|
» gaeta
Il cuore di tenebra sudpontino tra
mafie e delitti
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
8 febbraio 2009
|
Ogni tanto c'è qualcosa che
frantuma la monotonia di un territorio avvolto nel tran tran dei soliti
localismi da strapaese. Ogni volta ciò che si riceve in cambio sono sguardi
misti di timore e di compassione, velati da un'ombra di disprezzo. Un giorno
può essere un'indagine sulle infiltrazioni della camorra, un altro giorno
può essere un delitto efferato tra ragazzi. Quando nelle redazioni
giornalistiche è arrivata la notizia del 19enne Igor Franchini, ballerino di
Scauri, trucidato con una quarantina di coltellate al ventre, la prima cosa
a cui si è pensato è stata: di dove è originario? Essendo chiaro da subito
che non di un immigrato si trattava bensì di un concittadino italiano a
tutti gli effetti, lui come a quanto è poi risultato i suoi assassini, la
domanda chiave allora era un'altra: viene dalla Campania? Aveva qualcosa da
pagare alla camorra? Cosa c'era dietro?
Le redazioni dei notiziari locali, e l'immancabile troupe della "Vita in
diretta", si sono soffermate sulla piazza principale del paese,
intervistando i pensionati seduti davanti ai bar, o un paio di preti prima
di dire messa. Gente magari vicina di casa ma lontana anni luce da tutto il
resto. Succede lo stesso quando negli stessi bar, nelle stesse piazze della
brava gente comune qualcuno, giornalista con taccuino o semplice passante,
solleva l'argomento delle infiltrazioni malavitose di cui si è appena letto
sul giornale. "La malavita qui... e da quando?", dicono i sorpresi. "Siamo
in mano alla camorra...", ribattono i rassegnati. "E' una diffamazione, qui
non siamo a Napoli...!", chiosano i più risentiti. Anche gli amministratori
locali, o i politici che per mestiere stringono mani, sembrano sempre
svegliarsi da un sonno troppo lungo, e si rifugiano dietro frasi di
circostanza o scontante manifestazioni di supponenza. "Un fatto del genere
non era mai successo" aveva chiosato il sindaco di Minturno uscendo dalla
chiesa dove il paese si era riunito in gran massa per i funerali della
giovane vittima, assicurando però che "il nostro tessuto sociale è sano".
Almeno fino al prossimo delitto.
I risultati delle indagini sull'omicidio di Igor hanno poi portato
all'arresto di un ragazzo 22enne di Formia come esecutore materiale e di
altri tre ragazzi e una ragazza, tra i 19 e i 25 anni, per favoreggiamento.
L'avrebbero ucciso in casa dopo una lite colpendolo con quaranta coltellate,
in una di quelle villette vicino al mare di Gianola, vuote d'inverno e
affittate a poco prezzo anche per qualche sera a gruppi di giovani, e poi
l'avrebbero trasportato in una strada sterrata di campagna, dando anche fuco
alla sua auto. Il movente dell'omicidio, hanno spiegato gli investigatori,
sarebbe un debito di droga. Igor, a quanto pare, faceva spesso dei viaggi
tra Caserta e Formia, magari per comprare e vendere un po' di cocaina e
hashish. Dunque a ben scavare,
anche nel caso del povero Igor, c'entra la malavita. C'entra il contagio
della vicina Gomorra che proprio sul sistema dello spaccio di droga, dai
grandi traffici fino ai più piccoli galoppini di quartiere, fonda il suo
dominio.
Ma anche in questo caso, come nei tanti della nostra provincia, la
camorra è uno sfondo, una scenografia lontana, quasi un rumore di fondo
ormai acquisito. Come ogni tanto, quando salta in aria un negozio o
un'automobile viene bruciata. Incidenti di percorso, in un quadro
generale apparentemente tranquillo, che non vuole attirare l'attenzione.
È ormai assodato, a metà strada tra Roma e Napoli, che è in atto
un'invasione silenziosa di mafie e organizzazioni criminali. Comprano
tutto, infettano, riciclano, costruiscono, corrompono, ricattano e a
volte amministrano. Senza rumore: tra accordi sottobanco e silenzi
comprati. Come a Fondi, dove miasmi e indagini arrivarono fino ai piani
alti del Municipio, ricevendo in cambio le lamentazioni di chi dice che
"così si esagera, ci vogliono sputtanare". Come a Formia, come a Gaeta,
come a Sperlonga, come proprio a Scauri e Minturno. Sul sito fondani.it,
nei giorni in cui erano all'apice le polemiche sulle infiltrazioni
malavitose, venne lanciato un sondaggio: "secondo voi a Fondi c'è
davvero la mafia?". Su 36mila cittadini risposero appena in 41: 28
dissero sì, 13 no. Gli stessi giornali locali, con isolate eccezioni,
stavano ovviamente dalla parte di chi difende "il buon nome" del
circondario.
Eppure la malavita criminale fa da sfondo ma non è la chiave della morte
del povero Igor. Come c'entra ancora meno con altri casi recenti, fin
troppo vicini e frequenti. La giovane donna picchiata a sangue,
violentata e poi data alle fiamme a Spigno Saturnia, da parte di due
balordi di Minturno, lo scorso anno. Oppure, appena un mese fa, il
ragazzo formiano di 15 anni massacrato di calci e pugni da un suo
coetaneo, per una banale questione di ragazze, sotto gli occhi di altri
ragazzini suoi amici, nessuno dei quali ha mosso un dito. Solo per dirne
un paio. A volte basta meno, per esempio una rissa fuori da un locale.
L'auto di due ragazzi che si baciano da prendere a mazzate per poi
vederli scappare e riderne. Una prostituta sul ciglio della strada da
ingaggiare in gruppo. Cose così, cose che succedono ogni giorno senza
che trovino lo spazio di una breve in cronaca, del resto c'è talmente di
peggio, no? Ecco, quello che accomuna la grande malavita come i delitti
di nera è la chimica della reazione. Uguale alla chimica che li rende
possibili. Insomma, che si tratti di grandi giochi di mafie o di piccoli
raptus omici di periferia, il meccanismo diffuso è sempre lo stesso:
minimizzare, difendere la propria comunità, riportare il tutto alla
testa bacata di qualche balordo o corrotto, dare al massimo la colpa
agli altri, quelli che "vengono da fuori".
Nei messaggi su siti e blog in internet invece si colgono sentimenti di
smarrimento e sorpresa. Su telefree.it commentando una notizia su questo
"delitto made in Gianola", l'utente Kalckreuth scrive: "Certe cose che
credevamo succedessero sono nei film o nei telegiornali, comunque in
posti molto lontani da noi, adesso sono accadute a pochi passi da casa
nostra, è stato un pugno nello stomaco". E l'utente Malatempora: "Non è
sufficiente elencare tutto quanto di buono e di costruttivo si inventa e
si organizza in una comunità. Tutto questo non basta più se non sappiamo
vedere il malessere che emerge con sempre più rinnovato vigore. Se a
volte fingiamo di non vedere o non riusciamo più a farlo. Non viviamo in
un'isola felice, e non ne esiste una". Abituati come siamo a considerare
la metropoli come luogo per eccellenza della dissoluzione sociale,
dell'anonimato a rischio, dovremmo invece prendere atto, se non altro
per onor di statistica, che quasi tutti i più efferati casi di cronaca
nera italiana degli ultimi anni non hanno per scenario grattacieli o
muri di fabbrica, ma la provincia profonda, le sue villette
residenziali, le sue campagne. Un'Italia minore, aperta al flusso
caotico dei consumi, degli spettacoli, del virtuale, delle apparenti
felicità chimiche, però nella vita reale ancora chiusa in piccole
cerchie, piccoli itinerari. Quel famoso "qui tutti si conoscono" che
consideriamo in genere una garanzia di controllo sociale, ma
evidentemente non basta più a munire lo sguardo pubblico, e forse, al
contrario, lo illude e lo confonde.
Viene in mente un'altra storia, accaduta all'altra parte del pianeta ma
ambientata nel nostro stesso mondo. Qualche anno fa un gruppo di ragazzi
californiani, sbandati sì, ma iscritti a un liceo, residenti nella
stessa casa dei loro genitori, fece una bravata. Uno di loro aveva
compiuto uno sgarro e, per regolare il conto, gli rapirono il fratellino
quindicenne. All'inizio era una burla, poi persero il controllo della
situazione e ammazzarono l'ostaggio. Venuto a conoscenza della storia
dalla figlia, compagna di scuola degli assassini, il regista Nick
Cassavetes ci ha girato un film, "Alpha Dog". Come la pellicola
ricostruisce, nessuno dei ragazzi si rende veramente conto di quel che
sta facendo, nessuno dei loro amici cerca di fermarli, nessuno dei
genitori (tranne quelli del rapito) sembra allarmarsi. Finché la
situazione degenera. Come è stato possibile? La risposta di Cassavetes
è: "I problemi sono sorti perché questi ragazzi si sono ritrovati a
dover prendere delle decisioni senza nessun tipo di controllo o
interferenza. Si sono create una serie di circostanze e coincidenze che
hanno generato degli eventi che non sarebbero dovuti accadere".
Che si parli di mafie arrembanti o che si parli di fattacci di cronaca,
magari con un po' di droga in mezzo o protagonisti poco più che
adolescenti, in entrambi i casi nella provincia sudpontina si registra
un incremento di eventi. E al tempo stesso una voglia malcelata di
minimizzarli, un'impotenza a intervenire al di là delle solite inutili
giaculatorie di vescovi e polici. Forse la questione fondamentale sta in
una sola parola, in un solo concetto: responsabilità. Insegnarla sarebbe
un casino tremendo, eppure rivoluzionario: per gli adulti e poi per i
ragazzini. Quando il tempo è debole, la cultura evanescente, le identità
smarrite, le regole di convivenza civile sbeffeggiate dall'esibizione
del potere - al governo del territorio e della nazione, nella vita
quotidiana, in tv - è nel gruppo che trova riparo il nulla. Mafie o
branchi che siano. Capita allora che la violenza diventi un passatempo.
La responsabilità un optional. A volte, magari per sbaglio, ci si muore. |