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La forma privata
dell'acqua
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
12 febbraio 2008
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Non si sa cosa bevano i
corrotti e i corruttori della nostra acqua, dell'acqua che sgorga dai
rubinetti delle case, in provincia di Latina come altrove, non sappiamo
se sono idrofobi o magari pure ubriachi. Forse sono solo vacui, come
ogni tubatura e ogni cisterna e ogni recipiente che si rispetti.
D'altronde è accertato che l'acqua non ha forma, e ogni volta prende la
forma del contenitore in cui è versata. Così la nostra acqua, l'acqua di
molte province italiane, non poteva che prendere la forma del malaffare
e della tangente, la forma della lottizzazione e quella dell'appalto
truccato, la classica forma della maneggio travestito da modernità.
Dicono gli inquirenti che lo scandalo di Acqualatina, con l'inchiesta
giudiziaria che ha portato all'arresto di una parte dei vertici della
società mista pubblico/privata che fornisce l'acqua a sud di Roma in
tutta la provincia pontina, potrebbe aprire il famoso vaso di Pandora.
Dietro i quindici milioni di euro di appalti contestati dalla procura
pontina si cela infatti un vero e proprio impero, con ben altre cifre.
Intanto, con le imputazioni di truffa aggravata e frode, sono finiti in
manette uomini di fiducia del gruppo francese Veolia e del gruppo
italiano Pisante, che controllano parte consistente del pacchetto
azionario di Acqualatina. Al centro dell'inchiesta le manovre per
intascare illegalmente decine di milioni di fondi statali. E in un
intreccio di scatole societarie e connessioni finanziarie si intravede
il business dei padroni dell'acqua. Esteso dal nord al sud del nostro
Paese. Un Paese che non sta con l'acqua alla gola, almeno nel senso
letterario del termine. Sono ormai dieci anni che la penuria di acqua
preoccupa esperti e amministratori locali, che devono fare i conti con
piogge scarse e bacini trasformati in pozzanghere. Sia al Sud, dove
l'ultimo rapporto dell'Autorità sulle risorse idriche indica possibili
guerre tra territori poveri di risorse. Sia al Nord, dove inefficienze e
sprechi portano la rete a perdere fino al 50 per cento dell'acqua
immessa nelle condutture. Eppure i tubi rotti, le infrastrutture
vecchie, i furti liquidi non bastano ad allontanare i privati da un
business che, con un giro d'affari annuo di 2,7 miliardi, fa gola a
molti. Una legge nazionale
del 1994 ha permesso l'ingresso dei privati nella gestione delle
acque pubbliche. L'arrivo di nuovi padroni e delle società quotate
in Borsa - come documentato da una recente inchiesta del settimanale
L'Espresso - fa paura a molti: l'assegnazione delle gare non sempre
è stata trasparente, e gli scandali non si contano. Quello nostrano
di Acqualatina è solo l'ultimo di una serie. Ma la privatizzazione
dei servizi pubblici è un obiettivo comune a molti organismi
internazionali, dall'Unione Europea all'Organizzazione Mondiale del
Commercio, con le multinazionali che spingono. Nonostante le molte
resistenze incontrate a livello locale, grazie all'opposizione di
comuni, associazioni, cittadini. Liberalizzare i servizi, resta la
parola d'ordine. Per "servizi" si intendono luce, acqua, istruzione,
sanità, trasporti, e un centinaio di settori economici che insieme
valgono un terzo del commercio mondiale, più di un migliaio di
miliardi di fatturato. Un bel bocconcino, da immettere nel Mercato
Globale. Ma a chi giova? Ai cittadini - consumatori? Forse, chissà.
Da qualche anno gli scaffali delle nostre librerie pendono sotto il
peso recente di una storiografia e di una sociologia terzomondista
all'acqua piovana, con l'idea base che la lotta per l'acqua è oggi
la lotta per il plusvalore, il globalismo nella sua versione idrica.
Nel saggio dell'economista indiana Vandana Shiva "Le guerre
dell'acqua", pubblicato nel 2003, si profetizzava addirittura un
Jihad idrico e si rintracciava nell'acqua il motivo di tutte le
guerre attuali, con Turchia Siria e Iraq che si battono per le dighe
sul Tigri e sull'Eufrate, Israele e Palestina che si contendono il
Giordano, l'India che combatte contro le multinazionali per lo
sfruttamento della acque del Gange, Messico e Stati Uniti che si
azzuffano per il Colorado, Egitto e Sudan per il Nilo... E forse
pure, aggiungeremmo noi, Formia e Minturno che si scornano per la
sorgente Mazzocco. Perché poi, sostengono gli studiosi dell'idrocapitalismo,
"i poveri avranno l'acqua del fango e i ricchi l'acqua minerale".
Peccato però che i poveri dell'Italia, da Roma in giù, l'acqua
l'abbiano avuta ben poco nella storia, pure recente.
Come in tutte le cose anche per capire com'è fatta la forma della
nostra acqua non basta indossare gli occhiali dell'ideologia.
Liberista o noglobalista che sia. Nelle nostre città sudpontine,
infatti, l'acqua mancava dai rubinetti ben prima dell'avvento di
Acqualatina, dai tempi del carrozzone pubblico degli Aurunci. E le
bollette salate, salatissime, spesso sballate, continuano ad
arrivare pure oggi, anche se come dice l'attuale presidente di
Acqualatina "gli scandali appartengono al passato". E proprio lui,
il presidente di Acqualatina, non è un avido manager liberista, né
uno spietato ingegnere idraulico d'oltralpe, bensì un senatore di
Forza Italia, come il suo predecessore ora arrestato era un
presidente di provincia con la tessera dell'Udc. Così come l'ex
vicepresidente anch'egli incriminato era un manager tecnico
pubblicamente riconosciuto come vicino al centrosinistra. Insomma,
pure la nostra acqua modella la sua forma su una classe politica
avida, su una dirigenza economica irresponsabile, e trova pure il
suo colore negli stessi colori del partito che offre di più. Questo
che vediamo in Acqualatina, infatti, è appena un idrocapitalismo
truccato. Non assomiglia alle perfide multinazionali dell'acqua in
bottiglia, e nemmeno ai cinici disegni ultra-liberisti del Wto.
Piuttosto sembra il solito pasticcio all'italiana. Il socio
pubblico, anche se di maggioranza, non conta nulla. Serve, casomai,
a dare le opportune coperture politiche, a tenere buona l'opinione
pubblica quando serve e, soprattutto, a garantire che i fondi
pubblici confluiscano nelle casse delle Società di gestione. "Lascia
fare a me, a quello ci penso io", avrebbe scritto in una e-mail uno
degli indagati a Latina; e quello era proprio il rappresentante
dello Stato. Chi decide come spendere i soldi, come preparare le
gare d'appalto, chi invitare ad abbeverarsi è sempre il socio
privato. E si sa che, tra un tubo che perde e un depuratore che si
ottura, c'è sempre un'emergenza su cui giocare, un'istituzione
arrugginita da oliare. Nel Paese degli assetati c'è sempre qualcuno
a cui darla a bere.
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