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Il mare è sempre
meno blu
Luca Di Ciaccio
Il Corsivo,
6 agosto 2003
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Fra
i tanti che in questa torrida estate non se la passano bene, una notazione di
particolare rilievo spetta al mare. Parlare di salute del mare in una città
balneare nel periodo delle ferie non è mai troppo facile, eppure negare i
problemi non serve a risolverli. Ci sono diversi buoni motivi per salvaguardare
l’integrità del sapore di sale, in un continuum che va – a seconda dei
gusti – dall’amore per la natura all’amore per le tasche dei turisti.
Da
qualche giorno le acque del golfo di Gaeta sono assediate da un’anomala ondata
di mucillagini che scoraggia i bagnanti e spaventa gli operatori turistici. Si
è detto che le mucillagini sono in realtà aggregati di alghe galleggianti
causati dalla temperatura eccezionalmente calda delle acque, untuose ma tutto
sommato innocue. Però basta incautamente immergersi nel mare e nella lettura
dei giornali locali per rendersi conto che non è solo colpa del clima. Oltre
alle innocenti alghe sfatte dal caldo, può capitare di vedere ben più
colpevoli strati oleosi e grumi di rifiuti trascinati dalla corrente, e in
questa situazione anche le polemiche sulla tossicità delle merci e sui grandi
accordi attorno al porto commerciale di Gaeta appaiono più inquietanti.
Insomma,
mentre l’ambita bandiera blu dell’Unione Europea fa bella mostra di sé sul
balcone del Comune, sui pennoni degli stabilimenti, sui due terzi dei lampioni
sul lungomare, è innegabile constatare che il nostro mare è un po’ meno blu.
E visibilmente questo mare non è sporco di suo: non per grandi insediamenti
urbani o industriali, non per estuari appestati (anche i depuratori, così
sembra, funzionano), non per inquinamenti cronici (d’altronde l’assegnazione
per due anni consecutivi dell’autorevole vessillo blu dovrebbe rassicurarci
almeno sulla decenza media delle nostre acque). Il mare è sporco per la
volgarità culturale di certi villeggianti (e cittadini) che ci buttano le loro
mondezze, per la cafonaggine dei facoltosi proprietari di gommoni, motoscafi e
yacht che insozzano la costa coi loro motori e la loro nafta, per i loschi
interessi di chi vorrebbe portare le petroliere nel golfo, per l’imperdonabile
distrazione dei locali (i quali, ora che il mare puzza, non sanno più a che
santo votarsi).
Negli
scorsi giorni il presidente del locale circolo di Legambiante, Gallinaro, ha
scritto alcune importanti considerazioni:
«Tutti
si preoccupano del rispetto dei parametri previsti dalla normativa sulla
balneazione, si attivano per avere le varie bandiere blu e si disinteressano del
mare nel suo complesso».
E dice che discutere di maricoltura e traffici petroliferi ha a che fare con la
salute del mare, e che i malanni del golfo erano evidenti e chiari già da anni,
poco ascoltati o bollati come catastrofismo ambientale. Intanto
siamo quasi a Ferragosto e il Ministero dell’Ambiente non ha ancora pubblicato
il rapporto sulla limpidezza dei nostri mari (è la prima volta che accade
dall’89).
È
ora che i Comuni si organizzino e si
ricordino della salute del mare non solo quando ci sono di mezzo le spiagge,
l’indotto turistico e i tre mesi estivi, che le Guardie costiere sorveglino e
puniscano severamente, che molti degli stessi bagnanti ora sconcertati per la
sporcizia del mare si diano una regolata quando lo usano come discarica. Nel
frattempo, in mancanza della trasparenza delle acque sarebbe almeno auspicabile
la trasparenza delle istituzioni. Rendere pubblici i risultati delle analisi
biochimiche, redigere un bollettino sulla salute del nostro mare che informi
turisti e cittadini con obiettività e senza generiche rassicurazioni,
intensificare i controlli. Il memorabile e canagliesco titolo del Messaggero di
qualche giorno fa, “Mare brutto ma balneabile” è una sintesi perfetta
dell’attualità che, naturalmente, non ci rassicura affatto.
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