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Perché non voterò alle prossime Provinciali
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
3 giugno 2009
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E' primavera, sbocciano i cartelloni elettorali
per le strade italiane. Essendo quasi tutti per le Europee nessuno si perde in
promesse, salvo chi si propone di portare l'Europa in Italia, come se quella ci
volesse venire. I più si limitano a faccia e nome. Chi è stato bocciato alle
provinciali e ci riprova alle continentali (non dà da pensare?), toglie la
giacca dalla spalla e la indossa: come programma pare basti. Silvia Costa
riappare uguale a sempre e mi ricorda (insieme a mille altri motivi) perché
stavolta non si può proprio votare Pd. Il fatto è che io sono sempre andato a
votare, indefesso, nei miei otto anni di acquisizione dei diritti politici
connessi alla maggiore età. Votare, in fondo, è bello: anche se quasi sempre ci
si acconcia a scegliere il meno peggio.
A Gaeta, dove conservo la residenza e dove quindi
vado a votare, stavolta ci sono anche le elezioni provinciali, quelle di Latina.
Naturalmente basta farsi un giro per il lungomare, o scendere la mattina a
comprare una busta di latte, che immediatamente apparirà qualcuno pronto a
consegnare nelle mani il suo santino elettorale, sempre sussurrando: "Sai, mi
presento per il partito Tal dei tali, se non hai nessuno...". E allora io avrei
voglia di ribattere: "Come sarebbe se non hai nessuno, io ho le mie idee
politiche consolidate da anni!". Ma non glielo dico perché si sa che nei piccoli
centri quello che conta è la persona più che il partito. E si sa che una
candidatura, poi, non si nega a nessuno. Chi la vede come un trampolino per
diventare presidente dell'Onu; chi per dimostrare alla moglie (o ai figli, o ai
genitori, o all'amante) che non è vero che non sa far nulla; chi un modo come
l'altro di cercarsi un lavoro dopo che si è perso quello attuale. Però è vero,
ci sono anche quelli che ci credono e lo fanno per abnegazione e basta.
Dimenticavo: ci sono anche quelli che alle elezioni si presentano semplicemente
perché già si sono presentati alle precedenti, magari uscendone più volte
battuti ma fa niente, a timbrare il cartellino della candidatura perenne non si
rinuncia. Sarebbe come rinunciare alla passeggiata domenicale sotto i platani.
Il fatto è che continua a stupire la capacità
degli italiani di razzolare all'opposto di come predicano. Non eravamo il Paese
dell'antipolitica, nauseato dalla Casta e pronto a battersi per l'abolizione
degli enti inutili, come ho sentito promettere fra gli applausi da un candidato
alla presidenza di una Provincia? Certo. Sarà che, in epoca di precariato
spinto, la carriera del notabile emana l'antico fascino del posto fisso, con
tanto di benefit in corso e garanzie dopo la cessazione del mandato. Sarà che il
popolo telespettatore è rimasto contagiato dall'orgia di televoti e desidera
provare sulla propria pelle il brivido della "nomination" e del giudizio altrui.
Sarà, più banalmente, che tutti si annoiano da morire e un mese di campagna
elettorale garantisce un'uscita provvisoria dalla routine. Come ha scritto il
giornalista Massimo Gramellini: "La politica è un respingente che attrae.
Proprio adesso che conta poco e che forse non esiste nemmeno più".
Comunque sia: proviamo a essere seri. Io ho sempre
votato, pure alla provinciali di Latina, che tanto si sa che le vince la destra
anche adesso che il ministro Maroni ci dice che laggiù, nell'Agro Pontino, è
pieno di mafiosi infiltrati, e se anche non le vincesse questa destra le
vinceranno gli altri che sempre di destra sono, e per giunta amici di
Ciarrapico. Io l'altra volta ho votato pure il sindaco di Formia candidato a
presidente della Provincia col centrosinistra, rendetevi conto. Ormai si sa: le
province sono dei palazzi con dentro della gente che sposta dei fogli da una
scrivania all'altra; poi quello riprende i fogli e li risposta indietro; poi
fanno una riunione; poi rivedono le aree parco e le aree edificabili; poi vanno
a dare un'occhiata al consiglio di amministrazione dell'acqua per vedere se c'è
qualche bolletta da aumentare; poi ancora un po' di fotocopie (sempre queste
cacchio di fotocopie) e infine una riunioncina conclusiva, che ci sta.
Ecco. Alla luce di questo fatto, io alle prossime
elezioni penserei di lasciare perdere. Perché va bene che ora l'abolizione delle
province non pare più una priorità; va bene che in attesa di abolirle, domani o
tra mille anni, le poltrone è meglio conquistarle; va bene che - come dice
Matteo Bordone - la parola "casta" ha lasciato il posto alla parola "facebook"
nel vocabolario delle esaltanti novità italiane. Però resta il fatto che io non
ce la faccio, e forse non mi fido più. Così domenica andrò lì, al mio seggio di
provincia, mi faccio dare tutte le schede che mi devono dare, ma per la
provincia passo. Votare è bello si sa, a volte non votare può esserlo ancora di
più.
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