LUDIK

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Caro Direttore,

anche i tonni alle volte sono amari

 

 

Luca Di Ciaccio

telefree.it,

ottobre 2003

 

 

Signor Direttore, c’è una questione che qui a Gaeta – e nei comuni limitrofi, e anche oltre – sta suscitando ampi e aspri dibattiti, loschi sospetti, diffidenza diffusa e isolate speranze. Si tratta della possibilità di installare un mega-allevamento di tonni nelle acque del golfo di Gaeta. Nello scorso numero di questo giornale lei si chiedeva “ma quando la finiamo di parlarci addosso sulla questione dei tonni?”. Non so se, a conti fatti, sia più inutile la sua domanda o la possibile risposta di un lettore. Un giornale lucido e controverso com’è Il Corsivo non può farsi tutto apocalittico o tutto integrato, specialmente su una vicenda come questa che richiede confronto e comprensione.

 

Dunque, partiamo dai fatti: è successo che la Capitaneria di porto di Gaeta abbia rilasciato una concessione (in data 11 ottobre 2002) alla ditta MedFish per la realizzazione di un impianto di maricoltura per allevamento di tonni. 504100 mq di dimensione, con installazione di otto gabbie galleggianti dal diametro interno di 50 metri ciascuna. Il Comune di Formia lo ritiene un pericolo per il suo mare e la sua città, e in una delibera approvata all’unanimità ha chiesto la revoca della concessione. Anche il consiglio comunale di Gaeta, si è espresso per una sospensione in favore di maggiori approfondimenti. Nel frattempo alle polemiche sui due sindaci Magliozzi e Bartolomeo, alle dietrologie sul conflitto di interessi del nostro primo cittadino e alla durezza dei rappresentanti MedFish si aggiunge una vasta mobilitazione popolare con raccolta di firme. Il problema, allora, è “inesistente” come l’ha definito sbrigativamente? Potremmo parlare di allucinazione collettiva oppure dare come al solito la colpa a qualche trinarciuto ambientalista di sinistra che si oppone alle luminose sorti del progresso. Invece il nostro compito è di indagare e far capire.

 

Non ho conoscenze scientifiche sul tema (ma vedo che anche lei ammette di non averle) però abbiamo delle parole e dei fatti per suffragare le nostre ipotesi, e il lettore (che avrà magari le sue) giudicherà. Ricerche scientifiche dimostrano che questo tipo di tonnare mettono all’ingrasso i pesci pescati direttamente in mare (fino a farli diventare bestioni da 3/5 quintali, per intenderci) con ingenti quantità di cibo (occorrono 5 chili di piccoli pesci per fare ingrassare un tonno di un kg) e un allevamento di tale genere provocherebbe forti quantità di feci, residui di cibo non consumato e accumuli di altre sostanze come medicinali per curare i pesci. Senza contare i danni per la stessa sopravvivenza della specie del tonno rosso nel Mediterraneo. E’ un tipo di allevamento forse redditizio per l’imprenditore che lo pratica (non è tonno in scatola da condire con olio di olive gaetane e tarantelle in sottofondo questo, è sushi prelibato da rivendere a caro prezzo per il mercato giapponese) ma ad impatto forte e rischioso per l’ecosistema in cui si inserisce. E qual’è questo ecosistema? Non è l’oceano Atlantico delle desolate coste canadesi (tante volte citato impropriamente), ma è il nostro piccolo golfo sul Tirreno. Un ambiente cha già adesso non se la passa affatto bene: l’inquinamento, le colture intensive già presenti, i problemi della pesca, le mucillagini di questa estate, per non parlare degli atroci sospetti di contaminazione nucleare di cui negli ultimi tempi si è tornato a parlare. Lei cita Totò e dice “per favore, finiamola e facciamo le cose serie”. Ma questa commedia che si sta gonfiando giorno dopo giorno, nella nostra Gaeta vera che mai finiremo di amare e malsopportare allo stesso tempo, somiglia troppo al Totò che rideva mentre un tale gliele dava di santa ragione chiamandolo Pasquale: “prendi Pasquale” e lui incassava e rideva; “beccati questa Pasquale” e lui incassava a rideva felice perché “tanto!, io non sono mica Pasquale”.

 

Lei ci ricorda, en passant, che il Magliozzi sindaco forzista di Gaeta è il fratello del Magliozzi amministratore delegato della società concessionaria MedFish che impianterà la tonnara. Ma forse ha ragione che sarebbe volgare e riduttivo ridurre la complessità della questione a questa parentela e farne il pretesto per degli attacchi. In fondo in questo Paese è divenuto grottesco accanirsi sui piccoli e grandi conflitti di interesse, ma allo stesso tempo è giustificabile che Magliozzi e i suoi appena sentano parlare di corda si tocchino il collo. Dovremmo ascoltare gli esperti... Per esempio il vecchio Folco Quilici (peraltro stipendiato come giurato di un premio letterario organizzato dal Comune) che motiva le sue sprezzanti e liberiste dichiarazioni pro-tonnara con questa ponderata argomentazione: «Devo mangiare, e non posso fare a meno del tonno e delle vacche in scatola». Io però potrei citarle il giornalista, subacqueo ed esperto di mare Adriano Madonna che sostiene: «Se questa iniziativa andasse in porto, si verificherebbe un vero disastro ecologico nelle acque già "ammalate" del golfo di Gaeta, accompagnato da una serie di svantaggi». Oppure Riccardo Strada, direttore della riserva marina di Ventotene, il quale ha detto che «l’allevamento dei tonni, molto più invasivo di altri, è pensato per aree ad alta profondità e zone ad alta dispersione degli accumuli. Il nostro golfo, che tale non è , potrebbe trovarsi in una situazione di disastro potenziale». L’impresa ha chiesto tutte le autorizzazioni possibili e immaginabili? Falso. La Asl di Latina è stata interessata solo per il parere del servizio veterinario (cioè solo la parte animale) e non per quello più completo del servizio igiene e ambiente. L’Arpa (Agenzia Regionale Protezione Ambiente) non è mai stata interpellata. La documentazione della ditta, o almeno quella che è stata diffusa al pubblico, è molto carente e il presidente della MedFish in una conferenza stampa nel mese di agosto convocata “per fare definitivamente chiarezza” ha preferito discettare sul fatto che il sindaco di Formia non sappia gestire il commercio nella sua città. E se poi dovessimo far dipendere tutta la legittimità e la giustezza di un atto dai timbri e dai protocolli saremmo nei guai (anzi a giudicare certi obbrobri italiani, ci siamo già). Pur essendo tutti presi dalla nostra frettolosa modernità, per esempio varrebbe la pena riflettere sugli abitanti dell’isola di Vis in Croazia, meta del turismo internazionale, che hanno respinto con un referendum l’installazione di un impianto di tonni simile a quello qui previsto, sulle analoghe preoccupazioni in Sicilia o in Sardegna, oppure sulla proposta delle associazioni ambientaliste del Mediterraneo (dal Wwf in giù) di una moratoria sui nuovi allevamenti fino a quando “non verranno chiarite le conseguenze sull’ambiente”.

 

Insomma, caro Direttore, tutto accade senza ritegno e senza soste di riflessione in questa storia gaetana, dove si mescolano le ambizioni frustate di una città di mare, speranze ciniche di guadagno per qualcuno e l’indifferenza di molti. E’ intervenuto persino sua eminenza il vescovo, il quale ha giudiziosamente fatto sapere, per bocca di un suo portavoce, che «ragioni di natura esclusivamente economica e privatistica e che escludono gli altri da ogni confronto, non sono ragioni sufficienti ad attribuire patente di legittimità a strutture che sfuggono ad ogni riferimento al bene comune». Nel suo editoriale lei ci spiega – a noi inguaribili sobillatori – che non c’è proprio nulla da temere: “Ma perché non ci alziamo al mattino col sorriso dell’ottimismo?”. Ho apprezzato il suo buonumore, ma si sentono ancora i graffi sui vetri. Eccolo, secondo il suo ottimismo, il futuro della mia generazione, quella dei giovani che fuggono da questa città per non ammuffirci dentro: lavorare in una tonnara. Volendo ampliare il nostro discorso, ci sarebbe da ragionare sul tragico modello di sviluppo perseguito dal nostro paese (con la p maiuscola e con la p minuscola) negli ultimi quarant’anni: una modernità frettolosa, decrepita, provinciale, illusoria, senza cultura, senza respiro. E almeno oggi vorremmo provare a mettere sul piatto i benefici economici di qualcuno e il bene collettivo di tutti? L’ultima promessa di sviluppo è un’attività che farà guadagnare il pane a poche decine di operai che si faranno il mazzo, farà arricchire un paio di imprenditori in buoni rapporti col potere, e manderà probabilmente a rotoli quel poco di mare decente e di malridotto turismo balneare che c’è rimasto (in quanto alla “fabbrichetta di tonno” da lei auspicata, considerati vari fattori, mi sembra un’ipotesi tremendamente comica). Lei dice che il turismo ormai conviene lasciarlo perdere, “non è più redditizio”. E come si può pretendere un turismo redditizio e di qualità in una città che non ha strutture, che ha pochi alberghi e case-bidone a carissimo prezzo e zero servizi, che tiene chiusi e abbandonati i suoi più preziosi monumenti, che non riesce nemmeno a garantire l’acqua dai rubinetti? Ma da un po’ di anni si usa non affrontarli nemmeno più questi discorsi, al massimo si da la colpa all’invasione dei “cafoni napoletani”. D’altronde paghiamo le dannatissime scelte di un paio di generazioni fa: quando Gaeta invece di dedicarsi ad un turismo bello, onesto, redditizio, culturale, scelse il miraggio dell’industrializzazione pesante e del turismo egoista e di serie b. Almeno quelle scelte di allora, anni 60/70, crearono una classe lavoratrice e un diffuso benessere seppure di corto respiro. Oggi invece è peggio: pochi si arricchiscono, pochi si sfamano, agli altri non rimane che rassegnarsi o fuggire. E neanche i tempi sono più quelli speranzosi di allora. La raffineria, per dirne una, fu un orribile sbaglio, ma al confronto la megatonnara del 2003 è addirittura peggio. Non solo per un discorso quantitativo, ma perché manca del tutto un modello di progresso alternativo per la città, da un punto di vista economico e morale. Pensiamo anche alla criticatissima scelta di affiliare (i più contrari dicono “svendere”) il nostro porto al network di Civitavecchia: la nostra amministrazione non ha potuto fare altro che ratificare il deficit strutturale (e di vecchia data) della nostra città, al cui porto non resta che prendersi “gli scarti” degli altri porti laziali ben più attrezzati di Civitavecchia e Fiumicino. Certo, restano le manovre sotterranee e gli entusiasmi ingiustificati attorno alla suddetta operazione, ma la situazione di fondo non cambia.

 

Signor Direttore, chissà che qualcuno dei nostri inetti amministratori (non solo oggi, ma da un bel po’ di anni a questa parte) non si sia mai svegliato, magari sudato e in piena notte, preso da qualche senso di colpa o di decenza per il decadimento materiale e morale della sua bella città. Se anche sarà accaduto, immagino che avrà fatto spallucce e si sarà girato dall’altra parte del guanciale per riprendere sonno. Oggi siamo a questo punto,a discutere di una tonnara e di una città sconfitta dalla storia e da sé stessa. A me ha preso un urgenza di scrivere e non potevo star zitto o rassegnarmi. Rassegnarmi all’idea che, in finale, abbia ragione lei: tanto peggio, tanto meglio.

 


 

La seguente lettera aperta era indirizzata al direttore del giornale locale di Gaeta “Il Corsivo”, Gigi Montorsi. Si tratta di una lunga risposta all’editoriale pubblicato sul numero dell'ottobre 2003, che si schierava a favore dell’installazione di un mega-allevamento di tonni nel golfo di Gaeta, progetto caro all'allora amministrazione comunale di Gaeta, oltre che a un'azienda locale. “Il Corsivo” poi sospese le pubblicazioni e quando le riprese non era più interessato alla mia collaborazione. La lettera fu pubblicata dal sito internet Telefree.it. Nei mesi segenti, dopo varie mobilitazioni contrarie, del progetto dei tonni non se ne fece più nulla.