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Lazio Meridionale,
la nuova provincia
e l'ultima chimera
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
8 marzo 2005
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Il dibattito infinito sull’istituzione di una
nuova provincia, quaggiù nel Lazio Meridionale, è un pezzo della più vasta
questione che riguarda l’economia, la storia, l’ethos politico e forse persino
l’ethnos popolare delle nostre terre, una faccenda insomma tremendamente più
complicata di quella che ci appare quando apriamo il giornale e leggiamo
l’ennesimo titolo sull’argomento, il solito “passo avanti” o il trito “incontro
al vertice”, e giriamo pagina sbuffando. O almeno dovrebbe essere tale, e la
colpa sarà sicuramente nostra se facciamo così tanta fatica ad appassionarci.
Al massimo ci riesce un leggero tremolio della
mano, un accenno di indecisione, una grinza della nostra geografia mentale, ogni
volta che ci ritroviamo a compilare un modulo qualsiasi e bisogna riempire le
caselle relative alla “provincia”. Oggi è ancora Latina? E domani, chissà,
Frosinone? Cassino? Formia? Sora? O sigle che quasi sfidano l’ortografia:
triangolazioni di città, entità territoriali astratte, aree metropolitane con
beneficio d’inventario? Lazio Meridionale, per esempio, si scriverà LM? O in
caso di triplice asse Formia-Cassino-Sora come ci si regolerà con la sigla di
due? Come tutti i progetti di questo genere, quello della nuova ipotetica
provincia del Lazio Meridionale è geniale e velleitario allo stesso tempo:
cambiare lo scenario longitudinale di un’intera area tra il litorale e
l’entroterra con lo scopo di consolidare le potenzialità dell’economia,
recuperare le sinergie perdute e – perché no? – rendere possibile un più
stimolante insediamento di potere. È geniale perché dimostra l’esistenza di una
visione di lungo periodo, con la percezione della necessità di colmare gli
abissi di uno sviluppo urbanistico disordinato. Ed è invece terribilmente
velleitario in quanto pensa di muovere i pezzi sulla scacchiera e i confini
sulla cartina con una facilità eccessiva, come se modificare lo scenario fosse
di per sé l’unico e indispensabile rimedio per migliorare le cose. E tuttavia,
in tempi di devolution, il discorso si è già avviato, se ne parlava da decenni
ma stavolta sembra più difficile fermarlo.
Una prima delibera a favore della nuova provincia
è stata votata poche settimane fa dal consiglio comunale di Formia, ma il tema
sollecita interessi e divisioni assolutamente eterogenee e trasversali: a
partire dall’unione tra i due sindaci Bartolomeo di Formia (Ds) e Scittarelli di
Cassino (Forza Italia), passando per la dissociazione in corso d’opera del
deputato forzista di collegio Conte insieme a molti suoi colleghi di coalizione,
fino all’inedita alleanza con la Formisano, assessore regionale uscente dell’Udc.
Proprio in un affollato incontro a inizio gennaio, il “Principe” Bartolomeo si
era lasciato andare a dichiarazioni entusiastiche e inappellabili: «La
nuova provincia ha potenzialità differenziate enormi concentrate in pochi
chilometri ed in grado di rilanciare l’economia complessiva di questo
territorio, Formia aderisce al progetto e comunque per altri c’è sempre
possibilità di aggregarsi». Eppure
il progetto della nuova provincia rischia seriamente di diventare la malattia di
questo territorio, un ingorgo geografico e psichico dei suoi piaceri e
dispiaceri. Intanto cementa strane alleanze, legittima aggregazioni culturali e
impieghi di tempo, rintuzza vecchie rivalità tra sindaci, riflette i disagi
esistenziali e le vecchie frustrazioni politiche. Ma – domanda infida –
risolverà davvero qualcosa?
Ognuno riconosce nelle ipotesi di nuove mappe
l’idea che c’è già nella sua mente e che forse sta nella mente di ciascuno. Come
il professor Cardi e alcuni politici locali (il gaetano Vaudo e il Partito
Aurunco d’Azione) che alla provincia tripolare preferiscono una “macroregione
aurunca”, “sulla costa dal Circeo fino a Mondragone in località Lavagnole, e
all’interno fino ai confini con Abruzzo e Molise, e più su fino a frusinate e
Ciociaria”. Altri rilanciano una sorta di “ente sovracomunale delle città del
Golfo”. Si organizzano pullman di sindaci in gita nella provincia di
Cusio-Verbania-Ossola, a imparare dagli esempi riusciti. E non mancano le
opportune ricadute etniche, dai misteriosi manifesti “movimento autonomista” con
gabbiano stilizzato in campo azzurro “Via da Latina”, fino alle dichiarazioni
ufficiali del sindaco Saltarelli di Spigno Saturnia il quale tiene a precisare
che “noi non abbiamo nulla in comune
con i friulani di Latina”. Infine viene da pensare che deve essere davvero
grande la confusione sotto i cieli se è vero che il candidato del centrosinistra
alle regionali Piero Marrazzo ha annunciato la sua venuta a Formia definendola
“una cittadina ciociara”. Ciociara de che?, avrebbe detto Nino Manfredi. Infatti
se è vera la separatezza storica e pure parecchio materiale (prendete un giorno
qualsiasi la superstrada Flacca per credere) tra il nord “littorio” della
provincia di Latina e il sud gaetano-formiano di più antiche tradizioni (ben
riassunto in quella battuta un po’ borbonica, “a noi non ci ha mai bonificato
nessuno”) e con qualche appendice cassinate-aurunca guardata di traverso (tant’è
che non devono essere pochi i gaetani immemori dell’ottocentesca Terra di Lavoro
ai quali oggi turba un po’ i sonni l’idea di “morire ciociari”), allora
francamente non appare poi così ovvia neppure la recente mitologia miracolosa
del cosiddetto Lazio Meridionale.
La diatriba sulla nuova provincia ci fa
scoprire come tutte le parti tra loro separate del nostro territorio sono ormai
la sopravvivenza degradata di vecchi miti, macchine guaste e sconfitte della
politica, buone per spremere voti in un’elezione e ispirare diffidenza per il
resto dell’anno. Un acuto osservatore di zona come Francesco Rossillo, su questo
portale, ha confrontato il dinamismo pulsante della città di Fondi (che nella
nuova provincia non è prevista, ma comunque si capisce che ha ben altro a cui
pensare) con i sintomi inesorabili di sonnecchiosità e declino che invece
attanagliano il Golfo: “Ma forse il
Golfo, al di là dell’entità geografica, non esiste. O esiste sempre meno. Il
dramma viario esalta le municipalità e comprime l’integrazione. La classe
politica è più immersa nei propri tradizionali rituali che attenta ai meccanismi
evolutivi; i quali, inesorabili, cambiano continuamente il contesto”. Insomma,
non è questione di destra o di sinistra notare che dalle parti di Fondi si
smuovono i fatti e ci si proietta al futuro, seppure con qualche rozzezza,
mentre dalle parti del Golfo si arretra malinconicamente e si paroleggia molto,
si frigge il rifritto. Ed è un allarmante sintomo che le ipotesi
formian-ciociare di nuova provincia nascano tutte con il baricentro lontano dai
porti e dal mare, che da sempre è il luogo della contaminazione e dell’apertura
totale. Da questo punto di vista, la vera e ineludibile rivoluzione copernicana
del nostro territorio – come notava sempre Rossillo – sarebbe una sola: la città
del Golfo. Il mancato asse politico tra le due principali città, Gaeta e Formia,
soprattutto imputabile alla miope rivalità tra i due sindaci (Magliozzi di
centrodestra e Bartolomeo di centrosinistra), è il vero peccato originale di
tutta la discussione sui nuovi equilibri del territorio.
Competition is competition? Magari. Di questo passo non si va da nessuna
parte.
Adesso naturalmente non vorremmo fare della
“provincia” un’entità metafisica, una spada puntata sul nostro destino, ci
mancherebbe. Anzi, c’è interesse verso una comprensione sincera dei motivi e
delle controindicazioni, e sono convinto che la maggiorparte dei cittadini oggi
si ritrova in questa “zona grigia”. Conviene l’istituzione di una nuova
provincia del Lazio Meridionale? Risulta molto difficile trovare razionalmente
dei motivi forti a sostegno di una risposta negativa. Ma il problema è che è
altrettanto difficile trovare dei motivi forti a sostegno di una risposta
positiva, di un “sì” convinto. Ma a quante delle sinergie e realizzazioni
promesse si potrebbe cominciare a lavorare già da oggi, senza aspettare l’arrivo
di nuove istituzioni, nuovi timbri e nuovi stendardi? Quanto federalismo
concreto può esserci senza necessariamente abbinarlo a nuove burocrazie, che
magari avrebbero il solo vantaggio, dietro le più nobilissime motivazioni
identitarie, di portare uno strapuntino o una poltroncina un po’ più vicino
casa? Che in finale, d’accordo: si parla di ethos, ethnos, territorio e
identità. Ma, chioserebbe il grande Totò: “A proposito di politica, ci sarebbe
mica qualcoserellina da mangiare?”.
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