeta, infatti, messa così com'è (ovvero circondata dal mare, disseminata di reperti storici, di fauna e flora protette, con sette spiagge e un parco regionale nel centro della città) è tutta un vincolo paesaggistico. E, come prevedibile, è tutta un abuso. Ristoranti, baracche e una superstrada costruite sulle dune di ponente, maxihotel a dirupo sul mare, obbrobriose villette vista spiaggia, case popolari edificate nell'ex fortezza medioevale, proprio sotto al castello. E poi c'è il degrado dei quartieri periferici, quelli del mattone selvaggio anni 90. E ancora i costi proibitivi di affitti e abitazioni, e quasi tutti per trovarne una sono costretti a spostarsi nei paesi vicini. E la paradossale situazione del cimitero (pure oggetto di volantini con sarcastiche vignette...): costruito nell'800, circondato di case e palazzoni negli anni 60, una nuova sede in zone più adatte finita nel fango e nelle inchieste giudiziarie negli anni 90, ora in perenne emergenza (compresi periodici scandali per riti esoterici e altrettanto inquietanti commerci di loculi).

 

Un intreccio, dunque, di case, commerci, piccoli e grandi abusi, emergenze da risolvere, favori personali e voglie di sanatoria. Che non può certo sfuggire ai candidati in cerca di voti. Il candidato della casa delle libertà Magliozzi vuole liberare Gaeta da lacci e vincoli, ridando fiato ai proprietari e ammiccando su qualche sanatoria o buona deroga, con la complicità delle istituzioni amiche. L'avversario di centrosinistra Di Ciaccio nel suo programma dedica un dettagliato capitolo a "l'edilizia semplice": semplificare le pratiche, eliminare certificati e controlli di troppo, facilitare gli interventi. (ricorda il programma berlusconiano di governo di un anno fa ma forse su certi temi si tende al bipartisan). La sinistra ambientalista si oppone, mugugna da sola, ma pochi la staranno a sentire. E sono molti invece ad avere un pezzo di terra da sistemare, una villetta vista mare o qualcosa da sanare. E, notoriamente, un voto di paese più che un atto di fede o un attestato di fiducia è una piccola cambiale, neanche tanto in bianco.

 

 

20.05.02 - Pallone, musica e tiella: per un voto in più...

 

L’altra sera su una tv locale c’è stato il confronto tra i quattro candidati a sindaco di Gaeta. La formula era un po’ come quella delle vecchie Tribune politiche: un conduttore, quattro interventi, tre minuti per uno, solo che invece della clessidra c’era il cronometro. Nessuno, ovviamente, che azzeccasse i tempi.

 

Antonio Ciano, del suo Partito del Sud, fa il provocatore della situazione: sfora i tre minuti, accusa candidati e deputati, il conduttore prova addirittura a toglierli l’audio. Come al solito, il leader maximo del sud, un simpatico incrocio tra Le Pen e Masaniello, attacca con le sue teorie del revisionismo meridionalista, e il suo best-seller “I Savoia e il massacro del Sud”. Il fatto è che su questi temi storici, della contrastata unità d’Italia alla questione meridionale tra Borboni e Savoia, potrebbe anche avere qualche ragione e molti storici ne discutono. Ma farne un partito, venir fuori con la colonizzazione del Nord, “che Gaeta il Regno d’Italia non l’ha mai riconosciuto, e noi faremo causa agli scellerati Savoia”, candidarsi a sindaco per fare un casinò nel vecchio castello-carcere costruire il supermercato Comprasud, prendersela con “la sinistra risorgimentalista che governa l’Italia, che va da Berlusconi fino a D’Alema, espressione del potere colonizzatore del Nord”, ne fa una macchietta o giù di lì.

Lui ci crede davvero in quello che dice. Tanto da ridurre una ferita della storia a una polemica da paese. Che almeno ravviva il confronto cronometrato. Infatti succede che Magliozzi, il candidato del Polo, si offenda per la definizione di Ciano di “impiegato statale, che passa il giorno in questura a  mettere timbri per gli immigrati”, gli dia del maleducato, a momenti lo quereli. Nel confronto, Magliozzi ha la faccia abbastanza inespressiva ma rappresenta la destra rampante, quella che, con l’alleanza di provincia, regione e governo già in mano “ai nostri”  darà alla città ciò che si merita, e che la sinistra ovviamente non ha dato.

Il candidato ulivista Di Ciaccio si applica, si vede che ha studiato, direbbe lui a scuola, il programma e il modo di comunicarlo. E’ rilassato e accomodante; la sua è una continua invocazione di fiducia. Pavone, che rappresenta Rifondazione e Verdi, prova a imporsi, quasi a disagio, a far comprendere il suo programma. Non ce la fa a dirlo tutto, e rimanda l’occasione alla piazza.

 

Ed è per le piazza e per le strade che si gioca la propaganda di queste piccole elezioni. Scena quasi surreale in un grigio pomeriggio di domenica, strade desolate. Passa una macchina, e suona la musica del film “La vita è bella” e “la faccia da coniglio dal sorriso forzato” (come l’ha garbatamente definita Galletti) di Damiano Di Ciaccio, “datemi fiducia”. La voce che annuncia comizi o feste non c’è, solo la musica. La vita è bella, si, se mi voterete... sembra promettere implicitamente ogni candidato, dietro la retorica tremenda degli slogan (cambia con noi, cresce la città, un impegno concreto, al tuo servizio...), i tour promozionali nelle strade e le iniziative di ‘varietà’, magari un po' kitsh.  

 

I due candidati maggiori si combattono anche a colpi di spettacolo.

Massimo Magliozzi, della Casa delle libertà, ha allestito un torneo di calcetto in piazza, e la squadra vincitrice vince un week-end a Rimini (non quello delle elezioni, probabilmente). Slogan senza pudore: “vai al Massimo!”. Musica, spettacolo, animazione. Politica neanche a parlarne. E nel frattempo gira la città su un camper, che il suo avversario non esita a definire “la brutta copia di Stranamore”.  Damiano Di Ciaccio ribatte, tre giorni dopo in piazza, con “Gaetano è bello”: annuncia testimonianze di “gaetani orgogliosi”, il concerto di un cantante del posto che vinse il festival di Castrocaro l’anno scorso e degustazione di prodotti tipici. Anche l’aspirante sindaco del centrosinistra gira per i quartieri, e delle relazioni con la gente ne fa la sua bandiera e, promette, il suo metodo di governo. E può contare su molte conoscenze, un certa popolarità, un cognome peraltro molto diffuso, molte reti di relazioni. E una cittadina di ventimila abitanti avere buone reti di relazioni vale quanto avere un po‘ di reti televisive in un Paese di cinquantasei milioni di abitanti. Tra un calcio al pallone e un assaggio di tiella, cosa non si farebbe per un voto in più.

 

 

17.05.02 - Delusi e disillusi dal palco dei comizi di fronte al mare

 

L'altra sera sul palchetto dei comizi di fronte al mare, è arrivato Fausto Bertinotti. Lo ha portato il candidato della lista Rifondazione comunista più Verdi, che ormai ha lasciato l'amministrazione, non facendola cadere per un soffio, e corre da sola. Solita storia. "Abbiamo lasciato questa sinistra che fa il gioco della destra, che cerca il potere e non il bene della città".
Ho rivisto la mia prof. di inglese. "Ci vuole la rivoluzione". Be' certo, ma anche l'unità... se no, poi come in Francia. "Ma guarda io in Francia non avrei mica votato Chirac. Meglio se vinceva Le Pen. Almeno il popolo capiva, finalmente scoppiava una nuova rivoluzione francese. Così si cambia". Io sono biecamente della sinistra di governo, alla fine, pure turandomi qualcosa, voto utile, fosse Rutelli o Damiano Di Ciaccio... "No, se si andrà al ballottaggio tra Magliozzi e Damiano io non voto, non serve."

 

A sentire Bertinotti la piazza si riempie. C'è una vecchia signora in carrozzella sotto il palco, e si commuove quando 'il compagno Fausto' l'abbraccia. Ci sono molti giovani. Un centro sociale a Gaeta, è un punto forte di Pavone, il candidato di rifondazione, insieme al bilancio partecipativo, il famoso modello sociale di Porto Alegre (quello che piace anche a Veltroni, che i vertici "glocal" però li fa con la Banca Mondiale...).
"Questa città ha risorse infinite di lavoro, e invece ne godono solo pochi gruppi, poche famiglie. Condizionata dal potere, quello esterno della Nato, che mette le mani su tutta la città, e quello interno dei 'padroncini' che pensano ai loro interessi, che abbandonano la collettività", dice Bertinotti. "Come un altro mondo è possibile, anche un'altra Gaeta è possibile". E applaudono anche da dietro il palco, dall'ex bar sul corso, ora sede dell'avversario di centrosinistra Di Ciaccio.

 

E guardandomi intorno, penso che la politica, anche questa piccola della mia città, è fatta di facce, di sensazioni. Quelli che vedo qui sembrano che ancora vedano e credano oltre. Lo so, non hanno niente da perdere e sicuramente niente da vincere. Sono qua col cuore più che con la testa, però da altre parti sembra già che si stiano preparando a distribuirsi la torta. Qui vedo parecchi giovani, interessati. L'altra volta, sono stato alla presentazione (affollata e applaudita) del candidato mio omonimo del centrosinistra. E di giovani eravamo meno, e ogni tanto ci annoiavamo anche un po'. Sembra brutto dirlo, ma quelle facce erano già disilluse, corrotte dalla vita. Forse è un male guardare la politica con le facce e con le sensazioni. O forse il più grave errore di questi anni è stato proprio ignorare, emarginare questo aspetto. E ritrovarsi adesso a cercare vie di fuga, pericolose o ingenue, da una politica senz'anima.

 

Dietro il palco, vedo un professore delle medie, ora sta coi Ds. "Anche io applaudo Bertinotti, mi ha acceso, col cuore do ragione ai compagni di Rifondazione, certo che, oggi, se avessi vent'anni anch'io... perché si, pure io, certe volte mi chiedo - ma che ci faccio qui?". E che ci faccio qui, anche io, quando sento un candidato della Margherita dire che questi di sinistra è gente che non ha mai lavorato, politici che nella vita non hanno fatto altro; bisogna produrre, invece. La politica vista dai comizi e dalle urne di provincia, stride ancora di più. Gli ideali e gli affari, i favori e le visioni, i grandi progetti e i compromessi, le grandi idee e i piccoli uomini. Il mare davanti è grande, e il palco dei comizi sembra ancora più piccolo.

 

 

15.05.02 - La rivoluzione non si può fare: ci conosciamo tutti 

 

Il paese, quello con la p minuscola, scivola verso le elezioni amministrative. E Gaeta, pigramente sdraiata sul mare nel tepore primaverile, con i suoi ventimila abitanti, quattro aspiranti sindaci per undici liste e un paio di centinaia di candidati alla ricerca di un posticino in consiglio comunale, non fa eccezione. Aspetta, ma non spera più di tanto. Dopo otto anni di gestione corretta ma non esaltante del centrosinistra, la cosiddetta Casa delle Libertà è come al solito favorita, pure se in una sfida che potrebbe essere all’ultimo voto, con l’aggiunta della lista solitaria Rifondazione/Verdi e del quasi folkloristico Partito del Sud.

 

La politica vista da qui non fa sognare ma, a volte, fa divertire. Le grandi architetture degli ideali sono lontane, al massimo da qui si può toccare qualche bullone, magari fuori posto. Come si dice, la rivoluzione non si può fare: ci conosciamo tutti. L’attività più diffusa di questi giorni è la collezione dei ‘santini’ elettorali, di tutte le facce e di tutte le bandiere. Spuntano fuori dalle cassette della posta, dai tergicristalli, dalle borsette di vecchie zie o dalle giacche di ex professori, al termine di un incontro o di una conversazione. La campagna per i consiglieri comunali è quasi un gioco di società, un monòpoli di conoscenze e riconoscenze, di personaggi magari votati solo dai più stretti parenti, quasi per carità morale, o di infinite e inmantenibili promesse ad amici o colleghi. La politica c’entra poco, d’altronde un consigliere comunale, fosse pure la reincarnazione di Lenin, non vi cambierà mai la vita. Altro fenomeno tipico sono i lavori in corso, quelli palesemente pre-elettorali. Come se la campagna elettorale fosse il momento più propizio, oltre che il più sospetto, per asfaltare strade, potare alberi, mettere nuovi cassonetti.

 

Nella politica dei municipi gli ideali fanno i conti con gli interessi, la politica fa i conti con l’amministrazione quotidiana. Eppure fa più politica un sindaco ad amministrare la sua città che non un deputato a schiacciare pulsanti a Montecitorio. È qui, nel Comune, che forse si fa la vera politica, sul campo, quella della gente, che si tocca con mano. Il problema è il solito: c’è ancora spazio, nell’amministrazione, nella gestione, per gli ideali, per la destra e la sinistra? O sono solo visioni? La storia è sempre la solita, di questi tempi. C’è chi pensa che l’importante sia il governo, gestire bene, amministrare e accontentare, la politica come una cosa da funzionari. E poi, chi si rifugia negli ideali, nella politica anti-sistema, un altro mondo è possibile, da destra o da sinistra. L’amministrazione è una cosa –e lasciateci govenare-, gli ideali, i grandi progetti, un’altra. Succede in Europa, è successo in Italia, e ce lo diciamo anche sotto al palchetto dei comizi di fronte al mare.

 

Qui si vota per un sindaco, che è più un manager che un politico. Allora, ha ancora senso menarsela con la vecchia storia della destra e della sinistra? Un candidato per il centrosinistra mi dice: “Ma in fondo, le differenze sono cadute, quali ideali... noi più che mettere una pagina in più di programma, un po’ d’attenzione per il sociale e queste cose qua, che possiamo fare?”. Già, che possiamo fare? Forse la differenza bisogna andarla a cercare nei metodi più che nei programmi. “Non ci faremo condizionare dai poteri forti” ripete sempre il candidato del centrosinistra. E l’affermazione può sembrare vaga, ma se veramente qualcuno penserà di farlo sarebbe un bel colpo. Perché in una cittadina come Gaeta i poteri forti ci sono. Gli interessi delle categorie, dei pochi che gestiscono affari e turismo (un esempio: basta fare un giro di telefonate per accorgersi che qui c’è un’oligarchia di pochi alberghi e altrettante ‘grandi famiglie’ e che se uno volesse farsi un weekend pagherebbe prezzi da hotel a cinque stelle, senza che lo siano), dei soliti noti sempre ai posti giusti... È questa la trappola mortale che uccide il cambiamento, che disillude la gente, che affloscia la politica. La verità, inutile nasconderselo, è che Gaeta è una città tendenzialmente conservatrice. Qui ci sono stati assedi non rivoluzioni, una fortezza, e si è giocato sempre in difesa.

 

C’è un esempio perfetto, proprio qui fuori dalla finestra di casa mia, per capire qualcosa di questa città brontolona. E per provare a scoprire, dal concreto, qualche differenza tra i programmi e i candidati, che dicono le stesse cose, ma forse è meglio vedere come le dicono. L’esempio è l’Avir. Ovvero questo residuo di archeologia industriale nel centro della città, tra la spiaggia e il corso principale. Una fabbrica del vetro, con tanto di capannoni, ciminiera e cocci rotti e stazione in disuso, chiusa e abbandonata da oltre vent’anni. È l’anomalia di questa città, questo grande terreno abbandonato ma preziosissimo. Tutti d’accordo: bisogna usare questo spazio. Ma come? Banco di prova perfetto: come un foglio di carta bianco, e che ognuno ci disegna quello che vuole. Come vede la vetreria, un po’ come vede il mondo. E le differenze ci sono. Il centrosinistra di governo parla di mettere insieme interessi pubblici e privati. Vengano a fare affari, ma mettiamo dei paletti, dei limiti. Per accontentare sia il pubblico che il privato, però, si finisce per non far niente. Dopo otto anni ancora niente si è mosso, e stavolta ci si riprova.
Il centrodestra da spazio all’iniziativa privata “chiavi in mano”: mettere in circolo denaro e fare affari. Che poi tutti avranno la loro fetta di torta. È il neoliberismo, bellezza. Rifondazione, la sinistra dura e pura, punta sul pubblico. Il bene della collettività, e non gli interessi del capitale. Piazze, verde, l’università del mare. Il partito del Sud, recita il suo copione. E propone la costruzione di un supermercato di soli prodotti meridionali, il “Compra Sud”: “basta con la colonizzazione commerciale del Nord che affama i nostri commercianti”.

 

Ognuno recita la sua parte. Chi ci crede davvero e chi fa solo i suoi comodi. Chi ti sommerge di bigliettini e chi a stento otterrà i voti dei parenti stretti. Chi cerca i grandi ideali e chi sa che in fondo, come da secoli, ‘o Francia o Spagna purché se magna’. Questo paese non cambierà, mai. Poi arriva Bertinotti e dice che “si, come un altro mondo è possibile, anche un’altra Gaeta è possibile”. Almeno provarci.

 

 

28.04.02 - Gaeta 2002, tra orgoglio e disincanto

 

Una città di provincia, come tante. Come tante, ma particolare. Per il semplice fatto che è la mia città, e questo non riesce a rendermela proprio indifferente. Ventimila abitanti, millenni di storia, un passato quasi eroico e un futuro abbastanza sprecato. Una vecchia fortezza reale, c’erano anche le vecchie imponenti mura, saltate in una notte del 60 col boom imprudente dei soldi e del tritolo. Dunque, una città che ha sempre giocato in difesa, e dove anche oggi persiste quel sentimento di orgoglio e disincanto. Verso sé stessi e verso quelli che arrivano, magari i turisti di oggi visti quasi come gli invasori di ieri, i cafoni maccheronici da spiaggia come “li turchi” di qualche secolo fa. E’ bella si, ma di una bellezza menefreghista, neorealista, senza trucco. Tanti ne ha sedotti, troppi hanno provato a scuoterla. Romani, angioini e aragonesi, borboni, papi in esilio, savoia e fascisti, cinquant’anni di democristiani tra euforia da boom e inerzia pre-tangentopoli e, ultimi, otto anni sul filo del centrosinistra, scivolati via con qualche buona idea, molte mancanze e poco coraggio (si, anche qui, nel nostro piccolo, è andata così). Dopo tanti comandanti e molti assedianti, anche una città impara la lezione del conformismo. Le Due Sicilie, il Papa, Mussolini, la DC. Conformismo e poco coraggio. Un gaetano ha sempre da ridire sulla sua città, ma niente lo preoccupa più dei suoi interessi. Si parla, si lavora, si campa, ma lo sguardo poche volte va al di là del proprio naso.

 

Il 26 maggio anche qui si voterà per le amministrative. Riecco la mandria di aspiranti assessori, falliti consiglieri, ambiziosi sindaci. Qui lo scorso anno il centrodestra sbancò, oltre la metà dei voti. Qui c’è una sede del Lazio di Forza Nuova, movimento neofascista. Qui forse un rasta sarebbe guardato con diffidenza, ma nessuno si turba per i teppistelli in giubbotto nero e coi capelli rasati. La destra si propone come prima cosa e come al solito di non fare prigionieri, ovvero espugnare l'ultimo comune ancora "rosso" di una provincia, di una regione, di una nazione in mano alla destra. Ma potrebbe farcela anche il candidato del centrosinistra, Di Ciaccio, mio omonimo (ce ne sono tanti da queste parti). Mi ha colpito la piccola strategia berlusconiana della sua campagna elettorale, bruciando sui tempi gli avversari con una serie di manifesti senza riferimenti politici: punta sull'immagine, lo slogan, l’uomo del fare, il non-politico. E piazza la sua sede elettorale nel centro del centro del paese, dov'era uno storico bar, dove c'è il passeggio e il cinema, dove (capolavoro di comunicazione) viene montato il classico palchetto per ogni comizio. Ha capito molto, è una strategia vincente. E furba. Preannunciando il programma ha lasciato perdere le solite parole d’ordine, la solita tiritera di ogni candidato locale dalla notte dei tempi: porto-turismo-lavoro-pedemontana eccetera. 

Si è concentrato, nella fase iniziale, sulla famiglia, sul disagio, sull’amore per la città, sulle pubbliche relazioni, sullo stile confidenziale. Dopo otto anni evidentemente c'è ancora parecchio da fare (e, forse, parecchio che non è stato fatto). La sinistra invece, quella che ancora rivendica di esserlo, quella che non rinuncia al rosso almeno sui manifesti e sulle insegne (ma il blu fa più fine, secondo l'altro candidato), dopo aver abbandonato la maggioranza anche qui si presenta da sola. E per un eventuale ballottaggio rivendica il non-voto piuttosto che appoggiare l'ulivo. Integerrimi, ma masochisti. E poi non manca il folklore, il nostalgico borbonico, quello del Partito del Sud. Un masaniello demodè, un Bossi casareccio, un Le Pen alla buona (attenti al secondo turno...). Sembra crederci, almeno lui, tra un attacco al risorgimento e una botta alla classe politica corrotta. Perché il resto non è che un dolce stato vegetativo. Da una parte e dall’altra si è vista gente poco convincente, piuttosto miope e un tantino trasformista. Non mi ha mai entusiasmato la nostra politichetta locale, profondamente inadeguata. Non basta la buona volontà, e l’ordinaria amministrazione. Ci vorrebbe coraggio, coraggio. Abbandonare le piccole fortezze politiche, economiche, di comodo, e sparare qualche colpo.

 

E noi la trattiamo male Gaeta, però staremmo ore a guardarla quando arriviamo col treno e si apre il panorama delle montagne e ce la ritroviamo lì, imperturbabile e bellissima, distesa sul mare. O quando passiamo per  certe sconosciute viuzze (quanto ha di sconosciuto questa città... una virtù forse, ma frutto di tanti vizi), o se ci capita di entrare in quel vecchio gran castello (abbandonato). O se ci si apre l'animo di fronte al mare abbracciato dal golfo, che abbraccia noi e questo lembo di terra, verde, case, persone. La vorremo meno rassegnata, schiacceremmo un po’ di parassiti, ma poi non aspettiamo altro che andarcene via. E qui rimangono solo i vecchi e i nullafacenti. E’ loro la città. Delle giubbette nere, della fallita vanità di quelli che sfrecciano otto volte in una sera in piazza su loro bolidi sgommanti e a tutto volume, dei vecchi rassegnati, degli sputasentenze da bar, di tetri commercianti, delle casalinghe che hanno l’imbarazzo della scelta, in una città dove puoi trovare un detersivo ogni due metri ma un libro solo se sei fortunato. E ovviamente non è solo questo: ci sono ragazzi entusiasti, persone che si impegnano, che portano avanti progetti. Quello che manca è il grande respiro. Il potere e gli interessi così come la buona volontà restano nelle mani di pochi.

E tutti si lamentano, tutti hanno qualcuno a cui dare la colpa di qualcosa. Ma in fondo, è quello che ci si merita. La amiamo così Gaeta, anche a costo di dire in faccia che la vorremmo diversa. Però dovremmo essere diversi anche noi.

 

 



 

RISULTATI

 

Massimo Magliozzi

59,40%

(FI - An - nuovo Psi - UdC)


 

D. Di Ciaccio 28,88%

(Ds - Margherita - Di Pietro - 2 civiche)

 

L. Pavone

5,93%

(Rifondazione + Verdi)

 


A. Ciano

3,19%

(Partito del Sud)

 

 

liste:

1)Forza Italia 33,9% 

2)UdC 14,3% 

3)Ds 11,6%

 

affluenza: 75,7 %