Anche questa mattina mi sono
svegliato e dalla finestra di casa mia ho visto quella ciminiera in mattoni
rossi che è ormai a tutti gli effetti il terzo campanile di Gaeta, dopo
quello civile del Municipio e quello religioso della Cattedrale, ecco il
campanile che fu per decenni quello dell'industria e della classe operaria
ma che, da venticinque anni a questa parte, all'incirca la mia età, è il
campanile simbolo dell'inefficienza gaetana, delle occasioni perdute,
dell'inconcludenza di chi amministra questa città.
Per questo, in questa grigia domenica mattina d'inverno, al vecchio Teatro
Ariston di Gaeta, ormai assurto a luogo della moderna politica da convention
paesana, c'era il pienone. Stasera al cinema daranno "Italians" con Verdone
e Scamarcio, ennesima commedia all'italiana indulgente sui vizi di questo
paese. Nel foyer fanno bella mostra di sé le locandine dello spettacolo
teatrale "Gomorra", tratto dal famoso best-seller di Saviano che parla della
nostre terre confinanti ormai perdute a se stesse e di sicuro contagiose.
Nel cartellone laterale spicca il nome del grande attore Carlo Croccolo,
prossimamente in tournée, e qualche signora impellicciata si stupisce, "è
ancora vivo?". Ma il titolo che faceva bella mostra di sé sotto le storiche
insegne dell'Ariston era ben altro, o forse tutto questo assieme: "Gaeta
Presente Prossimo". Sottotitolo: "Progetto Area Ex Avir".
Il sindaco Anthony Raimondi si è presentato sul palco in completa
solitudine, sullo sfondo di una penombra e di un sipario, davanti a un
tavolo per poggiare i fogli che tuttavia assomigliava vagamente a un "pacco"
bardato dei colori municipali bianco e rosso, un pacco come quelli del
famoso quiz televisivo, che non sai quale contenuto ti riserverà finchè a
tue spese non lo apri. Ha esordito dicendo: "Dicono che quello di oggi è un
teatrino, non è vero, è la democrazia! Noi abbiamo disinquinato l'aria della
città!". Applausi. Ma in realtà l'aria della città è inquinatissima. Dalle
polemiche: abitanti e politici divisi come fazioni in lotta tra loro,
stillicidio di offese, lotte personali, fuochi di sbarramento, in quello che
è stato definito un vero "tiro al piccione" contro il sindaco in carica.
"Una sorta di nemesi storica che vede quello stesso sindaco ieri fatto
oggetto di osanna popolari, essere oggi ritenuto responsabile di tutti i
mali del luogo" ha scritto Lince, anonimo ma seguitissimo commentatore dei
fatti locali sul sito Telefree.it. Ed ecco che invece, sostiene Anthony
l'Americano, grazie all'Avir Gaeta diventerà un cantiere futurista, come una
scossa tellurica capace di risvegliare una città addormentata, una città che
ora questa grande opera costringerà a rinascere oppure morire, comunque ad
ascoltarsi, a guardarsi allo specchio, a farsi il check-up.
Quella che fu la fabbrica di bottiglie al centro della città, nata 100 anni
fa e defunta da 25, avrà un albergo a 5 stelle vista mare con relativo
centro benessere, un altro a tre stelle, un residence alberghiero con una
trentina di miniappartamenti, un piccolo museo della vetreria, un auditorium
comunale, 5mila metri cubi destinati a appartamenti per privati, 800 posti
auto la metà dei quali comunali, un grande spiazzo pubblico con alberi a
disposizione per ogni tipo di evento, 2000 metri quadri di strutture
commerciali di cui poco più di 1000 destinati alla grande distribuzione e
spazi per uffici. Circa 72mila metri di cubatura, rispetto ai circa 40mila
esistenti della vecchia Avir, e ai 52mila fissati dall'ultima delibera
sull'argomento, redatta nel 1997 dall'allora amministrazione di
centrosinistra, che ebbe la possibilità di comprarsi l'area pare per 5
milioni di euro, ma lasciò inspiegabilmente cadere il diritto di prelazione.
Molti più spazi negoziati per uso pubblico, rispetto al passato progetto
dell'amministrazione Magliozzi di centrodestra. E poi ci sarà la Via dei due
Mari, l'ampia arteria che unirà il lungomare Caboto a Serapo rinominando le
vecchie vie Corso Cavour e Via Mazzini, troppo filo-risorgimentali e ormai
fuori moda. E di fronte a ciò, con immancabile rotonda all'incrocio, ecco la
stazione della nuova Littorina, già finanziata dalla Regione e in via di
costruzione, che riporterà il treno da Formia a Gaeta. La platea osserva le
slides colorate, prova ad applaudire ma senza esagerare, si fa un paio di
conti, si prende il giusto tempo per pensare. Ebbene, sarà pure vero
che a vedere i modelli in 3D degli architetti anche Punta Perotti o le
Vele di Scampia sembrerebbero belle, tuttavia questa vetreria risorta ci
affascina davvero. Solo l'urbanistica infatti può stimolare la città a
diventare più città, a progettare il proprio futuro, perfino in questi
dannati tempi di crisi. E certo il progetto Avir espone Gaeta e chi la
amministra, la mette a rischio: insidie politiche, ma soprattutto
debiti, conti bancari scoperti, infiltrazioni camorristiche su cui
alzare la guardia.
Però cambiare il volto urbanistico di una città è la scusa di tutti i
politici che vogliono passare alla cassa, ma anche la fissa di tutti i
politici che invece vogliono passare alla storia: basterebbe citare -
senza azzardare paragoni - il duce Mussolini che costruiva città
littorie sulle paludi bonificate, oppure il costruttore Berlusconi che
tirava su la sua Milano Due tutta bianca e ordinata. In fondo l'unico
sindaco gaetano rimasto nella memoria collettiva, nel bene o nel male,
fu quel Corbo che, a colpi di pragmatismo e persino di dinamite,
rimodellò la città uscita dalla guerra. Quello stesso Corbo che nella
prima convention elettorale di Raimondi, due anni fa proprio su quello
stesso palco dell'Ariston, ammonì: "Non c'è più spazio per litigare: è
ora di finirla di essere maestri del nulla".
Contro il progetto Avir, prima ancora che fosse reso noto, si sono
scagliati proprio i maestri paesani del nulla al gran completo. Politici
di provincia la cui vita è lastricata di buone intenzioni fallite
assieme a vecchi soloni dell'establishement gaetano si sono incanagliti
sulla sola idea che dopo un quarto di secolo di immobilismo qualcosa
finalmente si muovesse. "Troppa fretta" ha osato dire qualcuno, sfidando
il senso del ridicolo. "Serve un tavolo largo" hanno obiettato altri,
dietro la solita nebbiosa formula che non porta mai a nulla. Si sono
viste perfino inedite alleanze tra la Sinistra radicale e il Popolo
delle Libertà, coi disinvolti berlusconiani che gentilmente ospitavano
nei loro inserti a pagamento su un giornale locale i superstiti compagni
comunisti, in nome della lotta contro "la speculazione".
Diciamo la verità: ogni dieci critiche e attacchi ascoltati sul caso
Avir solo un paio saranno stati ispirati dal merito del progetto e dalla
volontà di migliorarlo, il resto era tutta animosità dietro cui si
celava un solo pensiero, "mannaggia che non possiamo metterci le mani
noi". Opposte previsioni di spesa e cubature si fronteggiano sugli
spalti dei giornali e dei blog avversari, ma sono dati che non
andrebbero contrapposti ma invece giustapposti. I vantaggi del progetto
Avir infatti non andrebbero assolutizzati e gli svantaggi non andrebbero
drammatizzati. Bisognerebbe lavorare per ridurre l'area degli svantaggi
e accrescere quella dei vantaggi. Questa è la politica. Quello che
invece spesso è mancato (ah, metafora di così tante cose in Italia) non
è il dibattito, ma è un'assunzione di responsabilità. Comportarsi da
adulti, insomma. Rifare l'ex vetreria di Gaeta è un'opera complicata e
da far tremare i polsi: molti ci hanno provato ma non ci sono riusciti.
Ora ci lavora qualcun'altro. E non è facile per niente: ragione in più
per insistere, per fargli le pulci e anche per fare dibattiti. Ma alla
fine anche per decidere, grazie.
Adesso il sindaco comunicatore ha difficoltà a comunicare: organizza una
conferenza stampa al mese, se la prende coi giornali che non mettono in
risalto le cose fatte, attacca le opposizioni, sciorina elenchi di
progetti in realtà finora rimandati, tutte cose belle ma in realtà alte
non più di venti centimetri, dai marciapiedi alle villette, dalle strade
asfaltate all'imminente piano spiagge.
E però sa, Raimondi, che sull'Avir si gioca tutto. La madre di tutte le
battaglie. Oppure "la madre di tutte le bottiglie" come dice scherzando
all'entrata del teatro il barbuto vicesindaco Di Ciaccio. Cosicchè
Anthony l'Americano, con quel sublime paraculismo di cui lui è capace,
può lasciare ammutolita la platea dell'Ariston fregiandosi dell'Avir sia
come vittoria di destra ("è il trionfo dell'impresa, è un modo per fare
soldi!") sia come vittoria di sinistra ("abbiano negoziato spazi
pubblici, è stato un esproprio proletario!"). Alla fine mette in mezzo
finanche gli ignavi della Divina Commedia di Dante e poi la passione di
Gesù Cristo nella Bibbia ("Donne di Gerusalemme, piangete su voi e sui
vostri figli se non ci sarà la riqualificazione dell'Avir!"). A noi in
platea, viene da soffermarsi sui dettagli superflui: nei video risalenti
all'ultimo dvd elettorale si intravedeva all'incrocio con via Serapide
la Panda bianca di mio padre, mentre nelle slides tridimensionali sul
nuovo Corso Italia con le palme circolano solo berline tipo Mercedes.
All'ultima slide appare la domanda che il sindaco vorrebbe come una
sentenza: "Vogliamo allora... cambiare Gaeta?". "Si" dice la sala, ma è
un "si" non corale, come tutti gli applausi finora sentiti. Chi non è
con noi, aveva fatto capire il sindaco, è il male, o un conservatore, o
un nemico del progresso, o forse pure un mezzo lefebvriano. Ma la città
resta divisa, o forse non si fida più.
Comunque sia quello di oggi - ha specificato il sindaco - è solo un
punto di partenza che adesso dovrà affrontare tutta una serie di
passaggi istituzionali prima di giungere all'approvazione in Consiglio
Comunale, e quindi non sono escluse possibili modifiche migliorative.
Solo dopo il piano passerà alla Regione per la definitiva approvazione.
Vedremo solo lì se la vetreria di Raimondi non si rivelerà un'impresa
unicamente mediatica e virtuale, come ogni tanto ci viene da sospettare.
Intanto a fine spettacolo lui, l'Americano, osserva i posti vuoti dei
cinque consiglieri dissidenti della sua maggioranza civico-Pd, lancia
uno sguardo ai volantini lanciati ("in stile futurista!") dalla galleria
dai giovani contestatori di destra di Casa Pound, si beve una spremuta
di limone e commenta: "Vedete, è andato bene, è stato un po' come il
festival di Sanremo, lo vediamo tutti e tutti vogliamo sapere chi ha
vinto". La torre è sempre lì, fuori dalla mia finestra.