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Manie d'estate.
Se il terrore arriva sulla spiaggia di Serapo
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
3 agosto 2005
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Segnali di un spirito dei tempi piuttosto fragile.
A Gaeta, sulla centralissima spiaggia di Serapo, i bagnanti scambiano un
Canadair bianco, uno di quei piccoli aerei che volano a bassa quota sul mare per
raccogliere l’acqua con cui spegnere gli incendi, per chissà quale segno di
apocalisse imminente, di Big Bang terroristico pronto a materializzarsi sul
placido bagnasciuga del Tirreno. Le cronache raccontano di gente in fuga,
qualche malore, panico e concitazione. “Nessuno infatti è riuscito a comprendere
che si trattava di un Canadair della Guardia Forestale”. Eh già, c’è ben altro a
cui pensare di questi tempi.
Sono imprevisti che capitano in questa strana estate del duemilacinque, mentre
la Storia ha preso a passarci sopra la testa a un’altezza irraggiungibile, come
un turbojet. O come un Canadair, se vi garba, di quelli che ci planano vicino
per prenderci anche un po’ di quell’acqua in cui nuotiamo. Nello stesso
pomeriggio d’estate in cui sulla spiaggia di Gaeta i villeggianti scappavano via
con gli asciugamano sottobraccio in preda alla psicosi, a Roma uno o più
imbecilli avevano già sparso da alcune ore la voce che l’acqua dei rubinetti
fosse avvelenata scatenando precipitosi timori e decine di telefonate al comune
o alla polizia. E quella stessa sera a Gaeta, in una caratteristica via del
quartiere medievale, il giornalista egiziano Magdi Allam e il magistrato
antiterrorismo di Milano Stefano Dambruoso, scortatissimi, spiegavano alla
platea che “bisogna rendersi conto che siamo nel mirino di terroristi e fanatici
e agire di conseguenza, mantenere alto l’allarme pur senza cadere
nell’allarmismo”.
Tuttavia quella di Serapo rimane un’immagine grottesca e destabilizzante al
tempo stesso per la nostra vita quotidiana di provinciali coinvolti nell’impero,
un ritorno al futuro che non c’entra niente con l’altra Gaeta che sempre
conosciamo, quella un po’ pigra e un po’ cafona, della flemma e della canicola,
dei borbonici e degli allevamenti di pesce. E invece, oddio, di cosa ci
ritroviamo a parlare ai tavolini del bar o sotto gli ombrelloni, nel cuore
dell’estate? Di prossime tappe del terrore, di metropolitane da evitare, di
obiettivi a rischio e di viaggi che forse è meglio rimandare, di timori per la
base Nato che si vede dal balcone, di zainetti da scrutare. Per poi mettere
tutto in relazione coi giornali e coi tiggì, quelli che ogni giorno, petulanti,
ci tengono a mente di essere noi il prossimo obiettivo, quello che corona
l’escalation, quello che il mondo ci guarda. Ok, ok, ma che bisogno c’è di
ripeterlo, se non quello di riempire le prime pagine fino a un mese fa ancora
popolate di stupratori rumeni e di sudoku? Forse è arrivata l’ora di cominciare
anche noi a costruirci le torrette fortificate da cui arroccarsi e osservare il
mondo, come quelle che coronano molte delle spiagge gaetane, da un promontorio
all’altro, ricordo antico delle temute scorribande “de li turchi”. E d’altronde,
nell’ormai famoso pomeriggio del Canadair e dei bagnanti in fuga, già si erano
attivate anche le motovedette della Guardia Costiera e pare che l’allarme sia
scattato pure nella vicina base americana, sulla nave ammiraglia della Sesta
Flotta attraccata al molo. Allarme rosso, avranno pensato i soldati infilando la
mimetica.
Scriveva Gabriele Romagnoli su Repubblica, a proposito del falso allarma acqua,
che l’untore della notizia può avere tre diverse nature. Untore artistico, come
Orson Welles quando andò alla radio e cominciò a raccontare la storia
dell’invasione marziana. Untore interessato, che sparge solo informazioni che
per lui o per la sua parte hanno un tornaconto, probabilmente come con le prove
dell’uranio di Saddam prima della guerra. Untore demente, cioè quello che vuole
solo vedere che effetto che fa. Tra mille notizie e mille ciance, chi può
distinguere? «Non certo la platea in delirio - scrive Romagnoli - non certo
questo pubblico tutto in piedi, con le mani al cielo, in allerta permanente,
arringato da predicatori isterici, aizzati dal marketing della politica o
dell'editoria, dalla propria agitazione sofista (a forza di cambiare posizione,
una l'azzeccheranno pure), o dall'ansia di poter finalmente proclamare: "Io ve
l'avevo detto!"». I notiziari intanto rilanciano un Regno Unito scioccato dalla
scoperta che il verme fanatico lo aveva covato dentro, negli immigrati di
seconda generazione, come nell’Olanda di Theo Van Gogh. Ma noi ci giriamo
dall’altra parte e poi magari la mattina sul bus cominciamo a etichettare quei
tipi a cui basta avere una “faccia asiatica/orientale” per essere sospetti, e
restiamo ancora incerti su da farsi, se provare a rimuovere o cominciare davvero
ad agitarci. Distinguere poi, anche al tempo del terrore, resta importante: come
un canadair da un aereo dirottato, come un povero ragazzo brasiliano da un
kamikaze da freddare nella metro.
Forse nessuno di coloro che dalla spiaggia di Gaeta sono fuggiti penserà di aver
commesso, in quei momenti, l’azione sbagliata. Che altro avreste fatto voi? Sono
segnali. Diversi, concitati, illogici. È come se le nostre abitudini facessero a
spintoni con delle angosce nuove, talmente estranee che ancora ci risultano
difficili da decodificare. A Gerusalemme, per dire, quando scoppia la bomba
tutti sanno esattamente cosa fare. A Londra forse, tutti a elogiare la virtù
della compostezza. Ma per noi - ancora - è diverso. C’è una gran nevrosi in
agguato. Questione di disabitudine, forse. Ma la paura presa da sola, evocata
dall’alto come coi burattini, alla fine ha il fiato corto, sfiora l’indecenza,
finisce dritta nel grottesco e nella psicosi da commedia. Come l’altro
pomeriggio a Serapo.
Così in questa estate assurda, mentre rimbombano segnali di negatività, crisi
annunciate e sciagure sospese, scopriamo - come scrive Stefano Pistolini sul
Foglio - «d’essere davvero diventati un paese postmoderno, con un rapporto solo
mediato, mediatico, con la realtà. Impreparati, increduli, confusi». E c’è chi
dice che questo sia solo l’inizio di un periodo destinato a durare a lungo. Va a
finire che la folle fuga dal Canadair di Serapo sia stata solo un primo
apprendistato di un diverso modo di vivere il mondo.
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