|
» gaeta
Strade d'estate.
Passa un autotreno
carico di multe
Luca Di Ciaccio
Illogica Allegria,
settembre 2006
|
Passa correndo lungo la statale un autotreno
carico di multe. Adelante, adelante, boccheggiando nel caldo del litorale, nelle
mete immaginate ma non prenotate, nei baracconi e nelle bancarelle, nelle
fabbriche chiuse e nelle lampare affondate, nella sabbiosità di un popolo
nervoso e facile alla zuffa. “La festa è finita” titolava La Stampa pochi giorni
dopo la vittoria dei Mondiali, ricordandoci del nostro Paese sempre a doppia
faccia, che dopo la vittoria a pallone deve ricordarsi di affrontare lo scandalo
di chi il pallone se l’è rubato. Così torno nella mia cara vecchia provincia
sudata e sono due le immagini tormentone, un po’ mosse, un po’ svaccate, che
vedo e rivedo sulla tv di paese, che danno il tono a questa stagione. La pazza
festa dei Mondiali, non tanto la partita quanto piuttosto la faccia di quelli
che, nei bar e nelle piazze, la guardavano, e soffrivano, ed esultavano. E poi
la pazza rissa del consiglio comunale, le urla come in un bar, il sindaco che
scavalca le sedia avvampato dall’ira, le mani violente sulla telecamera. Sui
giornali, in cronaca locale, domina invece la caccia all’autovelox, le multe che
fioccano come un temporale, i cittadini fulminati che protestano, qualche
novello capopolo che si indigna, i giudici che non sanno che carte pigliare. Un
Paese così: a metà tra Previti che fa il martire e Gassman che fa le corna.
Nel mitico road movie americano “Punto zero”, il
protagonista Kowalsky intende dimostrare qualcosa a se stesso sparandosi un bel
“coast to coast” a centoventi miglia all’ora. È la variante americana del
nostrano “da casello a casello” che per decenni, soprattutto all’apice dei boom
economici, ha visto impegnati schiere di padri di famiglia. Oppure dell’ancor
più locale “da municipio a municipio” che ci affanniamo a percorrere sulla
nostra storta litoranea del Lazio Sud, tra Appia e Flacca. A occhio, la distanza
tra le due mitologie è la stessa che separa il western dalla commedia
all’italiana. Oppure, in termini più assoluti, il senso della libertà da quello
della furbizia. Ma tant’è. Anche se, in fin dei conti, come scrisse Michele
Serra, schiantarsi a duecento all’ora su una Mustang sbucando da un canyon e
farlo a ottanta all’ora su una Punto davanti a una pizzeria di Torvaianica basta
ugualmente per morire. Questa storia di multe e di strade, di ingorghi e di
sorpassi, in verità ci dice molto di come stiamo messi. E allora, adelante,
adelante. C’è un uomo al volante, come in quella canzone di De Gregori. E si
affaccia dal finestrino del suo coast to coast stra-pontino: e vede gli
scheletri abusivi della piana fondana, e vede quella Sperlonga sfregiata per sua
stessa mano, e vede il mare impuro di cozze del golfo gaetano, e una dozzina di
nudisti circondati come criminali, e vede i mille porti incompleti di Formia, e
un Principe assediato nella sua torre, e vede Minturno dove il turismo è
faccenda da ordine pubblico, e rapine in banca, e il sindaco non annuncia
delibere ma avvisi di garanzia, e vede scivolando la Domitiana, la Campania
imbruttita, di mozzarelle e di illegalità. Adelante, adelante, mentre le
macchinette scattano, le multe impazzano, le velocità dei contachilometri non
sono quelle che sembrano. E tutto sembra davvero assomigliare a quella “terra
senza misura” cantata da De Gregori, “che già confonde la notte e il giorno, e
la partenza con il ritorno, e la ricchezza con il rumore, ed il diritto con il
favore, e l'innocente col criminale, ed il diritto col carnevale”.
I fulminati dalle macchinette anti-velocità,
infatti, sollevano la questione di un paese sregolato, dove tutto sommato il
concetto di “legge” si perde in un ginepraio di opinioni e di sentenze, di
inghippi e di cavilli. Presso altri popoli, probabilmente, funziona meglio un
altro principio, quello dell´autodisciplina, del rinunciare alle infrazioni non
perché si tema che il papà ti sgridi, ma perché non si fa e basta. Ma, qui da
noi, i cartelli e gli autovelox e i verbali della polizia stradale non
assomigliano più a tavole della legge da rispettare. Diventano la base d’asta di
infinite contrattazioni private, il copione di un mercimonio tribale tra
prepotenze dei singoli e astratti poteri della collettività. Anche il
contachilometri ormai pare ridotto a una delle tante commedie sociali, di cui
tutti conosciamo la finzione. Sicché è vero che gli automobilisti che superano i
130 all’ora mentre vanno ad abbronzarsi in costiera o a comprare il latte a
mammà sono dei folli e dei pirla. Ma è pure vero che quei piccoli Comuni che
lucrano piazzando autovelox tra le fronde dove ci sono limiti di velocità
demenziali sono dei grassatori. Adelante, adelante, in un Paese dove fidarsi non
è mai meglio. Perfino il più salomonico dei giudici di fronte alla scelta tra
quegli amministratori comunali che piazzano dieci autovelox con limiti assurdi
su strade per nulla sicure e quei cittadini che si vanno a inventare le
macchinette per metterli fuori uso con qualche raggio misterioso, perfino quel
saggio giudice si arrenderebbe alzando gli occhi al cielo (più o meno come già
succede ora, negli uffici dei giudici di pace sommersi da ricorsi e
controricorsi). Pure qui, nel mondo d’asfalto, sembra aver ragione Baudrillard:
non c’è più la realtà, esistono solo simulacri. Immagini di immagini. Nel
frattempo i pericoli della strada, purtroppo, non sono affatto virtuali, e il
tributo in vite umane fin troppo reale, fin troppo alto, e non c’è autovelox che
tenga. Kowalsky non c’entra niente. Noi che torniamo nel Golfo, in questa lunga
estate calda, ci ritroviamo sempre avviluppati alle stesse strade, alle stesse
destrezze. Sogniamo littorine su ferrovie ormai mezze sepolte, lanciamo in aria
visioni di navi che solchino il mare come una strada, costruiamo rotatorie di
inutile perfezione, ci innamoriamo di eccezioni che non confermino le regole, di
sindaci e calciatori. Alla faccia di tutti i prodismi a ricordarci che dobbiamo
rimboccarci le maniche. Adelante, adelante, il destino è distante.
|