|
» gaeta
Il mal di mare
sulle spiagge gaetane
Luca Di Ciaccio
Illogica Allegria,
novembre 2006
|
Il mare ci costeggia e ci assedia da tutti
i lati. Difatti alcuni che non se ne intendono di geografia ma che forse
percepiscono la verità metafisica delle cose ancora credono di sapere
che noi gaetani siamo abitanti di un’isola. E noialtri sempre lì a
smentire e smussare, quasi per rivendicare la nostra incompiutezza, che
Gaeta – come l’Italia tutta – è una penisola, una “paene insula”, una
quasi isola. E quegli altri a chiederci del mare, com’è il mare a Gaeta?
Ma chi lo conosce, il mare. Fa capolino tra i vicoli ormai svuotati di
pescatori, irrompe ai passeggeri dei treni reduci dalle curve
montagnose, scintilla come una maiolica blu se ti affacci dalla
vecchissima strada di collina tra Itri e Sperlonga, tra ulivi e tornanti
dal sapore andaluso, scivola pigro se invece lo cogli dal lungomare,
ancora punteggiato dalle macerie delle vecchie mura borboniche, pezzi di
storia fatti saltare in aria sull’altare dello sviluppo economico. Ed è
quello che inganna i turisti al primo impatto: giacché qualsiasi strada
prendano, verso nord o verso sud, in salita o in discesa, sempre
finiscono per trovarselo davanti. Tuttavia i gaetani di mare non sanno
davvero se il loro mare conviene di più amarlo o sopportarlo. Come il
“vecchio” di Hemingway in tanti pensano sempre alla loro città e al loro
mare come a la mar: “a volte coloro che l’amano ne parlano male,
ma sempre come se parlassero di una donna”. Il mare perduto a una
visione di dominio, il mare dei ducati e delle Repubbliche Marinare per
intenderci, evaporato sia agli splendori immaginari del turismo sia alle
fatiche reali dei vecchi pescatori, nel nostro Golfo di Gaeta è stato
degradato a via di fuga della classe dirigente, a banchetto degli
interessi economici, a capro espiatorio di nuovi parassiti. E persino
nell’agenda dei notiziari locali è diventato un appuntamento fisso:
sempre in pericolo, sempre minacciato, sempre in ostaggio di qualche
permalosa fazione. Vongolari e pescivendoli, turisti scostumati e
nudisti sobri, palazzinari e portuali, meduse e petroliere, sindaci e
avvocati, tutti a precipizio nelle acque marine. Ma con lo stesso
spirito di anatre in uno stagno.
Quando scendiamo al livello di terra,
infatti, quel vasto mare si mortifica di cemento, di traffico, di folla.
Quel mare di Gaeta, quel mare anche un po’ mio, non lo riconosco più.
Diceva un poeta strampalato: “se maggio è il mese della rosa, se
settembre è il tempo di migrare, ad agosto fetecchioso finiamo tutti a
mare”. Proprio quando noi, animali pietrificati di città, finiamo tutti
a transumare sulle spiagge, a spintonarci sul bagnasciuga, a galleggiare
nell’acqua che non ha una forma propria ma può prenderle tutte. Solo
allora riscopriamo il mare. E capiamo quanto le città di mare desiderano
la terra, comprano la terra, si snaturano e si sviliscono sulla terra,
che è comunque ferma e sicura come la rendita, di fronte a quel mare
agitato e mosso come il rischio di impresa. Mi volto a osservare le
belle spiagge di Gaeta e le vedo tutte uguali: una lunga trafila di
ombrelloni stipati, di pali piantati pure di notte, recinti di
stabilimenti sempre più larghi, brandelli di spiaggia libera occupati
senza ritegno da pseudo cooperative. “Amano il mare ma se lo fottono” mi
dice un mio amico. Il mare come una puttana, presa da vecchi maschi
avidi. Spiagge avare, stente, occupate più o meno legalmente, il bazar
delle concessioni e dei noleggi alle fine non scontenta nessuno, tranne
il povero bagnante che vorrebbe, com’è suo diritto, piantarsi un
ombrellone sulla riva. Più in là, verso sud, c’è il golfo degli
allevamenti e della pesca, coi sindaci che battibeccano su chi lo ha
inquinato di più, pure se il mare è sempre uno solo, l’acqua pur se
salata rimane un fluido. Forse la superficie del mare è troppo vasta per
gli occhi stretti di chi la amministra, gaetani ormai troppo sgraziati e
avidi di territorio per riuscire a riprendere il largo. Eppure quante
beate contraddizioni hanno visto passare le spiagge gaetane. Dalle
battaglie alle sabbiature, dal mamma li turchi medievale al ciro! ciro!
della modernità, dai sorbetti al limone del Sirio alle zuppe di pesce di
Pauluccio Patatè. Il mare in fondo ci accomuna e ci disinfetta tutti, è
il cagnesco degli uomini che invece ci divide ancora, che disprezza le
diversità, che ci vorrebbe tutti uguali, plaudenti e paganti.
Nella più primordiale delle simbologie il
mare è l’utero, è il grembo della madre, è l’origine del mondo, è
l’umore dell’amplesso. Secondo la psicanalisi postfreudiana (Sàndor
Ferenczi, riportato da Francesco Merlo su Repubblica) anche la pulsione
sessuale “dopo la catastrofe del prosciugamento dei mari”, dopo
l’emersione delle terre, è “un sostituto della vita acquatica perduta”,
una “lotta per procurarsi l’umidità che sostituisce l’oceano”. Così pure
nel mezzo dell’incarognimento vacanziero verrebbe voglia di spogliarsi,
di tante cose. Aiutare gli occhi a cercare negli altri soprattutto lo
sguardo, come una presenza più leggera. Disinfettarsi le proprie ferite
nell’acqua salata. Come i cacciatori da dune e le prede nascoste di
certe piccole rive ciottolose di ponente. Dove la costa si impenna e
diventa roccia, nudisti e gay e anime dannatamente libere sono
frequentatori abituali di un angolo di spiaggia all’Areanauta, trecento
scalini da scendere solo per arrivarci, miracolosamente scampato alla
privatizzazione del piano spiagge e a qualche scempio edilizio poco
lontano. “Veniamo qui da decenni, non diamo fastidio a nessuno, ci
trattano come criminali” dicono. Dai muri gaetani ringhiano manifesti
del partito cattolico e del partito di destra che “nudisti e gay” sulle
spiagge non ce li vogliono, che andrebbero “cacciati”. “Le spiagge alle
famiglie” dicono certi politici. Proprio così. Forse le “famiglie” sono
quelle con cui spartire quel poco di spiaggia non ancora colonizzata.
Poveri naturisti, coi loro piselli oltraggiosi al pudore e le loro
tasche vuote oltraggiose allo sviluppo economico. Corpi che si
consegnano docili al sole e al mare, sguardi smaliziati, passeggere
passioni. I costumati moralizzatori, gente che nessuna prima pietra
potrebbe scagliare, ora così turbati da qualche chiappa all’aria aperta,
seduti in braghe corte sui loro balconi, purtroppo sono bravi a
imbiancare un paese che ormai è tutto un sepolcro. Il loro mal di mare è
il malessere dell’impotente, la nausea del frustrato. Il nostro mal di
mare è una visione stregata di un bel paese alla deriva. Per fortuna,
appunto, ci resta il mare. Ci infilo dentro una mano e le gocce scorrono
lungo le dita, e di nuovo giù, mischiate a tutte le altre. Mi bagno,
dunque sono.
|