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Garibaldini e borbonici, l'assedio che
non finì mai
Luca Di Ciaccio
Illogica Allegria,
agosto 2007
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In una sera d’estate una cena nelle
campagne gaetane finisce con un’acerrima divisione della tavolata (con
commensali, peraltro, di bassa età media) tra sudisti e nordisti. Oppure
filo-borbonici e filo-piemontesi. Oppure garibaldini e briganti. Fate
voi. Gli uni a dire che la rispettabile potenza mediterranea delle Due
Sicilie fu fatta fuori con un colpo di mano liberista, che provocò
rovine e miserie nelle popolazione meridionali, trattate come selvaggi
da conquistare in punta di fucile. Gli altri a ribadire che non poteva
essere più rimandato il tempo di imporre gli ideali liberali, rendendo
la nazione italiana unita e affrancata dalle dominazioni straniere e
papiste. Ebbene, nella “fedelissima” fortezza decaduta è ancora
consentito fare notte fonda a discutere se l’Unità d’Italia fu
un’inevitabile chiavica o una barcollante impresa. I vecchi spalti di
Monte Orlando, ora tristemente divorati dalle erbacce, ancora conservano
memoria della giovane regina Sofia che passava le lunghe giornate
dell’assedio del 1861 a incoraggiare gli artiglieri, curare i soldati
feriti, spesso traditi dai loro stessi generali, confortare i civili
devastati dalle bombe e dalle epidemie, e pure a fare le corna alle
truppe piemontesi stipate dall’altra parte del Golfo. Mentre dal cielo
di questa Italia così faticosa da unificare piovevano migliaia di bombe
e proiettili. Si può morire fedelissimi e rinascere apatici, si chiede
qualcuno in vena di riflessioni sulla gaetanità.
Oggi l’assedio del 1861, ultimo dei
diciassette assedi della lunga storia gaetana, rappresenta un pezzo di
memoria cittadina, una porzione di coscienza campanilista dove si
affettano ambizioni e frustrazioni, desideri del presente e nostalgie
del passato, strategie televisive e tattiche elettorali, visioni di
destra e di sinistra, di lotta e di governo. Riecheggia sui palchi dei
comizi o ai tavoli di un bar, sugli scranni del consiglio comunale o tra
gli scaffali delle librerie. Nella Gaeta smarrita degli anni duemila,
desiderosa di rivincite, tira aria di riscoperta identitaria, di revival
storiografico. “E’ l’anima gaetana che ritorna” dice l’ex tabaccaio ed
ex comunista Antonio Ciano, che dai pamphlet meridionalisti alle lezioni
di storia sulla telestreet ora è arrivato a sedere sulla poltrona di
assessore al Demanio, e scrive lettere al governo per far restituire
alla città pezzi di territorio sottratti e in abbandono. Qui come
altrove la storia può essere anche un affare. Ma dove se ne va l’anima
di un paese quando si perde? In quelle pagine cupe della storia paesana,
tra le pieghe di una nazione che ancora non c’era, si sono smarrite le
chiavi di Gaeta.
Furono giorni tremendi, quelli tra il
novembre 1860 e il 13 febbraio 1861: sessantamila proiettili furono
sparati dai piemontesi sulla Gaeta assediata, altri quarantamila furono
sparati dai borbonici asserragliati, case distrutte dalle bombe,
abitanti del borgo usati come scudi umani, carcasse e cadaveri da
seppellire sotto le piazze, epidemie di tifo e di colera. Si
sviluppavano incendi, crollavano muri e parapetti, saltavano blindature,
ammutolavano cannoni e morivano uomini. Un giorno di gennaio i
piemontesi colpirono la polveriera Sant’Antonio, vicino la spianata di
Montesecco. Lo scoppio fu tremendo, la terra tremò per parecchi
chilometri, si alzarono colonne di fumo e polevere che oscurarono il
cielo. Il bastione e le vicine case del borgo erano scomparse. Al loro
posto un’enorme voragine piena di cadaveri, macerie, brandelli umani e
feriti urlanti. Soccoritori che correvano sotto i tiri del fuoco nemico.
Rileggere i diari dell’assedio è come assistere alle più truci cronache
delle guerre di oggi. Gaeta come tutte le Bagdad e tutte le Saigon di
ogni tempo? Quante macchie di sangue si porta dietro il tappeto tarlato
della nostra vicenda nazionale? Cambiano le tecnologie, i confini e le
artiglierie ma sempre rimangono gli stessi istinti in fondo all’animo
degli uomini. La storia è un percorso a ostacoli che si ricostruisce ad
ogni tappa. Chi è sopravvissuto sa, chi viene dopo distorce la memoria,
se ne appropria. Gli psicoanalisti inducono a riesumare il passato,
fanno scrivere quadernetti di esperienze perché nulla vada perduto. E se
succedesse? Se non ci fossero più monumenti ai militi ignoti, ossari dei
caduti, cimiteri dei nostri e altrui smarriti amori? Se tutto questo
sparisse nell'imbuto del lavandino dove ci sciacquiamo la faccia prima
di affrontare una nuova giornata?
Dal molto di Gaeta partivano gli
sconfitti, all’alba di giorni ignoti. Un dogmatico Papa nel 1849, dritto
verso le turbolenze della storia. Una coppia di sovrani umiliati senza
aver perso l’onore, nel 1861. Un Duce carico di disastri e tradimenti in
una mattina di fine luglio del 1943. Solo per citarne alcuni. I gaetani
alle finestre ricordano tutto, seppelliscono le umiliazioni col
disincanto, l’onore con l’astio, ma forse meriterebbero di dimenticare.
“Preferisco i miei infortuni ai trionfi degli avversari” disse il re
Francesco II di Borbone, detto Franceschiello, in uno dei suoi ultimi
proclami. A volte sembra che l’assedio di Gaeta non finì mai, rimanendo
in fondo all’animo dei gaetani. Come una Fortezza che seppe trasformarsi
in Deserto dei Tartari. Ora. Per una parte della storiografia sempre più
vasta è difficile negare che gli anni del benemerito Risorgimento, visti
dal Sud, furono anni di repressione, di sopraffazione, di stragi di
Stato, di guerra civile. La concezione dello Stato come corpo estraneo,
il grande Meridione di sudditi infidi e carte false vengono anche da lì.
L’eterna tentazione italiana delle repressione e dello stato d’emergenza
e del complotto, anche quelle vengono da lì. “Come se non si dovesse
parlare male di Garibaldi, come si diceva quando ero bambino” raccontava
Vittorio Foa. Eppure il “mannaggia a Garibaldi” risuonava nelle nostra
antiche campagne già meridionali, come l’imprecazione verso un eroe
malsopportato. I toponomastici gaetani perfidamente intitolarono, un
secolo fa, all’eroe Garibaldi di cui quest’anno ricorre il bicentenario,
la via che portava al cimitero. Come in una bella canzone di Vecchioni,
“i nostri figli andranno per il mondo, e non verrano i piemontesi ad
assalire Gaeta”. Ma Garibaldi si fermò prima dell’assedio gaetano, da
rivoluzionario obbediente al Re. E pure lui arrivò consapevole alla
morte: con la sensazione di essere già un sopravvissuto, trasformato in
statua, seppellito e riesumato a ogni cambio di stagione, indossato come
la maschera di un attore senz’anima. Ma si deve avere memoria di queste
terre, della sostanza di cui si è fatti e dell’aria che si è respirato,
per consentirsi la libertà di pensare a certi sconfitti della storia
come degli eroi. Fosse la prima delle regine, uno qualunque dei soldati,
o l’ultimo dei cuochi di truppa. Oppure uno di quei briganti, c’è chi
dice fossero banditi, e chi in cuor suo sa che furono partigiani. In uno
dei tanti posti dove, come cantava De Gregori col suo Cuoco di Salò,
“qui si fa l’Italia e si muore”. Nazione troppo giovane, troppo piena di
tanti vuoti da riempire.
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