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Il governo ombra
dell'arcivescovo
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
3 luglio 2008
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Mentre troneggiava
sulla prua della goletta che solcava le acque del golfo in un nuvoloso
pomeriggio di inizio estate, con affianco civici gonfaloni e sante
reliquie, lasciandosi alle spalle un sindaco che lo omaggiava
all'imbarco e ritrovandosi innanzi a sé un altro sindaco che lo riveriva
allo sbarco, con ali di popolo devoto che lo salutavano da un traghetto
noleggiato per l'occasione, anche solo per un attimo di umana vanità,
monsignor D'Onorio deve essersi sentito ancora una volta appagatissimo.
Dopo una vita passata a guardare il mondo e governare
pratiche spirituali e terrene della storica abbazia benedettina di
Montecassino, quest anno il Papa lo aveva assegnato all'arcidiocesi di
Gaeta. Un esilio o una promozione, qualcuno si era chiesto. Gli urti
della vita e le vie insondabili del potere ecclesiale sono difficili da
decifrare. Ma don Fabio Bernardo D'Onorio, classe 1940, non è uomo che
demorde facilmente. Anzi, non sta fermo un attimo. Un arcivescovo così,
da queste parti, non si era mai visto. Pragmatico, diretto, sottile di
una sottigliezza popolare, a volte perfido e calcolatore. Hanno detto di
lui: non si pone al centro della scena, semplicemente la ruba e senza
commettere reato.
I politici locali hanno imparato a conoscerlo.
L'arcivescovo se potesse mettersi a fare il sindaco di Formia e Gaeta,
oltre che portare avanti il suo nobile mandato pastorale, lo farebbe
convintamente e senza farsi pregare. Gli piace "governare", nel senso
più laico del termine. Un prete ministro insomma, detto anche questo in
senso laico. Giù in città, a Cassino e dintorni, avevano imparato a
conoscerlo bene: lanciava messaggi all'amministrazione, strigliava i
sindaci e i sottosegretari, si concedeva cene mondane con amici vip,
battagliava per fare aprire ospedali e commissariati, si metteva in
testa ai cortei degli operai oppure gli consigliava di fermarsi, andava
a Torino a trattare con l'avvocato Agnelli in persona. Gli piace mettere
becco anche nelle cose più profane e lo fa con una forza e decisione
tali da voler dare l'impressione che la vera autorità, anche su cose che
di sacro hanno poco rimane lui. Così se ora incontra il primo cittadino
gaetano Raimondi, cattolico progressista di lista civica - il quale fu
costretto a giustificare la sua assenza alla messa di insediamento
"perché dovevo andare a Gerusalemme per conto dei salesiani" - non esita
a dirgli la sua su lampioni spenti, strade da rifare, delibere da
sistemare. Al nuovo primo cittadino formiano Forte, vecchio notabile Udc,
ha fatto un pubblico elogio senza remore per la revoca della delibera
comunale sulle unioni di fatto, con tanto di attacco ai voltagabbana di
partito che tramano contro di lui in consiglio comunale e applausi
chiamati alla folla presente e un po' stupita. Era sul sagrato della
chiesa di San Giovanni, nel giorno della festa del patrono, oltre che
ricorrenza cara alla massoneria. Col suo sguardo da allevatore e il suo
sorriso da ambasciatore a D'Onorio piace lasciare la sua impronta ben
piantata per terra, e che tutti la vedano.
Una parte del clero locale lo scruta con aria
diffidente. "Mettere a capo della diocesi l'abate di Montecassino a
molti preti secolarizzati è sembrato una specie di atto di
commissariamento" dice qualcuno. "Anche la chiesa è un ragnatela di
potere dove si annidano rendite e piccoli feudi, D'Onorio non è
certamente un santo ma è uno tosto, che fa le cose come dice lui, e
questo minaccia la tranquillità di molti preti locali" sostiene qualcun
altro. Ha annunciato di voler convocare, dopo sessant'anni, un nuovo
"sinodo diocesano", una specie di concilio locale. Tutt'altra pasta
rispetto alla mansuetudine pastorale del suo diretto predecessore, il
mite monsignor Mazzoni. Come in qualunque istituzione dove cambiano i
vertici anche la diocesi tra i fumi di incenso vive di spoil system e
carriere da avanzare o da troncare. E voci di corridoio, sempre
smorzate. In molti già vedono don Bernardo, ratzingeriano di ferro e con
influenti amicizie in Conferenza Episcopale, come futuro cardinale. Non
finirà, sussurrano i beninformati, come uno dei suoi predecessori
dall'aria prestante e mondana che bramava così tanto all'ambizione della
porpora cardinalizia che non ci dormiva la notte, e pensò di averla in
tasca invitando nientemeno che il Papa a Gaeta ma nemmeno quello fu
sufficiente, chissà perché, e in lui mai si placò il rimorso.
Nel libro di un ex giornalista di Avvenire, "Chiesa
padrona", l'ex arcivescovo di Foggia Giuseppe Casale racconta: "Quando
fanno le nomine vescovili consultano tutti, laici, preti, monsignori, e
poi scelgono chi vogliono loro, cioè chiunque salvo il nome che è stato
indicato". Lo scrittore cattolico Vittorio Messori ha lamentato più
volte il "dirigismo", il "centralismo" e lo "strapotere raggiunto dalla
burocrazia nella Chiesa". Parole, parole. Monsignore - gli è stato
chiesto una volta - sa cosa si dice di lei in giro e nei blog su
internet? Che lei è un vescovo che fa paura perché non si sta zitto. "Ma
non devo far paura, io sono per il confronto e per il dialogo. Dico solo
sediamoci a un tavolo e confrontiamoci, io non voglio prevaricare,
voglio solo convincere".
La stampa, i bloggers e i giornalisti locali non vuole
farli annoiare. Lui sotto le luci della ribalta ci si trova a suo agio.
"Mai visto uno così. Un arcivescovo che pare un agenzia di stampa con
antenna satellitare incorporata" hanno scritto di lui. Al suo fianco ha
chiamato il professionista, nonché diacono, Marcello Caliman. Detta la
linea alla "laica" redazione del quotidiano "Il Territorio", a cui ha
fatto allegare il settimanale di notizie diocesane, e gli cura l'ufficio
stampa, inondando le redazioni di comunicati che spaziano da nomine
pastorali e convocazioni di te deum fino all'onomastico di Sua
Eccellenza e all'orario del suo ingresso in cabina elettorale dopo il
quale "sarà lieto di intrattenersi coi giornalisti presenti". E quando
D'Onorio chiama ad aspettarlo ci sono quasi tutti. Gli assenti
l'indomani porteranno la giustifica direttamente alle loro parrocchie.
Poche domande sulla parola di Dio, e tante sui barboni, sul lavoro nero,
sulle concessioni demaniali, sulle chiese da restaurare. In uno dei suoi
periodici incontri coi cronisti si beccò persino l'energico rimbrotto
della signora Franca Forte, giornalista e speaker di vecchia data di
Radio Formia. Lei aveva invitato il vescovo a visitare la sua emittente,
ma don Bernardo nicchiava dicendo che non aveva tempo e la sera ha da
fare fino a tardi. E così Sua Eccellenza si era sentito rispondere, con
inaspettati toni da massaia femminista: "Bhe, anch'io ho da fare, e devo
sbrigare pure le faccende di casa, cosa che lei non fa!".
Intanto tutti quelli che contano o vogliono contare
nell'establishement paesano vanno a iscriversi all'associazione del
vescovo "Amici di Gaeta". Il cui scopo ufficiale è quello di raccogliere
fondi e iniziative per la salvaguardia dei beni architettonici della
città, molti dei quali in mano alla Curia. I gaetani hanno apprezzato
con un ohooo di meraviglia: doveva venire uno da fuori per far capire
che i beni culturali vanno conservati come si deve. La città tirrenica
vive di crisi di identità e svogliatezza e cerca invano di correre ai
ripari: dopo essersi innamorata di un commissario prefettizio venuto da
Roma, poi affidata nelle mani di un giovane outsider eletto sindaco col
soprannome de "l'Americano", ora si prostra speranzosa di fronte all'ex
"abate di ferro" ciociaro con buoni agganci in Vaticano. Il quale ha di
che compiacersi. I partiti mandano in avanscoperta i propri emissari, i
consiglieri ci spediscono qualche fratello, sorella o cugino. Con
sapiente equilibrio tra correnti nell'associazione sono stati nominati
presidente vicario, segretario, tesoriere, direttore culturale, general
manager, in più le commissioni con loro membri e relativi presidenti.
"Ho telefonato anche a Carmen Lasorella, la giornalista, e lei è stata
entusiasta" si è vantato il vescovo. Insomma D'Onorio si è fatto il suo
governo - ombra.
Il monsignore sa che il suo seguito tra la gente lo ha
sempre avuto, e questo già dai tempi di Montecassino. Politici,
imprenditori, gente comune, tutti venivano da lui e a tutti suggeriva
qualcosa. Nei Te Deum di fine anno in abbazia da lui venivano ad
ascoltare la lista dei buoni e dei cattivi. A pranzo lo si sente parlare
del più o del meno e infilare nel discorso i suoi amici famosi: "ero a
cena con Sgarbi", "quella volta che Andreotti mi disse", "ho appena
sentito il mio amico ministro". Quando è sull'altare ama le solennità
liturgiche, emblema del contatto col divino ma pure esibizione di gloria
terrena. Fa spostare statue e suppellettili che non gli garbano dalle
Chiese, gli hanno visto demolire un vetusto mobile dell'oratorio con le
sue stesse mani. Appena arrivato nella nobile residenza diocesana di
palazzo De Vio gli hanno sentito dire: "Ma questa è una stalla", e via
con l'ordine di restauro. Certe volte contraddice gli architetti
restauratori, e alla fine si ritrova con certi parrocchiani inferociti
che da Sperlonga gli scrivono per lamentarsi di un mosaico che
"assomiglia a un enorme scabroso preservativo, per cui prego Vostra
Eccellenza Reverendissima di intervenire". Nelle grandi occasioni si fa
accompagnare da dame e cavalieri con le cappe del Sacro Ordine
Costantiniano di San Giorgio e del Santo Sepolcro. Dai suoi anni di
Cassino lo inseguono voci e pettegolezzi di ogni tipo, picareschi
racconti degni della stagione dei papi Borgia medievali con figlie e
amanti. Spesso racconta di un foglio affisso nel suo studio dell'abbazia
dove si rigettava a priori ogni richiesta di raccomandazione. Ha sempre
rispettato quel precetto? Chissà se ogni tanto non lo abbia ricordato
anche al fratello Giuseppe, professore di liceo e sindaco di Veroli,
provincia di Frosinone, in una lista di centrosinistra. Certo, suo padre
carbonaio oggi sarebbe contento dei suoi figli.
All'arcivescovo brillano gli occhi. "La mia Chiesa non
può tacere" ripete. No, non può. Ma dovrà abituarsi a pagarne pegno.
Dopo il suo discorso sul sagrato della chiesa formiana contro le unioni
civili e i voltagabbana D'Onorio è saltato sulla sedia leggendo su siti
e giornali il duro attacco di un politico di sinistra nei suoi
confronti. "Il vescovo ha leccato il culo al sindaco", proprio così. Che
screanzato, come si permette. Eppure anche l'abile D'Onorio capirà che
chi fa politica è ripagato dalla sua stessa materia, dalle polemiche,
dalla dialettica non sempre garbata. Se si scende in campo può capitare
di sporcarsi la tonaca. La trasformazione del pastore delle anime in un
politico agitato da tutte le direzioni, sta forse a significare che
questo pastore è senza gregge, che si è smarrito cercando le sue pecore,
che ha il terribile presentimento di non contare. Per ora, mentre medita
sul tramonto gaetano, accudito da suore premurose, e un po' stressate
per "'sto vescovo che non sta fermo un attimo", capisce che le umane
istituzioni vanno governate con sapienza. Con bastone e con carota.
Altrimenti rischia di finire come alla processione del patrono sant'Erasmo
a Gaeta, lo scorso 2 giugno: con uno dei suoi preti assistenti che dal
palco si sforzava di piegare la processione, che doveva ripartire dopo
la messa sulla piazza del Municipio, all'ordine desiderato e allora in
un vano sforzo tentava di ordinare il gregge di fedeli, "le suore
davanti, i laici più dietro, noi voi spostatevi di qua, ecco no, fate
passare prima i vigili, i chierichetti più avanti, no fermi, aspettate,
le suore dove sono?" e via così, senza capirci più niente, mentre il
vescovo sbuffava e il popolo impassibile si riavviava a casa, con
qualche indulgenza del cuore, giacché dopo la messa ben pochi hanno
voglia di riaccompagnare la processione in cattedrale, e si sa come
ragionano i cattolici, devoti si ma fessi no.
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