LUDIK

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Il Gaeta in D.

Qualcosa da

festeggiare

 

 

Luca Di Ciaccio

telefree.it,

5 maggio 2008

 

 

 

In un periodo di umore un po' mesto, da cambio di stagione, avevo bisogno perlomeno di avere qualcosa da festeggiare, una di quelle cose con molte bandiere e in un luogo pubblico. Va benissimo anche una promozione in serie D, se è della squadra del mio paese, vabbe' mi accontento.

Fa niente se mi ritrovo pure con un'abbronzatura facciale bicolore nuova di zecca, composta da una mezza faccia arrostita dal sole e un'altra mezza faccia ancora vagamente pallida, per via dell'unica crema solare rintracciata in casa stamattina al momento del mio debutto balneare, una di quelle protezione 32 o forse più, in pratica una specie di burqua spalmabile, poi applicata un po' alla rinfusa sulla pelle. Dermatologicamente bicromatico e tuttavia con addosso una camicia rossa a bottoni bianchi, come i colori della squadra di paese, me ne sono andato allo stadio. A vedermi l'ultima del campionato di eccellenza regionale. D'altronde lo stadio comunale sta a due passi dalla spiaggia. Il campo sportivo s'è pure rifatto il look, da quando la nostra squadra cittadina è salita di girone. Un po' d'anni fa era una palude fangosa d'inverno e una duna sabbiosa d'estate, con pochi e solitari ciuffi d'erba. Ora hanno piazzato un bel tappeto di erba sintetica, di un verde perfetto, con la pista rossa d'atletica intorno. Visto dal balcone di casa mia lo stadio sembra come quei paesaggi d'inverno dentro le bottiglie quando le capovolgi e scende la neve.

Sugli spalti, e pure sui terrazzi circostanti, c'era mezza città. Tutti s'erano preparati come per andare a una festa fuori porta. Telecronisti ambulanti trascinavano auricolari e parole. Sindaci eletti per un tiro di traversa recitavano gli scongiuri. Arzilli vecchietti azzardavano passi di danza nell'attesa di un miracolo. Palloncini e vessilli svolazzavano a profusione. Una vecchia 500 bianca ricoperta di bandiere faceva il giro del campo. Cori contro i vicini di paese, a un punto di classifica. Un enorme striscione veniva srotolato sulle teste degli spettatori, mentre lo speaker invocava con apprensione: "in quel momento vi prego di non fumare!".

Alla fine abbiamo vinto. Come, già lo ricordo vagamente. All'inizio la squadra non carburava, gli attaccanti dai piedi buoni ma dal cattivo carattere perdevano occasioni, i difensori cincischiavano un po' troppo. Nel primo tempo ci toccò pure un gol annullato per fuorigioco. E subito dopo il portiere biancorosso decise di attentare alle coronarie di tutta la tifoseria mettendosi a controllare malamente la palla a due passi dalla porta e infine servendola a un attaccante avversario, uno che faceva pure di nome Viscido, che per fortuna non l'ha imbroccò in rete. So che a un certo punto, all'inizio del secondo tempo, segnò un tale Festa, un nome un programma. Ancora troppo presto, pensai. Il gol senza ritorno glielo infili a sei minuti dalla fine, non così presto. Non è andata così: anche i miracoli si attribuiscono limiti.

"Jamm', che gliu' purp è cuott" incitava un signore alle mie spalle, come dire: svegliamoci, che il polipo è cotto, quando ormai mancava poco alla fine. E infatti verso la fine nessuno ci capiva più niente: dagli spalti si divertivano a imitare il triplice fischio finale dell'arbitro, e qualcuno in campo ci cascava pure, il portiere cominciava a festeggiare e il vecchio allenatore lo rincorreva per menarlo: "che cazzo fai deficiente, mica è finita, siamo seri!". Qualcuno ci credeva pure in tribuna al finto fischio: in molti facevano un salto e cercavano qualcuno da abbracciare. Poi l'arbitro ha fischiato davvero, e tutti hanno avuto - come in un grande pentolone collettivo - il loro motivo per gioire, il Gaeta in serie D dopo un quarto di secolo o chissà.

Festeggiava e un po' piangeva il presidente della squadra, Damiano Magliozzi, uno che dentro i destini delle partite di paese ci ha messo risorse, soldi e ambizioni nemmeno solo sportive. Ma ha portato in alto una squadra e anche un po' del nostro orgoglio, e gliene va dato atto. "Avevo in testa questo obiettivo da quando ho preso in mano la squadra, e ora ho già in testa i prossimi" annunciava alla stampa. "E che gioia che provo nel vedere una città felice" aggiungeva Enzo Annunziata, un altro dei dirigenti della Polisportiva. Festeggiava il sindaco Raimondi, in giacca e cravatta pronto per fuggire alla processione di Don Bosco, il vescovo dall'altra parte della città aspetterà, pazienza, ma sulle spalle adesso mostrava la maglia biancorossa con su scritto "1° cittadino", e se la baciava ovviamente a favore di fotografi e cameraman. Gli sarebbe piaciuto, ma stavolta i tifosi non erano per lui. "E adesso potremo sapere i risultati del Gaeta anche dal televideo della Rai, pensate un po' - sospirava il vicesindaco Di Ciaccio - e finalmente stiamo sopra il Formia, una volta tanto". Festeggiavano i giornalisti e i telestreettari e i bloggers a vario titolo, correndo da una parte all'altra del campo per strappare una dichiarazione, un'immagine, un frammento di vita sociale, anche una spaesata Sandra Cervone nel mezzo del campo confessava "non ci capisco tanto di calcio ma mi hanno detto di venire e fare un pezzo di colore, che bella festa però", e si sentivano anche loro parte di questa vittoria a furor di popolo, in una cittadina dove i tanti media locali fanno da carburante e talvolta persino da doping alla realtà delle cose. E sopratutto festeggiavano i giocatori, insieme all'indomito Franco Albano, lo stesso che dopo aver smesso di giocare, seduto in panchina nel 1981 regalò un'analoga promozione alla sua gente, e adesso è ancora lì con il loro popolo a dire "stavolta è l'ultima, poi smetto" ma a non arrendersi mai. Tutti su un camioncino, o a farsi foto coi ragazzi di paese che se li rimirano come eroi della domenica, oppure su una Vespa a fare il giro di campo con una bandiera al vento. Certo, poi più tardi - mentre si fa sera - arriveranno dalla periferia le notizie di presunte spedizioni punitive ad opere di bande ultras rivali del Formia, con interventi della polizia e qualche fermo. La faccia brutta di una medaglia che tuttavia oggi non smette di splendere. Ecco, anche per chi come me non ha mai imbroccato un tiro nei più sfigati campetti di provincia, una giornata come questa è una riconciliazione tra calcio e popolo, e bastava vedere le tribune - mai vista un'affluenza così al Riciniello - popolate di adulti, bambini, anziani, famiglie, neonati in carrozzina.

Devo fidarmi di più del mio radar: a volte sente in anticipo gli ombrelli di Altan, ma anche il sole dietro le nuvole. Anche l'umore da cambio di stagione può sembrare superabile senza troppe difficoltà. Si può essere come il protagonista di "Fight Club" e stare bene andando alle riunioni di quelli (alcolisti, drogati, malati terminali) che stanno peggio o cercare di star meglio lasciandosi contagiare da quelli che sono felici. Per le strade cittadine una fila di preti in testa alla processione di un santo si volta stupefatta, superata senza remore da un carosello di clacson e strepiti e bandiere. "Ah, qualcosa da festeggiare, era ora" mi dice un mio amico. "Ma poi 'sta serie D come funziona?" domanda un altro. "Ma chissenefrega, suona quel clacson".

Da ragazzino quelle volte che giocavo a calcio ero uno di quelli che se ne stanno sempre dall'altra parte del campo rispetto a dove succedevano le cose. Oppure arrivavo quando era già troppo tardi. Aspettavo e intanto rifiatavo. Facevo pressing su qualche avversario, poi mi annoiavo. I gol erano cose che accadevano lontane, con aria vagamente misteriosa. Gli altri si abbracciavano laggiù. Quando prendevo la palla cercavo il primo centrocampista disponibile e gliela rifilavo. Che se la vedessero loro. Nelle ultime partite in cui accettavo l'invito a giocare la mia svagatezza raggiungeva limiti degni del surrealismo. Camminavo con aria sfaccendata, le mani in tasca, in mezzo al campo. In realtà la vita ordinaria del calcio mi è insopportabile. Attendo solo quei momenti in cui il destino capitombola all'incrocio dei pali, o giù di lì. La rotondità impunita della palla. Il salto del cavallo, quel tiraccio da distanza improbabile, quel dribbling insistito a dispetto di tutti i canoni e i moniti. Robe che radrizzano una comitiva di amici, o fanno montare la testa a un paesino di provincia, o stordiscono una nazione. Quelle sincronie delle azioni perfette che però sempre sono sul punto di naufragare. Basta una zolla fuori posto. O la distrazione di un attimo. Fossi un calciatore me ne starei fermo lì, in quel volo miracoloso. Edmondo Berselli, nel libro "Il più mancino dei tiri", raccontava dello "Schema Accanito" di Nereo Rocco. Nel chiuso degli spogliatoi prima di un match clou, all'epoca del suo Padova, fissando i suoi giocatori con gli occhi che fiammeggiavano, intimò: "Ragassi, qualsiasi cossa se move 'n campo, déghe!". Per poi aggiungere, stringendosi nelle spalle: "Se 'l xè el balon, pasiensa".