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Un popolo di santi, santini e patroni
Luca Di Ciaccio
Illogica Allegria,
luglio 2007
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Dai santini elettorali si è finiti dritti
ai santi patronali. A un certo punto nell’affollata campagna elettorale
gaetana – dove un posto pietosamente non si negava a nessuno – sono
comparsi i “santini”, ma nel senso religioso del termine. Nel corso di
un duello sulla tv di strada – dove già altri candidati avevano tirato
in mezzo amuleti brasiliani, rosari mariani e perfino l’oroscopo – i due
candidati del ballottaggio, Magliozzi e Raimondi, hanno finito per
litigarsi una sacra effige cartacea di Don Bosco, “me l’aveva regalata e
poi se l’è voluta riprendere”, “non è vero, mi sono ripreso il santino
perché lui non voleva mangiare i miei pasticcini” e via così. Finché,
quando il gioco s’è fatto duro, s’è chiesta direttamente la divina
intercessione dei patroni. Il 2 giugno, festa dei santi Erasmo e
Marciano, i due aspiranti sindaci benedicevano la folla dai loro due
camion – vela promozionali, strategicamente posizionati alla curva del
lungomare, una alla destra e uno alla sinistra. E a loro volta, il
Capitano e l’Americano, in carne e ossa, si facevano benedire in
processione sotto le statue dei santi, uno accanto all’altro, attorniati
da nere tonache e carabinieri col pennacchio.
D’altronde a qualche santo bisogna pure
votarsi. E specialmente in Italia pare esserci l’imbarazzo della scelta.
In un Paese dove i campanili si confondono. E la “ragione religiosa”
spesso si contamina con la ragione civile. A questo proposito è uscito
un libro che si intitola “I Santi Patroni” (nella collana “L’identità
italiana” della casa editrice Il Mulino), lo ha scritto l’antropologo
Marino Niola, appassionato studioso dei culti popolari italiani. E’ un
viaggio nel “municipalismo sacralizzato” del nostro Paese, tratto
determinante (nel bene e nel male) dell’identità nazionale. Una specie
di federalismo religioso, “punto di convergenza – spiega Niola – di
tutti i fili religiosi e sociali che tramano il variegato tessuto
identitario italiano”. Ce ne sarebbe abbastanza per riaprire il
dibattito, oggi alquanto infuocato, sullo straripante peso politico
della religione cattolica nell’Italia di oggi, ancora presa nelle sue
viscere da credenze e appartenenze che sfuggono alla solite categorie
della politica. Alla processione del santo patrono – per dire – ci vanno
tutti. Quelli della telestreet gaetana, quando trasmettono le svariate
processioni di paese, colgono davvero l’anima dell’evento: la telecamera
non la puntano mica sulla statua del santo, ma sul devoto pubblico ai
lati delle strade. Ogni processione è un rito di riconoscibilità sociale
prima ancora che un atto puramente religioso. Infatti il popolo gaetano
se le registra alla tv non tanto per pregarci sopra quanto piuttosto per
conservare un ricordo dei passanti, dei parenti e del paesaggio sociale,
“guarda là, la zia Concettina come stava bene”, “guarda là il compare
Peppe che saluta”. Il ritorno al paese per la festa patronale è tuttora
la più solenne e imperdibile delle occasioni per rinnovare il vincolo
con le radici, con la famiglia, con la comunità d’origine. Nelle
comunità degli emigrati all’estero poi l’attaccamento al patrono si
manifesta con la conservazione devotissima di tradizioni e ritualità che
spesso sono scomparse finanche nella patria d’origine. Non esiste
ricorrenza “di Stato”, per quanto fondante, per quanto politicamente
“alta” che possa lontanamente competere con la festa patronale come
richiamo in patria degli italiani all’estero.
Nella nostra Gaeta i santi modellano il
calendario e la ripartizione dei quartieri: dall’amata Madonna di
Portosalvo ferragostana dei pescatori ai santi settembrini Cosma e
Damiano più vicini al mondo contadino. Con tanto di vecchi duelli tra
parroci sui percorsi delle rispettive processioni, e guai a sconfinare.
Poi c’è la lunga serie, oggi in decadenza, delle Madonne rionali:
Longato, La Catena, Il Colle, echi di antiche tradizioni a volte
smontate dalla stessa evoluzione sociale e urbanistica della città. E le
“edicole sacre” in ogni vicolo, tutte infiorate e addobbate nei sabati
di maggio. Per non parlare della storica rivalità “di confine” tra
gaetani e formiani, che si dividono lo stesso patrono – Erasmo e
Marciano ogni 2 giugno, con gran traffico di reliquie nel medioevo, pur
di scampare ai Mori – e si fanno la guerra a chi spara i botti
d’artificio più portentosi (in genere i formiani se la cavano meglio,
oltre alla fortuna di ritrovarsi Gaeta sullo sfondo). Come spiega il
libro di Niola, la religione cattolica trova nei santi una formidabile
“specializzazione antropomorfa” di Dio. Ogni comunità ha a disposizione
una incarnazione locale del sovrannaturale. Insomma, se Dio è lontano il
santo è vicino, è di casa, è il mediatore ideale, un po’ come il parente
importante che va a Roma a trattare direttamente con il potere, è a lui
che ci si raccomanda.
La commistione tra profilo religioso e
profilo politico-municipale sembra inestricabile. In pochi sapevano,
prima delle polemiche scoppiate un paio di anni fa in consiglio
comunale, che la Cattedrale di Sant’Erasmo, edificata nel X secolo, è
stata – fino al 2003! – di proprietà del Comune di Gaeta. Senza che
nessuno abbia eccepito che si trattava di una “ingerenza” della politica
nella religione, tanto ovvia era, e in parte è ancora, la confusione tra
i due ambiti. Anzi, per paradosso, a battagliare di più contro la
cessione gratuita dell’edificio di culto alla Curia, da parte
dell’allora maggioranza di centrodestra, all’epoca furono proprio alcuni
politici “laici e di sinistra”, addirittura citando i sacrifici compiuti
dal popolo gaetano per difendere a denti stretti, nei secoli dei secoli,
le amate reliquie del santo martire Erasmo. Il 2 giugno a Gaeta la vera
festività non è quella della Repubblica ma quella del Patrono, e il
sindaco con fascia tricolore va a omaggiare il vescovo e i santi
portando ceri e fiori in Cattedrale, e invocando la “benedizione sulla
città”. Nessuno può obiettare alcunché. Le tradizioni sono tradizioni.
Recentemente il quotidiano “Latina Oggi” dava notizia di un’indagine
dell’arcivescovato per valutare la possibilità di cambiare patrono alla
città di Gaeta. Sostituire Sant’Erasmo con la Madonna della Civita? Non
sia mai, fu l’unanime reazione di molti commentatori. Memori di quello
che accadde a Palermo quando fu affacciata una simile ipotesi: santa
Rosalia, indispettita dal possibile sfratto, mando giù una frana sulla
città.
Il regno dei santi e delle madonne patrone
prosegue dunque incontrastato a calamitare energie culturali e
adorazioni mistiche. In perfetta continuità con la struttura localistica
e municipale del nostro Paese. Sant’Erasmo, Maria di Portosalvo, San
Cosma e San Damiano non conoscono quella crisi di rappresentanza che sta
sfibrando la politica. Il santo patrono è una specie di supersindaco che
non conosce differenza tra destra e sinistra e non ha bisogno di
campagna elettorale. I santi da sempre in Italia sono “cosa pubblica”, e
dunque rappresentano uno dei più profondi tratti “politici”. Sarà per
questo che gli aspiranti sindaci, che vogliono da tutti essere votati ma
poi non sanno a chi votarsi, vanno da loro a cercare benedizione.
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