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Una domenica mattina
al derby del Golfo
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
04 marzo 2008
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Sole primaverile,
ragazze che passeggiano sulla spiaggia inseguendo il loro cane,
transenne e strade bloccate, vecchi che parlottano sulle panchine,
camionette dei carabinieri, ragazzi che si strusciano sul lungomare,
poliziotti in tenuta antisommossa, puzza di pesce, da dove verrà questa
puzza poi? Aria frizzante e un po' incongrua. Derby di paese dalle parti
di casa mia. Cittadine di confine che si sfidano, un po' per celia, un
po' per non morire. Stadio comunale al centro di Gaeta, a metà tra la
spiaggia e una fabbrica abbandonata. Posizione strategica, dicono. Da
quando il calcio dei campionati maggiori e blasonati è diventato una
faccenda di lontane pay tv e indecifrabili plusvalenze, tanto vale
svegliarsi una mattina su un campetto del girone d'eccellenza e sperare
in una promozione non troppo alta. Un mio vecchio preside in pensione,
con l'Unità sotto braccio, si accomoda poche gradinate più in là di una
comitiva di adolescenti con teste rasate e sciarpe d'ordinanza, mi
riconosce e mi dice: "Anche tu non hai saputo resistere, eh?". Il campo
sportivo s'è rifatto il look, da quando siamo saliti di girone. Un po'
d'anni fa era una palude fangosa d'inverno e una duna sabbiosa d'estate,
con pochi e solitari ciuffi d'erba. Ora hanno piazzato un bel tappeto di
erba sintetica, di un verde perfetto, con la pista rossa d'atletica
intorno. Visto dal balcone di casa mia lo stadio sembra come quei
paesaggi d'inverno dentro le bottiglie quando le capovolgi e scende la
neve.
Stamattina il cosidetto derby del Golfo è un'occasione
da non perdere. Gaeta contro Formia. Le due squadre sono appollaiate ai
primi posti della classifica, c'è una promozione in ballo e ognuna vuole
rimontare l'altra. Il Gaeta ha appena cambiato allenatore, dopo un
periodo un po' storto, c'è il nuovo mister Torrisi pronto, eppure nel
gran giorno del derby sulla panchina è tornato a sorpresa il mister
Albano, vecchia gloria cittadina, uno di quegli allenatori allenati al
ruolo di salvatore nei momenti difficili. S'è ritrovato il derby nelle
mani, e lui come un soldato fedele alla missione ha detto si. Come se
non bastasse dentro una partita di questa c'è tutta la vecchia rivalità
stracittadina, "mammamia glie gaetan", "mammamia glie furmian", una
delle tante nel nostro frastagliato Paese. I gaetani sono rossi, i
formiani sono blu, anche dal punto di vista cromatico la rivalità sta
alla radice. Le gradinate le hanno tutte ridipinte di bianco e di rosso,
i colori della bandiera gaetana. Una signora leopardata come un'amazzone
attempata attraversa il grigio corridoio di cemento sotto gli spalti,
costellato da feroci scritte ultras dallo spray nero: "la legge è uguale
per tutti ma non per gli ultras"; "sangue e onore in gradinata"; "noi
non siamo napoletani"; "contro ogni moda ultras a vita", qualche croce
celtica qua e là. Gli ultras hanno dato un po' di problemi negli ultimi
anni, spesso hanno virato l'allegria del tifo nella cupezza della ronde,
ma sono stati - nel bene e nel male - pure loro a rianimare gli spalti
di uno stadio comunale che pareva condannato alla desertificazione. "Formiano
puzzi di pesce" si sente urlare dalla nostra parte, e che sarà questa
storia del pesce? Si aggirano famiglie con bambini, ragazzi, sfegatate
donne avvolte in bandiere giallorosse, tifosi dotati di tamburi e
trombette, organizzatori di coreografie con cartoncini bianchi e rossi,
magliette di "Gaeta Urbe Nostra", cappellini con visiera con la scritta
"Gaetani No Limits", bimbi scatenati nel fare il gesto dell'ombrello e
altro, il clima è festoso, tranquillo. Nell'attesa del fischio d'inizio
l'inno della squadra ("forza gaetaaa, non spezzare questo filo di setaaa,
puoi vincere la grande partitaaa") è alternato con allegre musiche a
metà tra il veglione e il villaggio vacanze. Ti aspetti che da un
momento all'altro anche i giocatori smettano di fare stretching e
comincino ad avviare un lieto trenino sulle note di Brigitte Bardot. I
tifosi ospiti sono schierati dall'altra parte, in un gradinata assai più
bassa e malconcia. Protestano ma non si capisce per cosa, pare di vedere
qualcuno tapparsi il naso, ora addirittura i vigili del fuoco, va a
sapere. "Si lamentano che sono arrivati qui scortati dalla polizia,
embe', pure noi all'andata a Formia ci siamo andati così, con la scorta"
dice un signore affianco a me.
Anche nel calcio di provincia
l'umore è nervoso, isterico, smarrito, d'altronde troppo spesso gli
ultras non somigliano alle scimmie, ma invece somigliano moltissimo
all'Italia di oggi, e anzi il più delle volte sono loro che danno il
tono alle nostre adunate, alle nostre manifestazioni, alle nostre piazze
e alle nostre curve. Recentemente un tifoso del Gaeta che aveva osato
protestare per alcuni slogan violenti coi suoi vicini di gradinata s'è
visto mollare qualche schiaffo e pugno. Un'altra domenica l'allenatore
del Gaeta e quello della squadra avversaria se le sono date di santa
ragione negli spogliatoi. La domenica prima era toccato proprio ad
alcuni giocatori. E pochi giorni dopo l'attaccante del Gaeta s'era
ritrovato malmenato da alcuni ultras avversari del Formia in mezzo alla
strada, all'uscita dagli studi di una tv locale. Per questo anche nella
solare aria di festa di questa domenica mattina al campo sportivo mi
sento un po' fuori posto. Perché dentro c'è la festa di popolo e fuori
c'è un battaglione di polizia. Sulle gradinate ci sono gli striscioni
ironici e allegri e nei corridoi sul retro ci sono gli slogan truci e i
fasci sui muri. E in ogni urlo della folla, in ogni urlo collettivo che
mi prende alla gola, dentro ci sento insieme la gioia e pure la rabbia.
"Oltre duemila tifosi, tribune esaurite, atmosfere d'altri tempi" urlano
i telecronisti della telestreet appollaiati sulla gradinata più in alta.
Un minuto prima
del fischio d'inizio i capitani delle due squadre si abbracciano e
lanciano il loro appello al fair play. Pure la colonna sonora segna uno
stacco netto, impressionante: d'un tratto - il gioco si fa duro, no? -
scompaiono le canzoni revival, le Gloria Gaynor e i Duran Duran, ualbois
e paparapara, e i giocatori avanzano con la musica del Gladiatore
sparata a tutto volume, con qualche fumogeno dall'altro lato del campo.
La partita inizia, e sale di tono pian piano. Nel primo tempo il Gaeta
soffre, poi arriva Alfonsi che si avvita in un colpo di testa al 42' e
la butta in rete. Intanto sento risuonare uno dei cori preferiti dalla
gradinata, "noi ci crediamo, noi ci crediamo", e mi chiedo in quanti
altri posti e per quali altre cause si sente oggi della gente dire una
cosa così, senza arrossire nemmeno un po'. Forse ha ragione chi dice che
il calcio surroga le tante identità perdute. In fondo questo campo dove
si gioca ora sorge dove un tempo i soldati combattevano e morivano in
battaglia difendendendo la loro fortezza. E sorge accanto a dove un
tempo un'intera generazione di operai, nella vecchia e gloriosa
vetreria, si sudava un mestiere e un pugno di speranze. Alcuni anni fa
uno dei più sofisticati sociologi italiani, Alessandro Dal Lago, aveva
posto come titolo a un suo saggio dedicato ai rituali del calcio,
citando Kafka, "Descrizione di una battaglia". Intanto al secondo tempo
il Gaeta comincia a crederci davvero, si carica. Il Formia pareggia, ma
è subito riacciuffato. Il bomber Santucci infila una favolosa doppietta,
e le urla dello stadio fanno il giro di Monte Orlando, le avranno
sentite pure dall'altra parte del Golfo.
Raccontano i veterani che la prima partita di calcio
in quel di Gaeta fu disputata nel 1908 sulla distesa di Montesecco
spianata 50 anni prima da Francesco II per difendersi dai Piemontesi. A
giocarla furono i marinai di un bastimento inglese, e i gaetani più in
là a guardare. Così cominciarono le prime partitelle che durarono fino
al 1931, anno di nascita della Polisportiva Gaeta. Altri invece non
riescono a scordarsi quella volta che venne il Napoli di Zoff e la città
finì tutta in subbuglio. Finì 7 a 1 per gli ospiti. A Zoff il goal lo
segnò un tale Cornacchia, che ancora lo racconterà ai figli nelle sere
d'inverno, e venne giù lo stadio. Che tempi. Alti e bassi: ma sempre con
il Formia Calcio davanti. In classifica e in categoria. Da qualche anno
la Polisportiva Gaeta ha superato il declino, tifosi e abbonati sono
tornati in massa allo stadio, anche grazie all'opera della telestreet
locali che fanno da megafono alle imprese calcistiche gaetane. Tre anni
fa, per la finale di Coppa Italia regionale, allo stadio Flaminio di
Roma, che memorabile vittoria, furono in grado di riempire una decina di
pullman: praticamente mezza città si svuotò. Un anno fa im campagna
elettorale il pulmino del Gaeta Calcio girava per le strade cittadine
con in bella mostra l'icona sorridente del Massimone Magliozzi di Forza
Italia, fratello del presidente Damiano Magliozzi che ha riportato la
squadra agli antichi fasti. D'altronde tra tentazioni politiche, ultras
fuori controllo, polemiche con gli arbitri, litigi con le televisioni,
nel nostro piccolo non ci si è fatti mancare nulla. Così sempre l'anno
scorso si è rischiato pure di vincere il campionato, coi formiani che
gufavano, e sarebbe stato un colpaccio. Quest'anno ci si riprova, e
chissà che non vada bene. Ma un campionato in "Eccellenza" costa. Si
parla di 700.000 euro l'anno. Trasferte, ingaggi, spese di gestione,
manutenzione campo. Un calciatore buono non costa meno di 60.000 euro
l'anno. Soldi che girano, il calcio può anche essere un affare.
Adesso al derby il Gaeta aspetta il fischio finale con
la vittoria in tasca. Osservo da lontano l'altra curva. Quella dei
tifosi del Formia. Quella che tutti continuano a sfottere con questa
storia della puzza di pesce, che in effetti mi è parso di sentire anche
a me, e cosa c'entrerà mi chiedo. Da lontano la curva fa un po' paura,
pare minacciosa, arrabbiata. Tutte le curve in effetti fanno questo
effetto. Forse, penso, anche la curva, che in realtà è un'unica lunga
gradinata, dove mi trovo io stamattina fa lo stesso effetto, se la
vedessi dall'altro lato. O magari insieme a qualcuno di quelli che si è
piazzato sui terrazzi dei palazzi affianco allo stadio, vista assicurata
e biglietto risparmiato. Cosa ci sarà scritto sulle striscioni qui
davanti? Mi rendo conto di quanto sia sbagliato accomunare, inchiodare
tutto uno stadio, tutta una tifoseria, sotto un solo cattivo striscione
di qualche ultrà. Errore madornale e speculare proprio a quella certa
mentalità ultrà che pensa che l'identità cittadina sia ridotta a una
cosa così piccina se basta uno striscione di un manipolo di esagitati a
ricoprirla tutta.
Ma ecco che l'arbitro fischia la
fine della partita, e i pensieri svaniscono nella festa, nella gioia
delle bandiere, delle trombe, dei fiati, della musica che rimbomba
dall'amplificazione, e la festa si carica sui giocatori a petto nudo,
sul vecchio mister che si commuove per avercela fatta un'altra volta
prima di mollare ancora, sugli operatori tv e sui fotografi che corrono
come formiche impazzite, perfino sul sindaco Raimondi che non si lascia
sfuggire l'occasione, e corre in campo con la maglia biancorossa con su
scritto "number one", e fa la ola manco lo avesse segnato lui il gol
della vittoria. "Il Campionato è nostro" si lascia sfuggire patron
Magliozzi. Gino, il magazziniere del Gaeta, irrompe nella sala stampa
messa a nuovo, con tutti i loghi degli sponsor davanti cui farsi
riprendere, come si usa oggi, e ammonisce tutti: "Il campionato si vince
a partire da domenica prossima e per tutte le domeniche che restano da
giocare". Esco dallo stadio col sole alto e finalmente mi spiegano
quella cosa del pesce, "vieni qui, si sente ancora un po' di fetore". La
beffa è da antologia: prima della partita qualcuno ha fatto irruzione
nello stadio e ha gettato un po' di avanzi del pescato del giorno prima
sulla curva degli ospiti. Un odore insopportabile, nemmeno si fosse al
mercato del pesce. "Talmente era il puzzo di sarde fraciche che hanno
dovuto chiamare i pompieri a bonificare". Facili le battute sull'azienda
ittica del presidente Magliozzi. Di certo i formiani - sconfitti e
beffati - hanno passato 90 minuti col naso turato. Cose che capitano in
un derby di un paese di mare. "Adesso basta, dobbiamo andare, sennò gli
spaghetti chi li butta?" dice una madre al figlio appena fuori dallo
stadio.
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