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Comunali 2007.
Diario elettorale
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
maggio/giugno 2007
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La vera
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12.06.07 - L'Americano Raimondi conquista Gaeta
Anthony l'Americano ce l'ha fatta. Questo
ragazzo un po' cresciuto che recita poesie ai comizi e studia il colore
della giacca da indossare in tv, che parla di rivoluzioni di velluto e
caste politiche di abbattere, cita Kennedy e Don Bosco, offre rose alle
elettrici e babà agli avversari, sottobraccio a due "listarelle" civiche
della società civile, oggi si ritrova sindaco di Gaeta. Il risultato del
ballottaggio è stato netto: 7444 voti per Antonio Raimondi, il 56,1%,
contro i 5825 andati al suo avversario della Cdl ed ex sindaco Massimo
Magliozzi, fermo al 43,9%. Anthony ora guarda la piazza pienissima che
lo accoglie festante, i cori che urlano libertà libertà, un tricolore
che sventola. Ammira la strategia che lo ha portato fin lì. Contempla le
truppe del Capitano Magliozzi mandate gambe all'aria, crollate sulla
loro stessa avidità di potenza. Osserva le truppe umiliate del
centrosinistra, scavalcate al primo turno e che ora vengono a baciare e
stringere la mano, credendo di sentirsi un po' meno sconfitti. Scruta la
fila di quelli sempre pronti a salire sul carro del vincitore, pur di
tirare a campare. Se ne sta lì in piedi, dinoccolato e sorridente. Nei
suoi occhi soddisfatti passa un lampo di timore. "Ora viene il bello -
pensa - ma pure il difficile".
Ringrazia tutti Raimondi, ma sa che la vittoria è solo sua. È una
"rivoluzione dal basso" che ha finito per spazzare via, in due tappe,
"una metodologia politica ormai abusata". Lui la spiega come se fosse
una battaglia navale: "siamo entrati in mezzo ai galeoni di quella che
sembrava l'invincibile armata e, con barche piccole e snelle, li abbiamo
affondati". Nel giro di un anno il venticello di libertà di una squadra
di visionari è diventato un uragano, che ha travolto tutto quello che ha
trovato. Ma, allo stesso tempo, ha trascinato dietro di sé una marea di
forze nuove, una "classe emergente" finora delusa ma pronta a
impegnarsi. E soprattutto un nuovo modo di parlare alla gente, di
restituire passione a una politica che sempre più spesso appare
intorpidita e chiusa in se stessa. I "vecchi" dei partiti non hanno
capito, non hanno letto le intenzioni e i sentimenti dei loro
concittadini, hanno sfrontatamente riproposto liste con accozzaglie di
nominativi, un concorsone spudorato di 320 aspiranti consiglieri. Così,
per la prima volta, a Gaeta i partiti tradizionali hanno lasciato il
posto ad una maggioranza, espressione della società civile. Un consiglio
comunale rinnovato, privato di molte sue vecchie cariatidi da entrambi i
poli. Scrive Lince su Telefree.it: "Ha trovato un terreno fertile
l'Americano perché la gente era stanca. Stanca di questo centro destra,
avvinto come un pitone alla preda da stritolare e stanca di questo
centrosinistra, vacuo e inane come un buco di ciambella. E infatti sono
caduti entrambi, come cadono gli dei quando non sono più riconosciuti
tali". Tutto ciò ricorda la situazione nazionale, in questi italici
tempi agitati di crisi della politica e sfiducia generale nei partiti?
Il nuovo sindaco si lancia in spiegazioni ambiziose: "Siamo in una fase
peggiore del '92 quando in pochi mesi Mani Pulite ha spazzato via la
vecchia nomenclatura. Ma la rivoluzione di cui oggi Gaeta è alla testa è
una rivoluzione che non stiamo facendo con Di Pietro, ma che parte dal
basso, dai voi cittadini. C'è aria di primavera nella nostra città, di
una innovazione che toccherà tutta l'Italia e di cui noi siamo
portatori".
La lunga campagna gaetana è stata globale e locale al tempo stesso,
strapaesana e ultramediatica in un colpo solo, all'americana e all'amatriciana
in un solo piatto, esotica ma pure provinciale. E in questo caldo lunedì
di giugno Gaeta festeggia il suo nuovo sindaco con un tifo quasi
calcistico. Caroselli, clacson, cori, abbracci, lacrime. Anche gli
osservatori più navigati delle faccende locali devono ammettere che mai
si era visto un fenomeno di tale portata nel paesone gaetano. Fa effetto
se si pensa alla storica apatia gaetana, all'istinto conservatore della
vecchia fortezza decaduta, al sistema paesano sempre dominato da poche
oligarchie familiari. Fa ancora più effetto assistervi ora, in questi
tempi in cui la politica italiana sembra aver perso ogni capacità di
mobilitare passioni e speranze. Si dirà: serve il carisma. "Anthony ha
acceso in noi una scintilla" dicono alcuni fedelissimi della sua lista.
"Non mi era mai capitato in diciotto anni di vita professionale ma
stavolta ho pianto" confessa una storica cronista locale. Compassati
uomini di mezza età trattengono a stento le lacrime alla fine dei
comizi. Signore che confessano ai mariti, "Raimondi me lo sogno ogni
notte". Ragazzi che dicono, "guarda, mi ha fatto venire la pelle d'oca".
E gente che si gioca i numeri al lotto dati al comizio e vince. Si dirà
il carisma, si dirà la forza del leader. La nuova politica, arcaica ed
evoluta, razionale e magica al tempo stesso, è sbarcata pure sotto i
campanili di provincia.
È stata una campagna lunga e pesante. Meno male che al Comune c'era
l'imparziale commissario, viene da dire. Nelle strade della città è
corso di tutto: accordi e minacce, scambi e favori, insulti feroci e
perdoni sospetti. Ma bastava essere in piazza venerdì sera, a sentire
gli ultimi comizi prima del ballottaggio. Da un lato il comizio della
Cdl, col Capitano capopopolo dai piedi d'argilla a sbraitare sulla
folla, "il sindaco della gente", con un'aria cupa riempita di veleni e
avvisi sibillini, sintassi incerte, striscioni della curva ultrà. La
plebe che esulta alle ultime promesse: se vinciamo il Gaeta Calcio in
serie D e Gigi D'Alessio assessore. Dall'altro lato il comizio civico di
Raimondi, con parole di concordia, evocazione degli splendori gaetani
del boom, rose offerte alle signore, visione della città futura, strette
di mano collettive. La storia siamo noi in sottofondo, "e un po' di
giustizia per tutti". L'arroganza non ha pagato, il cinismo politico per
una volta ha alzato bandiera bianca, la visione di un futuro oltre il
proprio naso ha avuto la meglio. "Almeno, cazzo, ci hai fatto sognare"
gli dice un ragazzo sotto al palco, e in fondo la politica serve pure a
questo.
"Io sono un Ulisse che cerca la sua Itaca" dice di sé Anthony Raimondi,
gaetano nato tra i migranti di Sommerville, Massachusetts, che ha girato
il mondo da presidente di una grande ong di volontariato cattolico,
studiato la diplomazia internazionale, visto le infamie della povertà
globale, ma ogni tanto ancora ripensa alla sua Penelope perduta da
qualche parte a Itaca, "coi suoi capelli lunghi e neri... come sarebbe
stata la nostra vita insieme?" confessa nel suo libro. "Mia madre me lo
diceva, Anto' ma chi te lo fa fare a fare gliu' sindaco a Gaeta, ma
lassa perde". Ma come si fa a rinunciare se poi "la storia siamo noi, e
nessuno si senta offeso" come cantava De Gregori, come si fa se poi "la
gente quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con
gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare", e sotto il palco degli
ultimi comizi c'è gente che piange mentre quella canzone risuona
nell'aria della piazza di fronte al mare. "Ci vuole sempre un americano
per liberare Gaeta" ironizza il suo ex avversario centristra La Croix.
Non c'è angolo di Gaeta che Raimondi non abbia visitato, in compagnia
del suo fido Antonio Ciano, il tabaccaio e scrittore meridionalista che
con la sua tv di strada lo ha reso familiare all'audience cittadina,
definito come "il vero trait d'union tra i bassifondi umorali della
città e le pensate talvolta metafisiche del suo leader". La telestreet
Tele Monte Orlando, incredibile fenomeno mediatico di paese, minacciata
sotto elezioni e ora di nuovo a rischio di chiusura, è stata un volano
di partecipazione per le elezioni gaetane. Dice Erasmo Lombardi,
presidente dell'associazione che fa capo all'emittente: "Non avevamo
bisogno di fare propaganda per l'uno o l'altro candidato, ci bastava far
vedere le cose come stanno, mostrare i consigli comunali, le facce dei
politici". Così è stato in questi anni, e bastava questo a infastidire i
signorotti locali.
Dalla tv alle piazze, dal pane alle rose, dalla crisi della politica al
presunto malaffare messo in luce dal commissario prefettizio, tutto ha
concorso a solleticare l'istinto rivoluzionario del gaetano medio. A
scardinare tutte le serrature dell'immobilismo cittadino. Festeggia
adesso Anthony l'Americano. Portato a spalla dai suoi, abbracciato a
mezza Gaeta. Ripete che non abbiamo "cacciato Massimo Magliozzi", ma
messo un punto al vecchio modo di fare politica. La risalita sarà quanto
mai difficile, perché la casa comunale è in preda ad un collasso
politico ed economico, vittima di insipienze e sprechi amministrativi su
cui sono in corso delle indagini. "Adesso viene il bello - insiste
l'Americano - ma non lasciatemi solo".
08.06.07 - Il ballottaggio dei veleni
Furie che si abbattono nel venticello
della sera, abilità oratorie sfoderate come mitraglie, senza esclusione
di colpi, minacce che trasudano negli angoli della città. Alla fine di
una campagna gaetana che pare non finire mai vola di tutto. Stracci,
veleni e qualche insulto. Il Capitano e l'Americano battono palmo a
palmo il terreno della città, spuntano tra le frequenze radiofoniche e
televisive, conquistano i siti internet locali dove i loro ultras si
scannano allegramente. Una campagna al vetriolo, come nessun gaetano di
buona memoria ricordava. Pure il vecchio sindaco diccì Pasquale Corbo,
che ne ha viste tante e ora ha deciso di testimoniare il suo appoggio
all'outsider Raimondi, se ne è accorto a sue spese. Mesi fa l'aveva
detto: "Gaeta è una città bellissima, ma i suoi abitanti a volte sono
infidi, dotato di una formidabile capacità di odio". Pareva echeggiare
il solito epiteto gaetano della "razza caina". E perfino quel "paradiso
abitato da diavoli" a cui spesso Benedetto Croce paragonava il
Meridione. In questa settimana, il vecchio Corbo, si è ritrovato tirato
per i piedi dai suoi avversari, che ai suoi forbiti discorsi hanno
risposto in maniera, diciamo così, alquanto spicciola: "Ancora si
permette di parlare, ma se sta più morto che vivo!".
Quanti diavoli, insomma, si aggirano per il paradiso gaetano alla vigila
del voto. L'avvocato Matarazzo, immarcescibile marpione democristiano,
urla e sputacchia dai palchi dei comizi del centrodestra che Raimondi è
"un'idiota", per precisare subito dopo con tocco puerilmente sopraffino:
"nel senso greco del termine". E quelli delle sue liste civiche sono
"pirati senza anima, assetati di sangue". E giù con una valanga di
insinuazioni da lasciare intontita perfino la scafata platea dei sodali
del centrodestra. Pare già di sentire le cannonate sullo sfondo. E il
masaniello Antonio Ciano, a fianco del suo alleato Raimondi, gli replica
con una durissima invettiva, contro "gli avvocaticchi pidocchi", "i
delinquenti politici", "la casa delle libertà che presto diventerà casa
circondariale", rivela il compenso percepito da Matarazzo come avvocato
di quella autorità portuale su cui da un giorno all'altro cessò le sue
obiezioni, e poi mostra le carte - svelate dal commissario prefettizio,
su cui la Finanza sta indagando - degli sprechi e dei clientelismi del
Comune di Gaeta negli ultimi anni, con tanto di nomi, cognomi e somme,
figli, sorelle, mariti, amanti e chi più ne ha più ne metta. Si
attendono altre repliche, altre controrepliche. Si combatte senza
esclusione di colpi e senza riguardo per nulla. "Non ci capisco più un
cazzo!" declama il Capitano Magliozzi con le vene gonfie sulla nave che
affonda. "Ve ne dovete andare affanculo!" urla il pubblico di Antonhy
l'Americano pronto al sorpasso finale e lui senza scomporsi fa si con la
testa. Ai comizi la gente assiste in parte suggestionata e in parte
impassibile. Come se questi giorni di veleni e di urla fossero la
necessaria catarsi per un'epoca nuova, il rito sacrificale su cui
immolarsi di fronte al bivio che sancirà il futuro di Gaeta. E' una
scelta storica quella di domenica e lunedì? Si. E' uno scontro tra due
Gaeta al bivio? Insisto: si. E' una battaglia per riprendersi il futuro
dai diavoli che lo hanno sottratto agli abitanti di questo bel paesone?
Ebbene: si.
Il Capitano Magliozzi, insieme al suo Azzeccagarbugli di fiducia, non si
risparmia: la sua propaganda si accompagna a grida battagliere, a volti
contratti, e soprattutto a minacce, allusive o esplicite, intese a
intimidire. Gli slogan si tramutano in oscuri avvertimenti. "Mi chiamano
Sfaciacarrozze, e sono pronto di nuovo" dice amabilmente di sé
l'avvocato Matarazzo dell'Udc. Qualsiasi cambiamento deve apparire agli
occhi dell'elettore come un salto nel buio, dove non ci sono più
sicurezze e il panico è re. Il Capitano, isolato da tutti gli avversari
del primo turno che hanno scelto di sostenere il suo antagonista civico
al ballottaggio (ma senza apparentamenti ufficiali), perseguita fino
allo sfinimento Raimondi, in ogni confronto, dicendogli: "Dillo che ti
sei alleato con la sinistra, dillo!". E l'altro a smentire senza dargli
troppa corda, e sottolineare che nessun inciucio intaccherà la sua
ventata di novità. Alla fine tocca proprio a Raimondi, che pareva a
tutti l'antipolitico per eccellenza, presentarsi come colui in grado di
riscattare la politica dai suoi famelici custodi. Politica nel senso di
gestione e visione della polis, della città pubblica, e non politica
come furba compensazione di interessi privati. L'Americano vanterà forse
troppi amici ma la sua visione della società gaetana e dei suoi
problemi, nel confronto con la paranoia dell'altro, risulta assai più
realistica e sensata. Indica un orizzonte, ha costruito un gruppo di
volenterosi che pochi si aspettavano di vedere arrivare fin qui. Punta
il dito sul "sottoproletariato" schiavo di precariati e favori che il
suo avversario è riuscito a creare. Sarà in grado, forse, di porre fine
a un modo di governare che ha debosciato le energie di questa città,
riuscendo solo nell'impresa di costruire poderose trincee a difesa degli
interessi di qualche amico o di certi amici degli amici. Tuttavia,
speriamo che arrivi subito questo voto. Perché siamo alla frutta. Perché
la torta tanto agognata è già avariata.
Non è un bel clima. Basta girare, parlare, ascoltare. C'è chi prova a
spaventare i commercianti e chi minaccia di licenziare i dipendenti, chi
promette posti di lavoro e chi regala un buono benzina, chi si comporta
da padrone e chi non può far altro che vendere i suoi servigi, c'è chi
intimorisce la pluralista tv di strada Tmo e poi posa sorridente su
altre emittenti non meglio identificate che ritrasmettono il suo
destrorso faccione a orario continuato, c'è chi promette la serie D e
chi tira fuori dal cilindro una poltrona di assessore per Gigi
D'Alessio, c'è chi si sente ancora padrone della città, c'è pure chi fa
la faccia simpatica e poi infila un cinquantone nella scheda facsimile.
C'è di tutto in questo bel paese. Davvero la posta in palio deve essere
alta.
Tuttavia, in questa Gaeta meridionale, in questo paradiso indiavolato
dove mai le cose assomigliano troppo a loro stesse, si può affermare che
questa campagna elettorale più brutta è stata anche la campagna
elettorale più bella. Quella dove davvero si sono fronteggiate due
visioni diverse dello sviluppo della città, che nei prossimi anni
incrocerà snodi cruciali: dalle vecchie aree dismesse ai beni demaniali,
dal piano regolatore alla definizione delle attività portuali. Ma anche
una campagna attraversata dal fiume impetuoso del rinnovamento della
politica, segnata da nuovi rapporti mediatici, nuovi stimoli
dell'immaginario, che tuttavia non sono bastati a coprire la densa
coltre dei clientelismi e degli scambi. Una campagna che ha visto
ripopolare le piazze e le strade. Che ha perfino rispolverato la
questione morale. Che ha iniettato nuova linfa a una società civile che
sembrava persa e quasi arresa di fronte all'insipienza della classe
politica di professione. Da qui, dal mare disilluso di Gaeta partirà la
"nuova rivoluzione italiana" come dice Raimondi cavalcando l'onda
politica agitata di questa tempi? Non si sa, ma di certo le elezioni
gaetane mandano dei segnali che sarà opportuno analizzare.
Adesso però il rumore di fondo è ancora troppo forte. Per strada i
megafoni che invitano al circo ("animali mai visti!", pensate un po') si
mescolano a quelli degli aspiranti sindaci con i loro ultimi fuochi ("Raimondi,
l'ultima occasione", "Anna Tatangelo in concerto per Magliozzi" con
qualche passante che commenta malizioso "l'avranno pagata coi soldi del
Progetto Musica sotto inchiesta", e via così). Il paradiso è molto
agitato, i diavoli non si arrendono. Ma alla fine della fiera la carta
decisiva rimane in mano a quel soggetto fondamentale, che non è la
"gente" e non è nemmeno il "popolo". L'ultima carta rimane in mano a
voi, a noi, a me: al cittadino. Quel cittadino di cui, finita la festa
del voto, già molti sono pronti a dimenticarsi. E dunque. Come si
dovrebbe sapere, esistono due tipi di comportamento elettorale: il voto
retrospettivo e cioè sul consuntivo di quel che un governo o
un'amministrazione ha fatto; e il voto, che si può definire per
simmetria proiettivo, di chi invece si regola sul preventivo, sui
programmi e sulle promesse elettorali. Si vota anche per premiare, o
viceversa punire, chi ci ha governato. Allora c'è un modo per salvarsi
dagli imbroglioni: non badare alle promesse, ma giudicare dal loro
operato. Io mi regolerò così. Fuori dal seggio continuerò a sperare, nel
vento fresco della sera. Ma nell'urna, almeno questo, punirò e rimanderò
a casa chi, da ultimo, ha così bene disastrato la nostra città e perfino
avvelenato il clima di questi giorni.
03.06.07 - Il Capitano, l'Americano e il
più mancino dei tiri
Sotto il campanile del municipio stanno
tutti col naso all'insù. Il vento fa i capricci, il vessillo gaetano
bianco e rosso non vuole saperne di infilarsi sul pennone. Fasce
tricolori, secche o panciute che siano, non se ne vedono, neanche un
commissario per chiacchierar. L'ex sindaco Magliozzi arriva sgommando,
parcheggia la sua berlina scura al centro dell'incrocio tra la piazza e
il lungomare, scende e stringe qualche mano, si fa una risata, neanche
un vigile urbano per multar. Il brigante Ciano passeggia con la
telecamerina nella mano, dice che non la vuole posare neanche se
diventasse assessore nella giunta del suo amico Raimondi, "sono uno di
strada, io". La banda musicale suona a passo di marcia. Un gruppetto di
consiglieri comunali mancati confabula ai tavoli del bar. Qualche
santino elettorale stracciato e calpestato spunta agli angoli dei
marciapiedi. I santi quelli veri, quelli patroni della città, stanno
invece per uscire in processione. Ma a quale santo si voteranno Anthony
l'Americano e Massimo il Capitano per la sfida elettorale che li
attende, la resa dei conti del secondo turno?
"Il ballottaggio che non ti aspetti" ha titolato Il Messaggero
all'indomani dei risultati. Qualche giornale locale parla di
"laboratorio politico". "E' una città drogata dall'antipolitica" secondo
gli umori spiazzati di certa destra e certa sinistra. "E' una terra che
vuole risorgere" dicono i più convinti nella tribù dei raimondiani.
Certamente pare assai volubile questa Gaeta sospesa tra un voto e
l'altro, sballottata dalle sirene del ballottaggio comunale, questo
paese anguilla che non vuole concedersi mai completamente e, difatti,
quando va a votare celebra le croci e le delizie del "voto disgiunto",
vera novità di quest'ultima tornata elettorale. Il voto disgiunto tra
candidati consiglieri e candidati sindaci ha certificato la confusione
dei cittadini stufi, sparigliato i giochi, ritardato gli scrutini e,
alla fine, ha premiato l'outsider Antonio Raimondi. Che ha superato di
un paio di centinaia di voti il fiacco centrosinistra guidato da
Pasqualino Magliuzzi e si è conquistato l'accesso al ballottaggio contro
l'ex sindaco e candidato della Cdl Massimo Magliozzi.
Il Capitano Magliozzi e l'Americano Raimondi. Due facce di una partita a
doppio filo. Un duello che deciderà non solo un avvicendamento di
amministrazioni ma - e non sembri retorico - la strada su cui si
incamminerà il futuro di Gaeta. Magliozzi offre da bere nei bar della
città e si dice tranquillo. Ha dimezzato i suoi voti, ma con tutto
quello che ha passato poteva andargli peggio. La penna acuta ma anonima
di un tale "Lince" su Telefree usa questa metafora: "E' come se nel
corso di un trapianto al paziente invece che l'organo nuovo gli venisse
reimpiantato quello vecchio. Questo è successo a Massimo Magliozzi a cui
sono stati reimpiantati gli stessi uomini che lo sfiduciarono. Qualunque
paziente sarebbe morto. Lui è sano come un pesce". Lui è il sindaco
della gente, dice così e la gente lo ascolta, e parla di suoi fans che
impazzirebbero se non venisse riconfermato primo cittadino, dice proprio
così, "la gente mi ferma per strada e mi dice Massimo come facciamo
senza di te, noi impazziamo". Certi ceffi della maggioranza che ora di
nuovo lo sostiene gli hanno sfilato la poltrona, il commissario ha fatto
le pulci alla sua amministrazione, drappelli di finanzieri indagano su
di lui, la stampa ostile lo massacra, la grammatica gli è nemica, le
parole gli si impastano in bocca, perfino il Gaeta Calcio di proprietà
del fratellone - imprenditore e pure candidato - perde il derby sotto
elezioni. Ma lui resiste a tutto, ha imparato quando conviene buttarla
in caciara e quando conviene fare la faccia feroce, quando minacciare e
quando fare la vittima, quando pagare e quando incassare, così salda il
conto, saluta e se ne va in un altro bar, in un'altra casa, in un'altro
pianerottolo.
Raimondi invece tiene convention, arringa le folle, bacia le signore,
"mi vogliono tutti toccare, manco fossi la Madonna", buca il video,
chiama comici e dj, scuote animi e coscienze. I detrattori lo chiamano
"il Messia", certi suoi ammiratori talvolta sembrano trattarlo come
tale. Si è bevuto in un sorso l'emorragia di voti della destra e ha dato
il colpo di grazia sulla testa di una sinistra già stordita nel suo
snobismo. Si è circondato di una giovane classe emergente, debuttanti
della politica ma vogliosi di imparare, giovani e brillanti, con il loro
bravo marketing. Si dipingono il volto come i guerrieri di Braveheart,
fanno stringere le mani alzate della folla al grido di "libertà". Hanno
programmi ambiziosi, che puntano al riscatto della città dal suo
patologico declino, che volano alto su una classe politica ormai
incapace di guardare oltre il proprio naso e il proprio scranno.
Maneggiano un populismo che è controllato dalla professionalità, a
differenza dei loro avversari capaci di maneggiare ormai solo interessi
e paroline modeste. Sempre il fantomatico Lince su Telefree racconta
l'egregia strategia elettorale di Raimondi: "Utilizzando slogan da
commedia napoletana è riuscito a risvegliare quell'effimero gusto di
rivolta insito nel Gaetano medio, capace di innamorarsi di chiunque lo
faccia sentire vittima di una 'tirannia' che pure lui stesso ha votato.
Frasi come 'Nun c'a facimme chiù!' o 'Basta mangiare da soli!' hanno
scardinato tutte le serrature dell'immobilismo cittadino, in un
crescendo da sommossa popolare sempre più inarrestabile". E intanto
Raimondi si gode e cavalca lo spettacolo di una crisi della politica che
è anche crisi di una nomenklatura: quella classe politica che a destra
campa con le vendette e coi favori e a sinistra crede di continuare a
campare con l'immobilismo e con l'ordinaria amministrazione.
Ma la piazza elettorale assomiglia a un gioco barocco dove nulla è mai
come sembra, dove le conservazioni vanno a braccetto con le rivoluzioni,
le eventuali maggioranze di consiglieri possono corrispondere a
minoranze numeriche di voti, le poltrone di uno si legano a quelle di un
altro, gli impolitici sono rimasti gli unici a saper fare politica, e
per qualche giorno perfino la sinistra è sembrata capace di innamorarsi
della destra. Per giorni tutti si sono chiesti: che fine faranno i voti,
decisivi, del centrosinistra? Pasqualino Magliuzzi, il moderato
sconfitto a capo dell'Unione, ha appena fugato i dubbi: la sua
coalizione appoggerà Raimondi. Pur senza apparentamenti ufficiali, che
si sa non piacciono all'outsider di Sommerville, li rifiuta sdegnato
come rifiutò i "politici di professione" nelle sue liste. "Lui partiva
dalla mia stessa idea di rinnovamento contrapposta al malgoverno della
destra - ammette ora Magliuzzi - ma a differenza di me è riuscita a
portarla avanti con i metodi giusti e le persone giuste". Un dito
chiaramente puntato contro il mancato rinnovamento di facce e idee che
ha affossato il centrosinistra gaetano, rimasto uguale a se stesso, a
quel bolso centrosinistra già sonoramente bocciato dagli elettori nel
2002 dopo dieci anni di amministrazione. Tuttavia è un dito puntato
proprio da colui che della stessa coalizione deteneva la guida fino a
pochi giorni fa, eletto da quelle solenni primarie che raccolsero a
febbraio più voti di quanti poi - ohibò - ne abbia raccolti l'Unione
nelle elezioni quelle vere. Ora al centrosinistra esangue non resta che
appoggiare Raimondi, portagli i propri voti, non rinnegare quel che
rimane della propria anima facendo squallidi favori al famelico
Capitano. Ma è pure che vero che tra il dire delle scuderie di partito e
il fare degli elettori nell'urna c'è di mezzo tutto il mare degli umori
e delle reazioni imprevedibili.
Insomma, in questa partita movimentata, giocata non senza falli, sarà un
tiro mancino a decidere l'ultimo gol, quello della finale. L'Americano è
convinto di averlo in tasca, il tiro mancino, il dribbling irresistibile
con cui stenderà l'ultimo avversario. Il Capitano si sforza di
convincersi che riuscirà a entrare in rete da solo, e con qualche mossa
di bisonte ben assestata saprà fregare pure quello smilzo
dell'avversario. Molti elettori hanno capito lo spirito dei tempo e si
sono trasformati in tifosi. Le famiglie, che si sa sono importanti,
incitano i loro candidati: in fondo un posto per il fratello, uno, o per
la cognata, l'altro, sono riusciti entrambi a trovarlo. Ma il bivio c'è
davvero, vale più di una coppa, e i gaetani ce l'hanno davanti:
azzardare il cambiamento o tirare a campare? Sentire una nuova canzone o
ridare fiato ai vecchi tromboni? Il Capitano e l'Americano sono tutti e
due vicini ora, e stringono i pugni, sotto le statue impassibili dei
santi patroni in processione.
29.05.07 - Vento, pioggia e tensione.
Sfida all'ultimo voto
E' come col vento di fuori, che ora sembra
soffiare in una direzione e ora in un'altra. Gaeta ha votato, si contano
le schede. A metà pomeriggio Anthony l'Americano passeggia sulle scale
del Municipio, punta gli occhi sulla prima telecamera che trova, "lo
sentite questo vento oggi, è il vento del cambiamento". Più o meno alla
stessa ora Pasqualino il Freddo se ne sta appoggiato a una macchina
davanti al comitato elettorale del centrosinistra, sul corso. In faccia
ha una smorfia che non sa se tramutarsi in sorriso. "Posso solo
aspettare, ormai ho rinunciato a seguire i dati, cambiano ogni due
minuti". Pacche di incoraggiamento sulle spalle. "Rientriamo dentro, che
comincia a piovere". Pioverà, e poi smetterà, e poi ripioverà ancora. E
lo spoglio di queste strane elezioni comunali sembra non smettere mai.
Cinque anni fa il sole picchiava sulla piazza, nel giro di un'ora dalla
chiusura dei seggi non c'erano storie: 60% per il centrodestra,
Magliozzi sindaco al primo turno. L'avversario Di Ciaccio, con un
sorriso sportivo, dichiarava l'affondamento del centrosinistra dopo otto
anni di amministrazione. Il Capitano girava per la piazza stringendo
mani sottobraccio all'onorevole. Pochi giornalisti della carta stampata
prendevano appunti, l'ora dell'aperitivo tutto sommato non ne uscì
granché turbata. Cinque anni dopo soffiano venti di bufera su Gaeta, fa
pure un po' freddo, Capitan Magliozzi non esce dalla sua sede, "bisogna
vedere se la gente non è rimasta troppo traumatizzata dalla mia caduta a
novembre, dall'arrivo del commissario, dalle malelingue" dice. Manda il
fratello Damiano in avanscoperta, davanti al maxischermo dove scorrono i
dati. In fondo anche Damiano è candidato: così quando lui, il fratello
imprenditore, si infilerà alle riunioni dell'altro, il fratello sindaco,
nessuno potrà avere nulla da obiettare. Dal primo pomeriggio il centro
cittadino si affolla di passanti, cronisti, telecamere più o meno
dilettanti. Nei bar le tv sono accese sulla telestreet paesana Tmo.
Sotto la galleria si tira tardi con una specie di talk show elettorale
all'aperto, organizzato da un sito internet. In Rete i numeri si
susseguono come schegge impazzite. "Mai vista un'elezione così" commenta
Sandra Cervone, giornalista del Messaggero e veterana delle cronache
locali. Comincia a calare la sera e nessuno ancora si azzarda a dire
come andrà a finire.
Le guerra delle cifre comincia alle sedici. Tmo diffonde i primi numeri:
Magliozzi primo ma con voti dimezzati rispetto a cinque anni fa,
Raimondi secondo, Magliuzzi terzo ma di un'incollatura. L'affluenza è al
75%, stesse percentuali delle scorse amministrative. Erasmo Lombardi,
che con le sue telecronache su Tmo aveva fatto riappassionare mezza
città al tifo da stadio, prima dell'arrivo dei Magliozzi brothers col
pulmino della Polisportiva a fare propaganda per la Cdl, sperava in
analoghe fiammate ai seggi: "Devo ammettere che sono deluso dai dati
stabili dell'affluenza, nonostante anche con Tmo abbiamo reso i
cittadini più consapevoli della vita politica". In effetti, l'attenzione
mediatica di queste elezioni, per una ridente cittadina sul mare di
ventimila anime, manco fosse un capoluogo, è insolitamente alta. Con
immancabili e reciproche accuse di faziosità e conflitto di interessi.
Ma intanto cifre e cartuccelle rimbalzano da un media all'altro. Nella
diretta di Tmo Damiano Ciano riceve telefonate e sms da ogni dove e
compila una specie di grande tombolone dei voti con i numeri tutte e
venti le sezioni. Alle cinque Magliuzzi passa in vantaggio, alle sette
Raimondi lo riacciuffa. Il cosiddetto voto disgiunto complica le cose:
l'ex sindaco Magliozzi prende un migliaio di voti in meno rispetto alle
sue liste di centrodestra. Raimondi, all'opposto, incassa duemila
preferenze in più dei candidati nelle sue due liste civiche. Un flusso
in arrivo soprattutto dal centrodestra, dai delusi di Magliozzi che
invece il centrosinistra di Magliuzzi si è rivelato incapace di
attrarre, forse perché troppo simile nelle facce a quel centrosinistra
da cui gli stessi delusi di oggi fuggirono cinque anni fa. A un certo
punto Magliozzi sfiora il colpaccio: le sue liste si avvicinano al 50%
dei voti, soglia oltre la quale, pur andando al ballottaggio, i seggi
del consiglio verrebbero assegnati col metodo proporzionale, garantendo
così alla Cdl un'ipoteca di maggioranza sul governo della città. Alcuni
ghignano: "Ecco dove porta la propaganda del voto disgiunto". Alle otto
di sera, circondato da telecamere e microfoni, Leandro La Croix, ex
forzista e candidato sindaco degli Autonomi di centro, sventola fogli in
arrivo dai seggi e svela qualche altarino. "Guardate qui, leggete, ecco
cosa riportano i verbali". E giù un elenco di voti disgiunti tra
candidati consiglieri di Forza Italia e candidato sindaco Raimondi.
"Dunque - sentenzia - il Capitano è stato tradito una seconda volta".
Voti liquidi, voti imprendibili, voti che sgusciano come anguille nelle
crisi della politica, voti che in una sera gaetana sciolgono certezze
come lacrime nella pioggia. Come la pioggia che riprende copiosa a
cadere su Gaeta, sulla "città laboratorio politico" come la descrivono i
corrispondenti locali in attesa di in risultato, di un titolo definitivo
che non arriva mai. "Per il passaggio al secondo turno tra Raimondi e
Magliuzzi lo scarto è risicatissimo, non possiamo fare previsioni"
annuncia sugli schermi di Tmo Damiano Ciano con le sue occhiaie, "e
siamo pure a sei ore di diretta, la stanchezza si fa sentire, meno male
che è arrivata qualche pizza".
Il sindaco di Formia viene a farsi una passeggiata al municipio del
paese vicino e un po' rivale. Pensa alle sue elezioni tra un anno e gli
corre un brivido sulla schiena: "Certi dati fanno riflettere". Passa lo
stimato commissario prefettizio Frattasi, s'è fatto tardi e se ne torna
a Roma, "è andato tutto bene, no?", certo commissario, "in bocca al lupo
a tutti allora". Quelli che restano sono meno calmi. Davanti alla sede
di Magliuzzi si sente dire: "Ma i nostri uomini che cazzo hanno fatto?".
E più in là un candidato di An: "Come voti a sindaco sta succedendo un
macello". Ma chi le vince, allora, queste elezioni? Nelle sezione 4 pare
che si siano presi a botte, sono intervenuti i carabinieri. Nella 13
hanno ricontato le schede e il numero dei votanti non corrisponde. Nella
19 pare che gli scrutatori volessero ammutinare la presidente di seggio.
"Per favore, scandisci bene i numeri che sennò è un casino" implora
Damiano Ciano a quelli che gli telefonano dai seggi. A un certo punto
chiede aggiornamenti pure la moglie di Erasmo Lombardi, in diretta tv:
"Scusate, dov'è mio marito?". Alle dieci e mezza di sera mancano poche
sezioni, Raimondi è in testa su Magliuzzi, la forbice si allarga, quelli
del centrodestra si godono lo spettacolo ai tavolini del bar in
galleria, e sotto sotto tifano Magliuzzi. Più facile da battere? Meno
indomabile? "Perlomeno non si pitta gli occhi come Braveheart"
suggerisce qualcuno, con malizioso riferimento alla performance di
Raimondi di venerdì sera sul palco dell'ultimo comizio.
"Mi porto il televisore sotto le coperte" scrive una telespettatrice a
Tmo, esausta ma contenta. Alle undici e mezza di sera, la nebbia dei
decimi di percentuale, si dipana. In tv e in piazza scatta contemporaneo
l'annuncio: "Raimondi al ballottaggio contro Magliozzi". Applausi.
Liberatori, anche. Qualche auto strombazza il clacson sul corso.
Magliozzi 37%, Raimondi 28,2%, Magliuzzi 26,9%. Per Magliuzzi e per
tutta l'Unione una sconfitta bruciante, duecento voti di differenza. Ma
ora si apre la partita del ballottaggio. Qualcuno sente D'Amante, l'ex
sindaco diessino, scuro in volto, dire che "ora bisognerà vedere chi
appoggeremo". Le vecchie volpi si rimettono a far di conto. Passata
mezzanotte, il Capitano Magliozzi si fa finalmente vedere in piazza,
"che fatica è stata conoscere questo sfidante". Gongola, offre da bere,
sorvola sul calo vertiginoso delle sue preferenze, "e adesso che dite,
mo' pure il mio amico Di Maggio mi vota, ai diesse gli toccherà allearsi
con me?", risate dei presenti. Sotto il Municipio Raimondi si prende gli
applausi, e un'altra inquadratura, prima di spegnere la tv: "Ve l'ho
detto io che questo era il vento del cambiamento".
26.05.07 - Gaeta disillusa al voto, tra
sindaci ed eroi
Con spirito curioso o interessato, in
molti si affollano intorno alle elezioni gaetane. La ridente cittadina
tirrenica, nell'ultimo giorno di campagna elettorale, è una selva di
telecamere grandi e piccole, telestreettari e bloggers, opinionisti da
bar e veterani. Il regista del film sugli "Spaghetti spin doctors" e
sulla mia candidatura virtuale, il romano Daniele Di Veroli, camminando
tra una piazza e l'altra, mi dice che si aspettava una campagna più
strapaesana e invece no, "qui si fa molto sul serio, gli stessi aspetti
di comunicazione dei candidati sono molto curati e bene organizzati, ma
al tempo stesso si respira un'aria pesante, alcuni parlano di
intimidazioni in vista del voto, altri parlano del pericolo della
camorra sulla città, e in tutto ciò di ideali politici se ne vedono
pochi". Di ideali forse pochi. In compenso si vedono un paio di giovani
troniste di Canale 5, invitate a portare un po' d'animazione nella festa
di chiusura della campagna del candidato della Cdl Magliozzi. Le
pubblicizza il camioncino del Gaeta Calcio, con le bandiere al vento e
l'inno della squadra a tutto volume. Poi si affacciano alcuni politici
nazionali, che la buttano in grande. Un voto per il candidato di
centrosinistra - dice il deputato Mantovani di Rifondazione - è un voto
che va finanche a chi lotta contro i bimbi orientali sfruttati nelle
fabbriche. Un voto per il candidato di centrodestra - proclama
l'onorevole Tajani di Forza Italia - è pure un voto per dare la spallata
al governo Prodi, far tornare il Cavaliere al governo e pagare meno
tasse. Ma ai gaetani disillusi basterebbe solo un voto per amministrare
bene la loro città.
E' stata una campagna lunga, iniziata mesi e mesi fa, ad alta densità di
aspiranti consiglieri comunali, uno ogni quaranta votanti, ricca di
moderne astuzie mediatiche e vecchi trucchi clientelari. Una campagna
aperta, dove si traballa sull'incertezza, a volte si scivola nel livore.
E' grande la confusione sotto i cieli, ai tempo della crisi della
politica. Gli elettori per le strade fanno fatica a districarsi tra i
candidati. Sul palco di piazza della Libertà, alle nove di sera, Capitan
Magliozzi si affaccia dalla ringhiera urlando che lui è il sindaco della
gente, quasi cade giù per la concitazione del momento, "mi sento come un
amico, un fratello, un padre per voi", e la sua piccola folla lo
acclama, lo osanna, se lo mangia con gli occhi. Sindaco per quattro anni
e mezzo, eletto trionfalmente nel 2002 con il 62% dei voti al primo
turno, fatto cadere a novembre scorso per l'ammutinamento di una parte
dei suoi uomini di centrodestra, ora di nuovo tutti insieme nelle sue
liste. Va all'attacco il Capitano nel suo ultimo comizio, scortato dallo
stato maggiore pontino di Forza Italia. Se la prende con la stampa di
Ciarrapico che lo attacca, se la prende col commissario che lo boicotta,
se la prende con la telestreet Tmo che lo maltratta, se la prende con
chi mette in giro la voce che ci sia un avviso di garanzia in arrivo per
lui. Si sente assediato. "Non mi tradite" dice persino ai suoi
fedelissimi. "Ma io mi fido di voi" si corregge subito dopo. Se torna la
sinistra, fa capire Magliozzi, ci saranno miseria, terrore, morte e -
come se non bastasse - il verde professor Mola all'Urbanistica. È quasi
un'unione carnale tra il capo e la sua plebe, tra il cannoniere e la sua
curva ultrà, un rapporto che scavalca ogni mediazione politica, ogni
valutazione amministrativa. "Ho aiutato tanta gente, tanta povera gente,
e a volte bastava veramente poco". Più che voti sembrano ex-voto: per
grazia ricevuta.
In un'altra piazza, tra i vicoli del borgo, l'avversario quasi omonimo
del centrosinistra, l'Avvocato Magliuzzi, mastica il suo sigaro e
ripensa all'imprevedibilità dei destini politici. Pochi minuti prima era
a comiziare su un palco insieme all'assessore regionale Verzaschi e
altri notabili centristi. Visto tre anni fa sarebbe stato un perfetto
comizio di centrodestra. Pochi minuti dopo s'è ritrovato su un altro
palco, coi compagni di Rifondazione che lo sostenevano, sotto la
bandiera con la falce e il martello, proprio lui che aveva sempre votato
lo zio senatore di Alleanza Nazionale, sana famiglia di gentiluomini a
suo tempo pure fascisti. Ma Magliuzzi con la u è una persona pragmatica,
"soprattutto con i piedi per terra" recita saggiamente il suo slogan
elettorale. Pasqualino il Freddo, come lo chiamano i suoi detrattori,
non scalda i cuori ma dice che è meglio essere pragmatici. Ha vinto le
primarie locali partendo da una sua lista di centro, si presenta come un
uomo "fuori dai partiti" ma nella coalizione alle sue spalle s'è portato
i vecchi arnesi del centrosinistra gaetano, gli stessi che governarono
dieci anni fa ai tempi delle giunte D'Amante e che gli elettori
bocciarono a suo tempo. Ma l'esperienza serve, e difatti con Pasqualino
non ci sono solo "gli stessi di dieci anni fa": c'è pure qualcuno di
vent'anni fa, vecchi democristiani e socialisti in riarmo, quasi
riesumati. "Meno male, è tornata la diccì" esulta una signora mentre il
palchetto dei comizi di fronte al mare viene addobbato di scudi
crociati. Appeso al muro campeggia il "patto con gli elettori" firmato
da Leandro La Croix, candidato degli Autonomi di centro, lista che
raggruppa dissidenti di Forza Italia assieme a neo-dc con uso legale del
simbolo. Ma i cittadini diventano sempre più infidi: il contratto alla
Berlusconi non basta più, con la scrivania di ciliegio e tutto il resto,
le promesse vanno rafforzate, come minimo servono clausole penali più
stringenti. La Croix, di par suo, ci mette i soldi: centomila euro in
beneficenza se una volta eletto sindaco non rispetterà i punti
stabiliti, oltre a vent'anni di ritiro dalla vita politica, e pure -
come ha puntualizzato in una video-intervista in Rete - "un paio di
calci in culo". In un altro comizio, il candidato Tonino Lieto, ex di
entrambe le coalizioni e ora candidato con una sua civica, la butta più
semplicemente: "A noi non importa della coalizione che ci vorrà
ospitare, basta che accolgono le nostre richieste".
"Quello che manca, nella politica e in genere nella società di oggi è un
po' di umiltà" mi dice il professor Cesarale, anima storica della
sinistra gaetana. Intanto, nella notte, sul molo della città vecchia, a
chiudere questa esagerata campagna elettorale, spunta Braveheart. Il
cuore impavido sarebbe quello di Anthony Raimondi, che proietta uno
spezzone del celebre film di Mel Gibson. La piazza ammutolita segue il
discorso di William Wallace prima di battersi contro l'esercito inglese,
l'esercito tiranno. Per infondere nei cuori scozzesi a voglia di
combattere, per conquistare la libertà. "Combatterete" urla Mel Gibson
sullo schermo. "Si" rispondo i gaetani in piazza. "Si" risponde Anthony
l'Africano. Più che una festa e un'adunata quella di Raimondi,
un'adunata di una società civile che ha ripreso entusiasmo nel mare
disilluso della politica attuale, di una politica che pure a sinistra ha
messo nel cassetto anche quel po' di sana utopia, uno sguardo oltre il
proprio scranno. Un'adunata che acclama i suoi eroi in due gaetani
d'eccezione: Corbo e Coccoluto, un novantenne sindaco degli anni
cinquanta, della Gaeta del boom mai più bissata, e un dj di fama
internazionale che gira per il mondo e ripensa alle occasioni perdute
della sua città d'origine. "Ma li vedete gli altri, sono sempre gli
stessi, da una parte e dall'altra, a destra e a sinistra, incapaci di
far crescere questa città" sibila Raimondi alla sua folla festante, che
riempie il piazzale della Sanità. La lista degli assessori è pronta per
essere annunciata, "perché gli scegliamo per le competenze, e non per le
tessere di partito, come fanno gli altri che usano il manuale Cencelli".
C'è pure il "brigante dell'etere" Ciano, pronto assessore al Demanio. La
mezzanotte è vicina, e adda' passa 'a nuttata come dice qualcuno citando
De Filippo. Anthony l'Africano è l'outsider che sta facendo saltare i
conti e gli equilibri di queste elezioni paesane. Sa come usare la
comunicazione. Sa formulare idee e programmi che guardino più lontano di
un sospiro. Sa accendere speranze. Sa piazzare la frase in dialetto nel
discorso o la poesia inglese nel comizio. Sa come cavalcare con
destrezza lo spirito del tempo. Sa come sfiorare il qualunquismo senza
caderci nel baratro. "Destra e sinistra? Ma no, la vera divisione è tra
i riformisti e i conservatori". A mezzanotte arriva il colpo di teatro:
Raimondi tira fuori dalla tasca una matita azzurra, e si traccia un
segno sotto gli occhi, come Braveheart, come i guerrieri per la libertà.
E poi fa tenere tutti per mano, pubblico e candidati, tutti con le mani
unite verso il cielo a urlare per tre volte: "Libertà!".
Il mare del golfo - che ne ha viste tante - se ne sta muto alle spalle
dei suoi abitanti. Gaeta disillusa cerca il suo sindaco. Con una dose di
umiltà e una di coraggio. C'è chi pensa alle bollette da pagare, che chi
punta alla corda dell'equilibrismo sotto i suoi piedi, c'è indica
l'orizzonte e insegue sogni di libertà. "Ma anche avere un sogno è un
diritto che non dobbiamo perdere" ripete il vecchio sindaco e partigiano
Corbo, applaudito da giovani e anziani. Forse in questi tempi inquieti
pure Gaeta vorrebbe un eroe.
23.05.07 - La legalità e i fantasmi sul
voto
Dicono le ricerche politiche più recenti,
come quella appena curata per "II Mulino" dal sociologo Marco Maraffi e
recentemente citata da Alberto Statera su Repubblica, che l'idealtipo
del Civis Nobilis, il cittadino-modello descritto nei libri di
educazione civica, che ha veramente a cuore la cosa pubblica, è
incarnato in Italia da non più di due cittadini su dieci. Si può allora
ritenere, senza offesa, che nella società italiana dei mille campanili e
delle mille caste la percentuale del Civis Nobilis scemi a favore del
Civis Marginalis, quello che poco sa e meno vuole sapere, oltre al suo
immediato tornaconto. Per cui le denunce sulla "questione morale" non
stupiscono più di tanto chi assiste da vicino alle campagne elettorali
comunali come quella che imperversa a Gaeta ormai da mesi e mesi. Una
campagna che tra discese in campo, rotture e cadute di giunta, primarie
e convention, slogan improbabili e traffici nei sottoscala, si è
allungata ben oltre i tempi canonici previsti dalla legge. Il
commissario prefettizio Bruno Frattasi, col suo occhio vigile, si
ritiene soddisfatto. "Posso constatare che la campagna elettorale si è
svolta in maniera serena". A parte l'annoso problema delle affissioni
abusive (quasi duecento infrazioni elevate finora, in pieno spirito
bipartisan), il confronto si è svolto "in modo civile". Qualche
giornalista scuote la testa. Un cronista di lungo corso commenta:
"Campagna serena? Sarà. Ma, a dire il vero, qui a Gaeta c'è stata una
battaglia politica pesante, è volata anche qualche denuncia e qualche
minaccia, l'aumento esponenziale dei media, tra blog e tivù varie, è
corrisposto a un aumento delle polemiche e dei veleni, qualcuno ha
tentato di cavalcare il giustizialismo. E pensare che cinque anni fa il
massimo dello sgarbo era la guerra dei manifesti, a chi li copriva per
primo".
Sono i fantasmi della legalità a volare su questa accesa campagna
gaetana dal finale incerto. La legalità a cui si rifà il commissario
Frattasi, un alto funzionario del Viminale, esperto di problematiche
legate alle infiltrazioni criminali e al sistema dei pubblici appalti,
che in questi mesi di supplenza istituzionale si è guadagnato una certa
popolarità nel fare le pulci a una macchina amministrativa parecchio
ingolfata. La legalità di cui parlano certi infuocati editoriali di
"Latina Oggi" - il quotidiano del vecchio potente Ciarrapico, con le sue
simpatie fasciste, amicizie andreottiane e recenti attenzioni per il
Partito Democratico - protagonista di una campagna editoriale che va a
sbattere contro il moloch delle rampante destra pontina, dalla Latina di
Zaccheo alla Fondi del senatore Fazzone fino alla Gaeta di Capitan
Magliozzi. La legalità sempre citata, ma con toni diversi, dalle forze
che a Gaeta si candidano a sostituire la giunta di centrodestra, come se
la legalità fosse una promessa da sventolare ai comizi e non un
presupposto fondante di qualsiasi governo in forma di democrazia.
Evidentemente così non è. Non ora, non in questa Italia dove la sfiducia
nella classe politica e dirigente cresce a livelli allarmanti.
Dunque, è una questione di legalità violata? Tante notizie, tanti
indizi, messi uno di fila all'altro, non consentono processi ma di certo
non inducono all'ottimismo. I quattrocentomila euro inghiottiti in sette
anni dal Progetto Musica, che da una parte ambiva nientedimeno che alla
catalogazione dell'intera produzione musicale della civiltà umana
occidentale e dall'altra parte si accontentava di elargire incarichi e
prebende per sostenere l'arduo compito. Il bando per la gestione dei
parcheggi da rifare e le polemiche sulle multe degli autovelox
utilizzate per fare cassa. Gli affari attorno al porto e ai cantieri,
che pure hanno portato alla caduta dell'amministrazione, il ruolo
dell'Autorità portuale, i progetti del fratellone del sindaco con la sua
ditta, il quale però smentisce i sospetti dicendo di aver ceduto le
proprie quote e non aver goduto di alcun trattamento privilegiato
dall'ex amministrazione. Le maniche un po' troppo larghe dei servizi
sociali comunali, col generoso primo cittadino che metteva mani in tasca
per pagare bollette e perfino abbonamento Sky e corsi per estetiste, coi
soldi del Comune secondo certa stampa, di tasca propria secondo
Magliozzi. La Finanza indaga, scrive Latina Oggi. No, è solo la gente in
malafede che mormora e la stampa che attacca, rispondo i fedeli del
Capitano e della vecchia giunta. Ma intanto le ombre si addensano.
"I cittadini sono vittime della sopraffazione dei politici, e questa
città intanto diventa un ospizio" denuncia l'associazione Cittadinanza
Attiva. "Occorre spezzare una volta per tutte quelle condotte di
assecondamento ed adeguamento di certi 'status quo' che disperdono il
vero senso delle istituzioni e dei loro compiti" dichiara il commissario
Frattasi. Difatti, il concetto di legalità da solo non basta.
L'illegalità la possono risolvere i tribunali, all'occorrenza. Ma le
logiche di cultura e di potere che ci stanno dietro: ecco, quello è
ancora compito della politica, o di quel che ne rimane. Se ancora è
capace di distinguere il diritto dal favore, il consenso dallo scambio,
il merito dalla cooptazione, di pronunciare meno favolette campaniliste
sul bel paesello natìo e produrre più strumenti per permettere ai
giovani di prendere in mano il proprio destino, di favorire un lavoro
che non significhi la sudditanza di un posto precario in una specie di
municipalizzata in quota a un paio di assessori come troppe volte si è
visto. Davvero c'è una questione morale (si, chiamiamola così) che
dovrebbe appassionare i litigiosi candidati ben più dei cavilli sul voto
disgiunto e sui commi della legge elettorale.
Cinque e più anni fa il masaniellesco Antonio Ciano era preso per pazzo
quando affrontava nelle piazze i suoi discorsi anti-risorgimento,
chiedendo a gran voce il riconoscimento dei torti subiti dal Meridione.
Quando parlava di "riprenderci i beni che lo Stato ha sottratto alla
nostra città, quei beni ostaggio del Demanio" quasi tutti davanti a lui
alzavano le spalle e sorridevano. Ora Ciano è diventato il "brigante
dell'etere": star della prima tv di strada italiana, capace di
mobilitare migliaia di cittadini in un giorno se minacciano di chiudere
la sua tv, perfino protagonista di un film intitolato "Libertà". Lo
hanno invitato al liceo per tenere una sua personale lezione di storia.
E le sue battaglie anti-demaniali sono finite in quasi tutti i programmi
di aspiranti sindaci e consiglieri. Ma la questione demaniale è solo un
pezzo di una più vasta questione: i poteri che governano Gaeta e il suo
territorio sono frammentati e esterni. Gaeta è in mano a mille padroni.
Caserme, palazzi e perfino alcune piazze sono del Demanio. Il Castello
Angioino è stato affidato all'Università di Cassino, che lo usa
sporadicamente per mostre e convegni. Il porto, gli approdi e perfino il
lungomare sono finiti sotto la giurisdizione dell'Autorità portuale che
fa capo a Civitavecchia. Il cuore della città, tra il corso e la
spiaggia, è una vetreria abbandonata in mano a due società private. La
vasta area dell'entroterra è affidata alle cure di un Consorzio
Industriale che però ha l'inconveniente di non vedere neanche
un'industria all'orizzonte. Il mare, l'acqua salata del Golfo tra Gaeta
e Formia, è conteso dagli impianti di itticoltura che lo segnano come
una ragnatela e che tutti vogliono spostare di qua o di là. In
particolare negli ultimi cinque anni governati dal centrodestra, il
Comune gaetano è come se si fosse progressivamente trasformato in una
specie di holding. La gestione del territorio è delegata alle divisioni
esterne, ciò che conta è far fruttare le rendite di posizione e qualche
posto di sottopotere. Spiace per le teorie di Ciano, ma a svendere Gaeta
più che i piemontesi sono bastati e avanzati gli stessi gaetani. Eppure
tra i poteri esterni c'è una mano che più di tutte fa paura e che
secondo alcuni si sta avvicinando: quella della criminalità, della
camorra in espansione da Sud. A cui fanno gola nuovi territori da
conquistare. E' stato lo stesso questore di Latina, pochi mesi fa, a
lanciare l'allarme sui pericolo di infiltrazioni malavitose e nuove
strade per il riciclaggio di denaro sporco. Un allarme a cui tutti i
sindaci della zona avevano replicato con dichiarazione di opportuna
cautela. Ma sono tante le mani sulla città. Chi la governa da dentro il
Palazzo Comunale avrà davanti un bivio. Tra una politica debole in grado
solamente di contrattare favori e una politica di nuovo forte capace di
indirizzare lo sviluppo su strade non decise da altri.
21.05.07 - Dal santino alla tivù, la campagna si fa spettacolo
Sullo sfondo ci sono quasi sempre panorami
del Golfo. Il mare dietro di loro, uno scranno in Comune nel loro
avvenire, se gli va bene. Un santino elettorale, o almeno un manifesto,
ormai non si nega a nessuno. Molti guardano in camera, dritto negli
occhi, come a voler dimostrare di non avere nulla da nascondere. Alcuni
invece guardano verso l'infinito, e forse oltre, a voler simboleggiare
l'ambizione di mirare lontano, di pensare in grande. Non fanno mancare,
gli elettori, uno sguardo buono per nessuno. È una specie di grande
ufficio collocamento all'aperto, un porta portese nell'ora di punta. Per
ognuno una bancarella di traverso. Nei forum su internet certi
appassionati se li contendono come figurine: "scambio un lucciola con un
cimino", "per un di domenico offro 15 matarazzo", "attenzione, i
raimondi sono inflazionati, li trovi pure sulla transiberiana", "cerco
un donnarosa rarissimo". Nel guazzabuglio spuntano anche meravigliose
reliquie da prima repubblica, autentiche chicche vintage: "vendo a
partire da 1000 euro figurina tiratura limitatissima dove compare la
frase più bella e rappresentativa delle nostre origini aristocratiche:
Se Vuoi Gaeta Come Milano Vota Silano". Poi, si capisce, nel bazar
elettorale ci sono le bancarelle maggiori, più che delle bancarelle una
specie di tendoni da circo, dove sono accasati i venerabili capi
d'armata, i candidati sindaco. Per loro manifesti e santini non bastano.
Vanno molto in voga le "vele" pubblicitarie a quattro ruote, per
esempio, che portano a ogni quartiere il faccione pellegrino
dell'aspirante sindaco, e talvolta si incrociano sul lungomare - un
faccione verso sud e un faccione verso nord - e gli autisti si salutano
amabilmente con una strombazzata di clacson.
Insomma, se la rappresentanza politica manifesta il suo stato di crisi,
al tempo stesso è il grande gioco delle rappresentazioni a trionfare.
Sarà merito (o colpa?) della modernità che ormai contagia pure i
campanili, ma la campagna gaetana duemilasette è già stata definita la
più mediatica mai vista. Come ha scritto Lince, pseudonimo di un attento
recensore di comizi e duelli gaetani su Telefree.it: "Anche a Gaeta
adesso si fa on air e on line ciò che prima si faceva solo nelle piazze.
Hai più pubblico, sudi di meno, e non sei esposto alle correnti d'aria".
Bastava seguire i primi dieci minuti di uno dei duelli televisivi
organizzati dalla famosa emittente di strada Tele Monte Orlando, quello
tra i due candidati più anti-partito di tutti, il dissidente di
centrodestra La Croix e l'outsider di centrosinistra Raimondi, per farsi
un'idea di come la contesa sia già tutta post-politica, in
un'effervescenza di suggestioni alimentate dalla tecnologia e dalle
macchine emotive. Così - tra una girata di clessidra e l'altra - uno
mostrava a bella vista il suo contratto con i gaetani, sulla scia del
modello berlusconiano, e l'altro rispondeva offrendo al gentile pubblico
il dvd del suo programma, con immagini della città mischiate a quelle
del suo lavoro coi missionari in Africa. A un certo punto Anna Galise
del Tempo, una dei quattro giornalisti presenti in studio, sporgendo il
muso suadente e i riccioli biondi verso la telecamera, dolce dolce ha
compiuto la svolta semantica, ha rotto il tabù psico-politico, ha
segnato il punto. Vetreria? Autorità portuale? Traffico? Macché. "Questa
volta vorrei porre una questione un po' più... come dire?... frivola,
forse cretina non lo so". E dunque, e finalmente, come in un Porta a
porta qualsiasi di fine stagione: la domanda sull'oroscopo egli amuleti.
Al che ogni candidato se l'è cavata come poteva: Raimondi ha tirato
fuori un rosario dalla tasca e ha sfoderato una mistica dichiarazione di
fede. La Croix, vedendosi scippato l'elettorato cattolico, ha puntato su
eventuale minoranze relativiste o pagane e se n'è uscito con il
talismano della dea Gjemangè (o qualcosa del genere) regalatogli su una
spiaggia brasiliana da una sacerdotessa di non meglio identificati riti.
E qui non è questione di individuare quando, pure a Gaeta, si è reso
permeabile il confine tra pubblico e privato, tra politica e spettacolo.
Si sa che nell'era della "politica debole" più che i proclami contano i
comportamenti, i caratteri. Tutto si è compiuto nel duello successivo su
Tmo, quando ancora la Galise si è potuta lanciare sul "ricordo più
bello", e il candidato dell'Unione Magliuzzi si è commosso ricordando
l'odore delle lenzuola stese al sole.
"Senza modestia, ho cominciato io, e vedrete che ora gli altri mi
seguiranno" dice Anthony l'Africano, gaetano nato in America, mina
vagante di una campagna elettorale lunghissima, da lui inaugurata
un'estate fa, quattro mesi prima del crollo della giunta, quasi un anno
prima del voto. Ma forse anche prima, con le interviste su Tmo col suo
amico Antonio Ciano - ora candidato con lui - fin da tempi non sospetti,
due e tre estati fa. "Raimondi esagera sempre, ma poi dopo lo copiano
tutti" dice il brigante dell'etere che ora se ne è innamorato. Dai
gazebo in piazza al convegno trasformato in convention, dai comunicati
stampa anti-Magliozzi inviati dal Libano alle gag sul palco dell'Ariston
tra l'aspirante sindaco e il conduttore del gioco dei pacchi di Rai1,
dalle musiche sparate a effetto ai comizi col pubblico che risponde in
coro, fino alle signore in lacrime e i bambini (pure i bambini!) con
addosso la maglietta "Se potessi voterei Raimondi". Gli avversari,
inizialmente colti di sorpresa, non si risparmiano, spaventati da
qualche sondaggio. Leandro La Croix, forse per far dimenticare il suo
lungo passato azzurro, si tinge tutto di rosa: dal simbolo alla sede
alle cravatte forse perfino la biancheria intima, ma di certo il futuro
della città: "lo vediamo rosa". Ma senza esagerare, precisa un
successivo comunicato: "nel solco di De Gasperi". Mentre per le strade
cittadine circola un'auto acchittata con le bandiere del Gaeta, le foto
dell'ex sindaco Magliozzi e l'inno della squadra di calcio, "Forza
Gaeta, non spezziamo questo filo di seta, ale' oooh", casualmente di
proprietà del fratello, pure lui candidato. Come a dire: io ho vinto un
campionato, e voi?
La nostra mediocre politica paesana ci ha messo qualche stagione per
assimilare la lezione della calza sulla telecamera, cioè l'effetto flou
incorporato in una proposta. Comincia a emergere la citatissima
personalizzazione della politica: meccanismo carismatico, weberiano,
perfettamente noto alla scienza politica, ma che nel nostro tempo si
associa al dilagare dello spirito televisivo. Altro che santini, qui
sono arrivati i santoni - ha commentato qualcuno. Comunque vada, tra tv
di paese che si fanno concorrenza tra di loro, video via internet ed
emittenti provinciali, ai candidati non pare vero di potersi fiondare
ovunque a rilasciare promesse e dichiarazioni. A volte tutto ciò porta a
una maggiore trasparenza nel rapporto tra eletti ed elettori. Magari può
capitare di cogliere qualche candidato che non conosce nemmeno la realtà
cittadina, o si dimentica pezzi del suo programma. Più spesso sembra
solo di assistere un enorme illusione ottica. Dove dietro la lente
colorata dello spettacolo si nasconde la solita immutata arcaicità dei
rapporti, e grattando la scorza brillante della modernità emerge la
vecchia lama delle clientele e delle ombre.
19.05.07 - Nella piazza gaetana vince
l'antipolitica
Nei momenti di massimo affollamento,
quando la luce del tramonto la coglie di sbieco, passeggiare sulla
piazza del municipio gaetano è un'esperienza a metà tra la polis
ateniese e lo sbandamento psicofisico. Il tempo delle elezioni comunali,
in questo maggio piovoso, contagia tutti. I responsabili dell'ufficio
elettorale si sono presi la briga di contare il numero dei candidati
alla carica di consigliere comunale: trecentodiciotto. Più o meno un
candidato ogni quaranta cittadini votanti. In una selva di sedici liste,
per cinque candidati sindaco. Sono quasi tutti lì, fanno avanti e
indietro per la piazza, passeggiano solitari come predatori in disarmo,
c'è chi conta, chi suda, chi spiega, "ma che c'è da spiegare, la rava e
la fava?" si intromette un altro. L'intero lenzuolo della politica
sventola ventosi cambiamenti, un nuovo partito di là, una lista inedita
di qua, chi scende in campo e chi sale di grado, spifferi e correnti.
Dunque Gaeta si prepara al voto. E sarebbe tutto persino molto bello,
una grande contesa democratica di primavera nella ridente cittadina
tirrenica, col clima mite e il mare a due passi, se non fosse per un
dettaglio collaterale, per quella frase che insistentemente riecheggia
nelle conversazioni: della politica ne abbiamo piene le scatole.
Ovviamente il concetto è declinato in modo variabile a seconda degli
interlocutori. Ardimentosi polisti, con quell'eloquenza rude alla
Capitan Magliozzi, sono pronti a sostenere che la politica è tutto un
magna magna, manco a dirlo, ma almeno diamo atto ai nostri che sanno
allestire succulenti banchetti. E comunque - aggiungerebbe l'ex sindaco
forzista, disarcionato dai suoi - solo io sono l'unico vero politico in
circolazione, gli altri sono delle incognite, gente che non è mai stata
eletta, "personaggi che si svegliano una mattina e si mettono in testa
di fare il sindaco". Pensosi ulivisti, mimando una democristiana
rassegnazione come l'Avvocato Magliuzzi (nomen omen), uno di quelli
sempre in bilico tra l'arringa fenomenale e la pennichella metafisica,
incolperanno le contigenze, il quadro politico eccetera, invitando però
a non cedere a derive populiste e istinti demagogici, calma, calma,
apriamo almeno - chessò - un tavolo di concertazione. Vigorosi
rappresentanti di liste civiche ti diranno chiaro e tondo che i partiti
sono al capolinea, la città è in coma, la società civile deve
riscattarsi (e quella incivile invece, verrebbe da chiedergli?),
insomma, destra e sinistra non esistono più, e il più colto sarà pure
disposto a citarti Bobbio e Dahrendorf di fronte a un aperitivo, mentre
altri più terra terra chiuderanno il discorso, e i conti con tutta una
classe politica, asserendo ineffabilmente: "non sono io che sono
qualunquista, sono loro che sono stronzi". Gente capace di spiazzarti,
come il candidato Anthony Raimondi che, si racconta, una volta fece
sobbalzare sulle sedia un notabile di qualche partito locale che se lo
squadrava con diffidenza: "Io nella vita ho rischiato le pelle per
salvare bambini in Africa, e tu invece che hai fatto seduto dietro
quella scrivania?".
Ma esiste davvero, nel paesone gaetano così come in Italia, un diffuso
sentimento di sfiducia, addirittura disprezzo per la politica e i suoi
protagonisti? Davvero l'antipolitica sta vincendo? In tal caso sarebbe
anche ora di chiedersi come mai, e magari correre ai ripari. Dice
l'eccellente libro inchiesta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, "La
Casta" (Rizzoli), che gli addetti alla politica in Italia siano 500mila.
Quasi raddoppiati negli ultimi dieci anni. Espansi fino a consumare la
bella cifra di 15 miliardi di euro l'anno. Nel mucchio, tanto vale
trovare un posto all'ombra. Tornando al paese nostro, pure
l'affollamento di aspiranti consiglieri assomiglia più a un concorsone,
più a un gioco dell'oca amministrativa che a una competizione per il
bene della polis. Un bazar di voti, passioni e indulgenze: in
un'elezione forse decisa all'ultimo voto la maggiorparte dei candidati è
disposta a promettere di tutto alla gente stufa. Chi non trova
occupazione come consigliere comunale da qualche parte a lavorare deve
pur andare. Hai voglia il benemerito commissario prefettizio Frattasi a
lancia alti moniti sul governo della città, a "rispettare gli interessi
della collettività" eccetera. "Si sa che è più facile decidere come
commissario che come politico, e noi facciamo politica" è la risposta
emblematica di un Tonino Lieto, impegnato a tessere la tela con cui
scivolare senza scossoni da una maggioranza all'altra. E con quel ghigno
mentre si pronuncia la parola "politica" che indica sempre un
compromesso al ribasso. Totò, in uno dei suoi memorabili film, avrebbe
chiosato degnamente: "In Italia, chi amministra... ammenestra, e c'è chi
si pappa tutto il minestrone".
Ma l'avete visto qualche volta lo scorso consiglio comunale, ma avete
visto che gente? - interviene il barista nel mezzo di una delle tante
discussioni. Una specie di evoluzionismo al contrario, una corsa verso
la mediocrità. Gente che saltava da un partito all'altro, litigi dettati
da interessi, incarichi pubblici scambiati come dadi. Ma stiamo attenti
miei cari, ammonisce un vigile urbano che passa di là, ogni popolo ha il
governo che si merita. Il problema, ribatte il barbiere, è che bisogna
stare attenti a come si parla: tu stai a lamentarti con un amico della
crisi della politica e di questi trecento candidati che sembrano il
casting per un reality show di quarta categoria, quello in tutta
risposta annuisce e ti mostra fraterna comprensione, finché - al termine
della conversazione - il tuo amico fa una pausa, ti guarda in faccia,
mette la mano in tasca e tira fuori la bomba, "ecco, sono candidato
anche io, questo è il mio santino", e tanti bei saluti. A questo punto
potreste solo sperare di incontrare quel rinomato professionista gaetano
che s'è fatto stampare un paio di santini con la sua faccia e li mostra
a tutti, con trionfante ironia. C'è la sua faccia, davanti
all'immancabile sfondo panoramico del golfo, e sotto il simboletto:
"Partito dei Non Candidati". Slogan: "Non votatemi, ma non chiedetemi di
votarvi". Sospiri di ammirazione degli astanti. Uno con un santino così,
si fosse candidato sul serio, lo voterebbero tutti.
Se è davvero l'antipolitica ad apparecchiare la tavola di queste
elezioni gaetane, allora bisogna ammettere che è la politica, quella
ufficiale, ad esserci cucinata da sola negli ultimi anni. Troppi
interessi e troppi conflitti hanno inquinato la gestione della cosa
pubblica, il più delle volte mascherati da contese di partiti e
partitini. Troppo labile diventa il confine tra la raccolta del consenso
e il rastrellamento di favori. Troppo soffocante continua a rivelarsi
ogni giorno la presa dei partiti e delle loro nomenklature su organi e
gestioni della macchina amministrativa. E' questa la vera antipolitica:
non il bambino che grida che il re è nudo, non il candidato che fa il
manifesto col piatto di spaghetti - "basta mangiare da soli!" -, non la
gente che parla nei bar delle pensioni dei parlamentari o delle comunità
montane di pianura. Così oggi tutti gli aspiranti primi cittadini si
affrettano, a loro modo, a prendere le distanze dalla "politica
politicante", ad assicurare i cittadini che saranno loro a decidere,
possiamo trattarli come amici, "con me potete prendere un caffè al bar
quando volete" per dirla con l'ex sindaco Magliozzi. Bontà loro, ma non
basta. "La gente si divide fra chi sta in fila a sorteggiare una vincita
al collocamento politico e chi ne sta fuori, per forza o per amore, e
aspetta solo di vederlo rovinare facendo scorta di monetine" scrive
Adriano Sofri su Repubblica. Sulla piazza municipale, intanto, la gente
chiacchiera e piccoli pifferai crescono.
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