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Una sera a Boston.
Alla scoperta dei
gaetani d'America
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
14 ottobre 2008
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"Per tre mesi d'inverno qui
è pieno di neve, dunque è difficile uscire di casa, e poi sai che molti di
noi qui hanno ormai una certa età, l'età dei nostri padri e madri che hanno
patito tanto, e insomma you know, d'inverno di meetìng non ne facciamo" mi
dice il figlio che presiede l'associazione dei Santi o, come dicono qui, la
società. Non fa in tempo a finire la frase che già al padre vengono in mente
altri inverni, i primi durissimi inverni da emigrante, "negli anni Cinquanta
stavo in Canada, lavoravo col ferro, e d'inverno stavamo all'aperto, con la
neve, col ghiaccio, coi gradi sottozero, ricordo ancora come facevano male
le orecchie congelate, non sentirsi più nemmeno la faccia, dimenticarsi
tutto, non ricordarsi più nemmeno gliu mare".
Mi affaccio in una stanza su Porter Street, a Cambridge, affollata di statue
di santi, sedie di plastica, pizze fredde, genitori nostalgici, figli
volenterosi, nipoti distratti, addobbi sgargianti, voci concitate. Da dentro
mi sento chiamare come se mi trovassi in un vicolo del borgo di via
Indipendenza. I gaetani dei dintorni di Boston, stato del Massachusetts,
come tutti gli italiani sparsi da decenni per le mille Americhe di questo
mondo, si specchiano in un'Italia che esiste solo nel loro cuore.
Si ricordano di nonni e di prozii, di comari e di compari, come in un film
rivisto mille volte, e mi abbracciano appena sentono che vengo da Gaeta, e
mi illustrano rapporti di parentela che io stesso ignoravo, mi fanno vedere
le foto dei loro nipotini, e si presentano coi loro nomi, le Marie diventate
Mary, i Giovanni diventati John, le Annunziate diventate Nancy, i Giuseppe
diventati Joseph. E non mi chiedono cosa succede a Gaeta perché loro sanno
già tutto, e probabilmente lo sanno meglio di me, lo leggono tutti i giorni
attraverso internet, "ogni due giorni chiamo mia nipote al telefono e sono
io che le do le notizie cittadine, le dico degli incidenti stradali, delle
polemiche del sindaco, lei mica le sa".
Qualcuno ha fatto fortuna, qualcuno no, alcuni di loro sono preoccupati
della crisi economica che avanza, qualcun'altro si ricorda di quella volta
che in una banca italiana rispose a un cassiere impertinente: "Voi qui avete
i milioni di lire, ma tieni a mente vuaglio' che io i milioni li tengo di
dollari". Tutti vogliono tornare in Italia, col loro vecchio inutile ma bel
passaporto, ma quasi tutti appena arrivano vedono un paese spento e snervato
e subito hanno voglia di tornarsene in America: "No, io l'Italia così com'è
nun la posso sopportare, mica per niente me ne annai, l'Italia è paese buono
solo per i turisti dai retta a me".
È l'America qui fuori, un impero a cui gira la testa, con le sue energie, i
suoi sprechi e le sue dannazioni. Ma io sono in una cappella cattolica
ricavata forse da una vecchia casa, dove in un sabato sera d'autunno si
celebrano i santi Cosma e Damiano, patroni del vecchio borgo gaetano.
C'è una pianola
elettrica che suona "Mira il tuo popolo". Ci sono due statue di santi
ricoperte da colonne di dollari, un Gesù bambino cinto da una corona di
banconote da cinquanta. C'è una messa, in lingua inglese mischiata al
latino, e alla fine l'anziano prete (pure lui di origine italiana,
Sulmona per la precisione) che benedice tutti e urla a squarciagola:
"Evviva i Santi!", ricambiato dalla piccola platea di fedeli. E c'è
l'altare che nel giro di un minuto, tra un volteggiare di tovaglie e
cartoni di pizza e scatole di cocacola e birre, diventa una tavola
imbandita. E il musicista con la pianola (di origine italiana, of course,
siciliano precisamente, "Augusta, conosce? È anche il paese di
Fiorello") che lestamente converte il repertorio alle canzonette
nazionali, "dimmi quando you will come, tell me quando quando quando",
oppure quei piccoli trucchi da pianista consumato "quando canto per i
gaetani faccio delle piccole modifiche, sa com'è, Romagna Mia la faccio
diventare Gaeta Mia, così sono tutti più contenti".
Nella zona tra Boston, Cambridge, Sommerville, Medford e altre città
vicine sono centinaia i vecchi emigranti di origine gaetana, oggi coi
loro figli e nipoti cittadini statunitensi a tutti gli effetti. Solo
poche decine di essi fanno parte della società dei Santi. Quasi tutti
partecipano alla versione locale della processione dei santi Cosma e
Damiano ogni anno all'inizio di settembre, anticipata di un paio di
settimane rispetto all'originale gaetana, in un tripudio di devozione
popolare. La città di Sommerville è gemellata con quella di Gaeta, con
reciproche visite annuali. Il sindaco di Sommerville, Joseph Curtatone,
è un quarantenne di origine gaetana. Il sindaco di Gaeta, Anthony
Raimondi soprannominato "l'Americano", è un quarantenne di origine
italoamericana. Ho sentito qualche anziano gaetano d'America che non
mette piede da anni a Gaeta dire che questo Raimondi non gli piace, "è
troppo americano per i miei gusti". Tuttavia tra pochi giorni il
gemellaggio Gaeta - Sommerville porterà in viaggio dall'Italia agli Usa
non più la solita carovana di politici e notabili ma finalmente un po'
di giovani studenti delle scuole superiori, ospitati da famiglie i cui
figli ricambieranno poi la visita andando a scoprire l'Italia. Sarà
utile per loro non solo rivedere qualche pezzo d'Italia, ma soprattutto
scoprire tanti importanti pezzi d'America, non andare in giro a cercare
le somiglianze bensì ad imparare dalle differenze.
Ecco, guardo questi italoamericani con grande affetto ma nello stesso
modo con cui potrei guardare una mia carta di identità falsata,
inattendibile. Nelle loro strutture conviviali, per voglia di "nostos",
per nostalgia, sognano un ritorno ai tempi, alle tradizioni e alle
abitudini del come eravamo. Mangiano pizze d'antan, che noi non
mangiamo; riproducono e storpiano fonemi intraducibili; vestono come
vestivano i nostri nonni contadini nei giorni di festa; il loro lavoro
non è job ma "a giobba", il loro negozio non è store ma "u storu".
Eppure qui a Boston, come nelle aule d'eccellenza del Mit o di Harvard,
come in tanti altri posti del mondo, è pieno di italiani all'estero,
quelli che se ne sono andati e quelli che ancora se ne vanno, via dal
paese che atrofizza i semi del talento prima di farli maturare, quegli
italiani a cui è sufficiente motivo d'orgoglio essere italiani, anche
senza indossare divise, livree nazionali e folkloristiche.
Intervistato dal New Yorker nel 1953 un altro emigrato di grande
successo, il belga Georges Simenon, così spiegò la propria emigrazione e
tutte le emigrazioni: "Sono nato nel buio, sotto la pioggia, e me ne
sono andato. I crimini che racconto sono i crimini che avrei commesso se
non me ne fossi andato. Sono uno di quelli che hanno avuto fortuna.
Cos'altro si può dire di quelli che hanno avuto fortuna se non che se ne
sono andati?".
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Una sera coi gaetani d'America e i santi Cosma e Damiano
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