|
» gaeta
Sceneggiata gaetana.
O' guappo, la sciantosa e o' Capitano.
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
10 agosto 2004
|
Bastava
poco per
trasformare una
delle estati
gaetane più
bolse e
desolate degli
ultimi anni in
una esemplare
sceneggiata. E
quel poco è
andato in scena
domenica sera,
festa paesana
della Madonna
di Portosalvo,
sul palco di
piazzetta della
Sirene. Insomma,
quando il
sindaco di
Gaeta, Capitano
Massimo
Magliozzi, è
salito sul
palco delle
festa insieme a
Mario Merola e
a una bella
sciantosa di
origine cubana,
solo allora la
morente identità
gaetana ha
ritrovato il
suo giusto tono
drammaturgico:
tra la
sceneggiata e
la patacca.
Sullo
stesso palco
dove si è
appena conclusa
la santa messa,
quell’autentico
mostro sacro
della bassa
provincia
italiana che è
Mario Merola si
esibisce e
canta, mette in
scena la Napoli
di emigranti e
carcerati,
madri piangenti
e mandolini, di
ragù e di
malavita, la
napoletanità
da melodramma
eccessivo e
trionfante che
molti
napoletani
amano e molti
stessi
napoletani
sensibilmente
detestano. E
infatti per lo
show di Merola
c’è il
tripudio dei
napoletani in
vacanza, nella
Gaeta che anni
fa Michele
Serra definì
come “sorta
di protettorato
turistico
settentrionale
della capitale
del
Meridione”.
Così, tra un
tuppe tuppe
marescia’ e
una strizzata
d’occhio alla
marca di vino
che sponsorizza
la serata,
Merola chiama
in scena “o’
sindaco”.
E o’
sindaco, in
elegante
completo beige
e camicia a
quadretti ma
senza fascia
tricolore,
puntualmente
arriva.
La
scena è degna
delle migliori
sceneggiate.
Del genere: o
‘guappo, la
sciantosa e
o’ Capitano.
Il pubblico,
osannante per
Merola ma assai
più freddo per
il sindaco,
sembra non
capire. Qualche
applauso,
generale
mormorio,
niente fischi o
pernacchie. Ma
il sindaco sul
palco non è un
trauma per i
napoletani in
vacanza (cioè
tre quarti
della piazza),
già abituati
allo zoo della
politica e
all’irruenza
naturale. «Che
bello guaglione
che è il
sindaco»,
dice Merola,
quasi offrendo
uno dei suoi
tipici
pizzicotti
sulla guancia
al primo
cittadino.
Infatti il
sindaco, che
ora afferra il
microfono con
mimica
fintamente
impacciata, è
il più
merolesco di
tutti,
disarticolato e
senza
mediazioni
com’è, quasi
surreale. Il
suo discorsetto
di saluto suona
come il celebre
brano de O’
Zappatore: «Felicissima
sera, a tutti
sti signuri
incravattati, a
chesta comitiva
accussi allera,
d’uommene
scicche e
femmine
pittate. Chesta
è ‘na festa
‘e ballo... e
‘j ca’ so
sceso a copp’
o sciaraballo,
senza cerca
‘o permesso
abballo j
‘pure».
Poi Merola gli
chiede: «Sindaco,
com’è chesta
città?».
E quello,
tossicchiando: «E’
bella, perché
i gaetani sono
belli fuori e
sono belli
dentro
(applauso) e
noi stiamo
facendo del
tutto per
renderla ancora
più bella».
E trova il
tempo, il
buongustaio
Merola, pure
per fare
pubblicità al
ristoratore
Mario ‘la
Saliera’,
altro
personaggio da
sceneggiata
gaetana,
tornato dopo le
sue liti
politicanti e i
suoi guai
giudiziari alle
pizze
margherita e ai
fritti misti.
Cosicché,
anche il rito
tribale –
politico della
mangiata
riacquisti il
suo eroe.
Difatti,
sul palco della
sceneggiata, a
metà strada
tra gli ex-voto
e le bottiglie
di vino,
Magliozzi è
perfetto, quasi
più a suo agio
che sulla
poltrona del
consiglio
comunale.
Sarebbe
semplicistico
ridurre la sua
apparizione nei
classici
termini di una
strumentalizzazione
della festa, di
un gesto di
arroganza
mediatica.
D’altronde in
questa estate
di grave crisi
turistica e di
giunta comunale
a pezzi, il
Capitano
Magliozzi è
ridotto come il
Merola di
un’altra
celebre
sceneggiata,
Guapparia: «Ero
‘o cchiu’
guappo ‘e
vascio a Sanità,
mo e aggio
perso tutta a
guapparia».
Ma contro il
sindaco e la
sua claque non
c’è ferocia,
anche nelle
stanche
discussioni tra
gaetani,
autolesionisti
e autoironici
come sono gli
abitanti di
questa terra
che è già
meridionale. Lo
stesso pubblico
di Merola ne
percepisce
subito
l’ambiguità,
capiscono che
anche Magliozzi
ha, come tutti,
le tasche piene
di trucchi e di
patacche.
L’arte
della
sceneggiata è
da sempre il
luogo
dell’economia
del vicolo,
della
paccottiglia,
delle tonalità
smodate, della
vita di
espedienti. E
lo stesso
Magliozzi
sembra Mario
Merola quando
nei suoi
ruspanti comizi
esalta il sole
e il mare e
promette
meraviglie come
se fossimo in
certe
televendite da
mobilificio
campano anni
ottanta.
Compreso ieri
sera quando,
col vero Merola
affianco e il
braccio teso
verso il
pubblico
perplesso,
annunciava «vi
faremo ancora
più belli di
quanto siamo già!». Se
al posto di
Merola ci fosse
stato Totò,
altro grande
simbolo
partenopeo ma
assai più
sopraffino,
forse avremmo
assistito a uno
scambio di
battute come
quello
(geniale) tra
lui e un certo
Jimmy il
Fenomeno nel
film “Gambe
d’oro” del
1957. Totò:
«Una
faccia da fesso
come la tua non
l’ho mai
vista».
Jimmy: «Grazie».
Totò: «Prego,
non c’è di
che».
Nella
gaia domenica
della
“madonna
nostra”, che
parte dalle
parrocchiane in
novena e arriva
fino al figlio
di Mario Merola
che mentre
inizia a
cantare una sua
“Ave Maria”
invita il
pubblico ad
“accendere
tutti i
telefonini”
così per
creare
atmosfera, si
saldano i
sentimenti del
sacro e quelli
del profano, il
colto e
l’istintivo.
Per non parlare
del rito della
processione
(perfettamente
affrescato
nelle
inquadrature in
soggettiva, a
tratti
lombrosiane, di
Ciano su TMO),
secolare
esempio di
incrocio tra
religione e
operetta.
Certamente
quello a cui la
festa è andata
meglio è il
signor
Ciccariello,
quello del
vino. Il quale
ha
sapientemente
invitato il suo
amico Merola, e
ha pure messo
in vendita le
bottiglie
speciali di
vino bianco con
la sua foto. E
Merola ha
ricambiato la
cortesia: «Quando
bevi il vino
Ciccariello,
lievati ‘o
cappiello!».
Dunque,
Ciccariello,
nella grande
sceneggiata
gaetana, recita
“l’uomo
ricco che ama
il popolo” e,
da buon fedele,
si è accattato
la Madonna e
l’ha
generosamente
offerta ai suoi
concittadini.
Il sindaco
gaetano
furbescamente
ci si è
aggrappato, lui
che sta
imparando a
utilizzare
l’arma della
visibilità,
svezzato dalle
tivù di
quartiere e
dalle feste
paesane. Non
calcola che di
fronte ad
un’amministrazione
che fa troppe
chiacchiere e
pochi fatti
possa
scatenarsi lo
stesso
effetto-boomerang
in atto per il
suo idolo
politico,
Silvio
Berlusconi.
Ovvero:
l’insopportabilità
del personaggio
da parte della
sua stessa
“gente”
diventa
direttamente
proporzionale
alla sua
ingordigia
mediatica e
televisiva. Per
dirla come la
direbbe Merola:
scetatevi
vagliu’ che
l’aria è
doce...
|