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Nuovo repertorio dei pazzi della città di Gaeta
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
1 settembre 2009
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Ogni città ha il suo bel campionario di persone
strambe, di simpatici matti. Pazzi, si diceva una volta. Spesso si tratta di
veri e propri casi psichiatrici ma in molti casi sono esistenze ai limiti di
quelle che nell’accezione comune costituiscono le regole di vita. Perlopiù si
tratta di personaggi al di fuori dei canoni ma anche vite sfortunate, malati che
una legge ha dichiarato non più da rinchiudere ma da reinserire in una società
che non ammette variazioni sul tema. Anche a Gaeta si tramandano racconti di
strambi personaggi e situazioni paradossali, episodi curiosi e insensati i cui
protagonisti non ci sono più, oppure hanno improvvisamente cambiato vita, oppure
sono ancora tra noi. Ispirandomi a vecchi articoli trovati su internet, ad
aneddoti raccontati in giro, a piccole invenzioni e modifiche, a qualche mio
ricordo personale, ho pensato di compilare questo piccolo repertorio, e mi è
venuto fuori alla maniera di un libro di Roberto Alajmo uscito qualche anno fa,
in cui in una divertente e amara galleria erano passati in rassegna i tipi più
bislacchi e bizzarri che popolavano la città di Palermo. Sperando che nel mio
piccolo non sfugga il profondo rispetto per il genere umano, in tutta la sua
strampalata “normalità”.
Uno andava a dormire al cimitero.
Una mattina una signora mentre prendeva la scala per sistemare
i fiori sulla lapide del marito defunto si sentì apostrofare, da una voce roca e
profonda, con un “Lasciala 'cca!”. Dopo un primo e comprensibile momento di
smarrimento, la signora rimise mano alla scala e di nuovo si udì il “Lasciala 'cca!”.
A questo punto la signora, credendo alle sue orecchie, schizzando fuori dalla
cappella, corse a chiamare il custode che dopo una breve ricerca lo trovò
sdraiato in un loculo vuoto, posto in alto, che dormiva.
Uno era precursore di Bin Laden,
pure se a quei tempi nessuno lo sapeva, nemmeno lui. Un pomeriggio se ne venne
con un paio di rinsecchite bombole del gas e la buttò in mezzo alla strada,
davanti all’entrata della base militare americana. Sarà stato ai tempi della
prima guerra del Golfo, gli stava simpatico Saddam Hussein.
Una la chiamavano Sasora. Era
una vecchina un po’ irascibile, girovagava per i vicoli di via Indipendenza.
Aveva una particolare avversione per i cavalli, difatti i ragazzini di allora,
quando la vedevano passare, le gridavano: “Sette cavaglie bianche e sette
cavaglie nire!”, e lei furiosa faceva inutilmente per inseguirli.
Uno era un ragazzino come tanti,
di quelli che ogni volta che vedevano pazzare Sasora le cantavano dietro una
filastrocca che faceva pressappoco così: “Se Sasora se vo’ spusà,
a Tonin s’a ‘da piglià, se Tonin ne
la vo’, e Sasora gli fa po’ po’”. A volte le dicevano
anche cose più cattive.
Uno si chiamava Pasquale, e per
un certo periodo faceva il “cantante”. Si presentava ai
matrimoni quando c’erano le solite orchestrine locali, e siccome lo conoscevano
tutti si faceva sette otto canzoni per avere la scusa di partecipare al
banchetto. Regolarmente a fine serata se lo dovevano portare via in braccio.
Una la chiamavano Maria la pazza
da quando le era morto il fratello. Si sedeva sempre sulle scale del Municipio e
ogni tanto si levava una scarpa e la tirava addosso a uno dei politici di turno,
e pure se da lontanissimo era capace di centrarlo in pieno. Poi un giorno dicono
che la sorella emigrata in Venezuela sia tornata a casa, e lei è rinsavita.
Uno giurò di lasciarsi crescere
la barba fino a quando il tribunale non gli dirà chi è stato ad ammazzargli il
figlio.
Uno era Cianiello, e a chiunque
lo chiedi ti dirà che è una vera icona gaetana.
Indimenticabili le sue passeggiate sul Corso col vestito da sposa, la pelliccia
di rat musque in pieno agosto, i bagni nella fontana davanti al bar La
Triestina, gli anelli sfarzosi. E poi la sua voce roca, le sue visioni
mitologiche e l’incubo della Maga Circe che ci avrebbe trasformato tutti in
porci. Ora su Facebook gli hanno dedicato una pagina che vanta 1293 fans, più
del sindaco. Una volta divelse e lanciò in mare tutti i tombini di lungomare
Caboto, uno appresso all’altro, mentre lanciava gridi
di guerra contro Enea e i troiani. Una volta, con una scena che farebbe felici
tutti i laicisti di questo mondo, entrò vestito da sposa e con una bandiera
francese in mano nella chiesa di San Giacomo, proprio durante il rosario, tra lo
sgomento e il divertimento di passanti e fedeli. Una voltà piombò in una
scuola elementare vestito da cowboy con due pistole giocattolo in mano, di
fronte ai bambini entusiasti. La sua frase simbolo, sempre
ripetuta, era: “La maga Circe vi trasformerà tutti in maiali… tutti maiali!”.
Sulla schiena aveva un tatuaggio: “Per non credere ho sofferto”. Un giorno
all’improvviso sparì dalla circolazione, e questo non fece che alimentare il suo
mito. C’è chi dice sia morto, arso vivo in un incendio
accidentale. C’è chi sostiene che sia ricoverato in una clinica psichiatrica,
stordito dagli psicofarmaci. C’è chi racconta che s’è rifatto una vita, sposato
a Cassino e in piena forma. C’è chi è convinto che in tutti questi anni aveva
solo fatto finta di essere matto per prendere i soldi della pensione. C’è chi è
sicuro che prima o poi tornerà, e ci trasformerà tutti in maiali.
Uno si chiamava Pasquale,
soprannomitano Smeriglia per via di un medaglione che portava sempre appeso al
collo. Ogni tanto aveva l’abitudine di sdraiarsi agli incroci e bloccare il
traffico per qualche minuto. A Natale voleva fare pure lui il presepe, e così
“prendeva in prestito” la statua del Bambinello dalla chiesa del borgo. In molti
lo ricordano nella zona dei cantieri navali, all’incrocio di Calegna, mentre
arringava i passanti sulla grandezza di Dio e l’amore che si doveva verso tutti.
Una stava su un balcone ad
aspettare il fidanzato che non era più tornato dalla guerra. Aveva le guance
rosse di trucco e, certe volte, un cappello sulla testa. Stava lì ferma, e
basta.
Una era americana. Arrivò in
città per seguire un amore, sicuramente un soldato. Poi lui la lasciò e lei
decise di rimanere. Si metteva al Vic’s Bar e si faceva offrire da bere
raccontando la sua storia.
Uno era un prete che guardava
sempre il culo alle ragazze, e quando qualcuno lo coglieva sul fatto lui
rispondeva che esser preti vuol anche esser capaci di cogliere il divino nelle
cose che ci circondano. Si dice che una volta, a una pia donna in confessione,
pronunciò le seguenti parole, dalle immaginabili conseguenze: “Ecco, questa è la
varra santa”.
Uno si chiama Franco detto
Francuccio, ma i giovani avventori del bar La Triestina, di cui è un habituè, lo
hanno soprannominato Purple Frenk e si divertono a riprenderlo coi cellulari e
metterlo su YouTube. Ogni tanto lo si vede passeggiare su corso Cavour in
monokini e infradito, anche d’inverno. Ama raccontare sempre le solite
barzellette in cambio di una sigaretta: famose quelle del camionista (“Di chi è
‘sto culo? È gliù mej è gliù mej…”), del prete e il chierichetto, della formiana
zoccola.
Uno era un simpatico vecchietto discendente da una
benestante famiglia di “vaccari” e che essendo visibilmente effemminato venne
ripudiato dai propri genitori e parenti e abbandonato a se stesso. Lo chiamavamo
Cosimino Mezzafemmina. Divenne una sorta di affabile clochard, con decine di
cagnolini al seguito. Passava di vicolo in vicolo cantando con la sua
inconfondibile voce: “Cogli la rosa e lascia star la foglia ho
tanta voglia di far l’amor con te”. La sera scroccava la cena ai militari
che risiedevano, anche d’inverno, in un loro stabilimento balneare sulla
spiaggia di Serapo, oppure si faceva regalare qualcosa dalle anziane donne del
borgo. Era devotissimo della Madonna di Portosalvo, e ogni anno era suo compito
addobbarla prima della processione. A novembre, nei giorni dei
morti, passava intere giornate presso il loculo che raccoglieva le ossa dei suoi
cari, cantando struggenti litanie.
Uno diceva in giro che il passaggio tra la
normalità e la pazzia, era questione di un attimo, e che nessuno di noi può
esser sicuro che non gli capiterà, di passar quella linea sottile che distingue
ciò che è considerato il viver normale da ciò che è pazzia. Diceva che in certe
condizioni, è normale esser pazzi, ed è da pazzi esser normali, che poi, diceva
lui, la normalità, non si era mai capito che cos’era veramente ed era normale,
secondo lui, passar da normali a pazzi e da pazzi a normali secondo le
situazioni. Diceva questo tizio che da giovane, su questo argomento, aveva
scritto un libro, ma non gliel’aveva pubblicato nessuno. |