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» gaeta
Destini gaetani,
tra i cocci rotti della vetreria
Luca Di Ciaccio
Illogica Allegria,
dicembre 2006
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I cocci sono rotti, da tempo immemorabile
ormai, e nessuno ha più voglia di pagarli. Pezzi di ceramica, pezzi di
vetro, pezzi di carta, pezzi di cemento, pezzi di occhi che si guardano
indietro. Fischietto mentre mi infilo nella strettoia di un cancello
rotto della vecchia vetreria. Una fabbrica abbandonata nel mezzo della
città, tra la spiaggia e il corso. Di fianco c’è la vecchia stazione,
che corre lontano dalle case abitate, verso ponti e campagne coi suoi
binari morti, seppelliti sotto il catrame delle cose dimenticate, dei
viaggi rimandati e dei treni perduti. Su un pezzo di binario ora hanno
aperto un piano bar, fanno dei karaoke stonati fino a notte fonda. Sul piazzale
dove c’erano i treni fanno il mercato ogni mercoledì, e ogni tanto
arriva qualche circo un po’ sgarubbato con un paio di elefanti e qualche
clown. Da lontano, la ciminiera della vetreria è una delle tre cose che
saltano agli occhi nello skyline del paesone gaetano. Le altre due sono
il campanile della cattedrale e la torre del municipio. In mezzo c’è
tutto il resto: tielle avariate e piccole arguzie smarrite, un luogo di
mare sgovernato e disilluso.
Eppure che strana questa città che
esibisce con tanta noncuranza questo monumento alla sua incompiutezza,
questo dente cariato nel mezzo del suo sorriso sbilenco. Le stanze
abbandonate sono piene di vecchi cartellini, timbri scoloriti, nomi
ingialliti di operai e impiegati. Scovo una rivista di quarant’anni fa
dedicata alle mirabili e progressive sorti della tecnica e una brochure
con tutte le indicazioni per fabbricare la bottiglia perfetta. Le piante
si mangiano la sagoma dei palazzi, i ballatoi si perdono nell’edera. I
capannoni sono scarnificati dall’amianto che li ricopriva, e quando ci
cammino sotto sembra che la loro ossatura di ferro arruginito calzi a
pennello sulla sagoma verde di Monte Orlando. Chissà come c’è finita,
appoggiata a un muro decrepito, una bicicletta nuova, rosa. Avvoltolato
nella sciarpa deliro quindi di abbattere palazzi e montarozzi, ciminiere
e ferrovie, tutto giù per terra! Via, via, come un insediamento
mediorientale in mezzo ai cannoni. Aria, aria, grido in faccia ai miei
amici più ragionevoli che invece mi invitano a stare calmo, a non
agitarmi troppo. Perché non conviene aspettarsi nulla di buono dal
futuro, e allora stai sicuro che se mettono mano alla vetreria
sicuramente ne verrà fuori qualcosa di peggio, persino di più brutto,
guai a fidarsi al giorno d’oggi. Ma ormai non ci crede più nessuno.
Quelli che vogliono resuscitare il cadavere della vetreria gaetana per
far ricomiciare a correre la città fanno sempre pensare a quel tizio, ve
lo ricordate?, quello che andò a Portobello a spiegare che per fare
sparire la nebbia in Val Padana bisognava spianare le Alpi.
Ogni passo tra i cocci rotti e le
sterpaglie della vetreria è un passo nell’anima incompiuta di Gaeta, una
sinfonia di sogni marciti dalla salsedine e vecchie porte che sbattono.
Mentre fuori dalle mura della vetreria, ricoperte di cocci di vetro,
cominciano a tirare i primi venti di campagna elettorale. Un’altra
tornata elettorale per aspiranti governatori di questo paese
indiavolato. Come a ogni elezione sono tutti d’accordo: bisogna
restituire questo spazio ai cittadini. È come un foglio di carta bianco,
e ognuno ci disegna quello che vuole. Prati o palazzi, alberi o
quattrini, liberismi e socialismi. Come vede la vetreria, un po’ come
vede il mondo. Facciamoci un negozio, no ma che dici facciamoci un parco
verde con tanti fiorellini, anzi no meglio un grande residence, case su
case, ma sei matto, oppure un campo da tennis, ma no, buttiamo giù
qualcosa di chimico e facciamoci un rave. Sempre sulla china tra
interessi pubblici e affari privati, tra prati e cemento, vizi e virtù.
E come sempre, all’orizzonte, riecheggia quel destino quasi
antropologico che, da decenni, è cautela e furbizia, paura di contare
sulle proprie forze, incapacità di mettere insieme un progetto per il
futuro. Paura atavica quella gaetana, di restare sotto assedio. E sotto
assedio ci siamo rimasti, proprio adesso. Adesso che non c’è più
nessuno. Adesso che la fortezza rischia di diventare il deserto dei
tartari.
Così le elezioni si susseguono, i sindaci
passano, i governi cadono, i vestiti cambiano. Molti vorrebbero un
sindaco che buttasse giù la ciminiera con una bomba, come quel sindaco
degli anni Sessanta fece con le vecchie mura borboniche. Altri sono
affezionati alla ciminiera, e vorrebbero conservarla per sempre, come
rimpianto svettante del tempo andato, come monito che si staglia sul
futuro limaccioso. Intanto, sempre nuovi ragazzini scavalcano il
cancello e vanno a vedere cosa c’è lì dietro. Se ancora avanza una
bottiglia da spaccare sulla testa di questo paese pietrificato.
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