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Elezioni provinciali 2004. Cosa c'è da capire nella vittoria della nuova destra.

 

 

Luca Di Ciaccio

telefree.it,

16 giugno 2004

 

 

I risultati delle elezioni sono arrivati con lentezza e nervosismo, ma nel giro di un giorno ci hanno costretto a mettere al passato molte delle nostre convinzioni, ipotesi, costruzioni mentali. Se si vuole essere onesti e se si crede nella democrazia, i risultati di un voto ci dicono qualcosa che non serve liquidare subito nelle formule del chi vince/chi perde, intercettano investimenti e voglie e problemi del Paese che vanno capiti.

 

Nella provincia di Latina, erano in molti a non aver capito, e lo si è visto nella sorpresa euforica della destra come nella sorpresa sconsolata della sinistra. La caduta di Berlusconi e l’Ulivo primo partito qui non esistono. La Cdl vince al primo turno solo in 3 province su 63, Latina è una di queste. Dunque, l’Italia azzurra che volta le spalle a Berlusconi (meno quattro milioni di voti rispetto al 2001) non abita qui.

 

Il sociologo Ilvo Diamanti, analizzando il voto, chiama in causa «la vulnerabilità di Forza Italia, che è sempre stato un partito contenitore, capace di aggregare soprattutto al Sud l'area ex Psi e ex Dc», ma ormai è evidente che bisogna fare i conti con una realtà diversa. In pochissimi anni la destra locale ha infatti costruito il bastone del comando più concentrato e diffuso che la storia politica del posto abbia mai conosciuto. La nuova destra rappresenta un cambio di generazione, tutti personaggi entrati in campo dopo la tempesta del 1993, un vero mutamento “antropologico” che la vittoria dell’asse Cusani – Fazzone ha definitivamente imposto, spazzando via le nostalgie dei neocentristi e i vecchi identitarismi di An. La nuova destra che ha conquistato Latina ha il cuore a Fondi (produttiva patria del presidente del consiglio regionale Fazzone), le mani su Gaeta (dove c’è il fidato Capitano Magliozzi, però situato ai piani bassi della cosiddetta “filiera” decisionale) e i contatti giusti con la Roma governativa. È un establishment fuori dalle ideologie, imprenditoriale e maneggione. Non è politica di massa e di tessere, piuttosto una corporazione organizzata ma in grado di produrre voti e consensi. Ben saldata ai suoi posti di comando (nonostante le crisi). Fazzone ha scommesso tutto sulla candidatura Cusani, contro gli alleati locali, con l’ostilità dei vertici nazionali. E ha vinto. La nuova destra rampante ha l’egemonia della zona.

 

I risultati: Cusani 58%, Bartolomeo 36%, con il flop della Mussolini all’estrema destra (4%). In gioco c’erano sicuramente due prospettive diverse per il futuro. Ora si farà probabilmente il Corridoio tirrenico, ci sarà un piano dei rifiuti con il termovalorizzatore, proseguirà la linea di privatizzazione dei servizi cominciata con Acqualatina, forse sarà più facile anche ritrovarsi il discusso allevamento di tonni nelle acque del golfo di Gaeta.

 

La sonora sconfitta di Bartolomeo è anche la sconfitta del “laboratorio Latina”, della speranza di un progetto alternativo del territorio, di una governabilità riformista. Forse anche la sconfitta di una strategia che ha dato più amplificazione alle critiche “in negativo” che alle proposte “in positivo”. Ma la vittoria della destra non può ora essere liquidata come fosse frutto di una naturale inclinazione della zona o di un colossale inganno. Insomma, il berlusconismo pontino (a differenza forse di quello governativo-televisivo) non è solo fumo, ma anche arrosto.

 

Per capire i risultati di queste elezioni è necessario riflettere sulla brutta campagna elettorale che le ha precedute. Una campagna al tempo stesso fiacca e violenta. Da una parte la manipolazione mediatica e le tecniche sofisticate concentrate in poche mani, usate con spregiudicata determinazione per incidere sulle opinioni pubbliche e sugli immaginari della “gente”. Dall’altra parte il ritorno di mezzi arcaici eppure ancora efficaci: emblematico il caso di Forza Italia a Napoli col voto di scambio a base di pacchi di pasta e viaggi al santuario di Padre Pio, per non parlare delle vera compravendita di voti al prezzo di trenta euro denunciata dal sindaco Jervolino. Le globali tecniche di persuasione e i localissimi maneggi si sono allegramente uniti nel “caos creativo” di queste elezioni: dallo scandalo degli sms della presidenza del consiglio alle vicende di Napoli, fino all’occupazione televisiva del premier e al suo comizio fuorilegge al seggio.

 

Il comizio feroce del sindaco di Gaeta Magliozzi, che risollevava campanilismi anti-formiani per raccattare voti, è stato – nel nostro contesto – un ulteriore segnale di degrado civico e politico. Può darsi che il ricorso agli insulti e ai bassi istinti abbia attecchito presso una fetta di elettori, come accade sempre in politica (e sicché bisognava arrivare all’estinzione di Bossi per vedere addirittura il “leghismo” in salsa gaetana). Però la destra che vince pur essendo litigiosa, persino nelle città come Gaeta dove ha maggioranze a pezzi, non è solo il risultato dei trucchi televisivi e delle clientele, dei comizi violenti, delle cene e delle lobby ai confini del lecito. La nuova destra è una realtà che mette radici sul territorio e nei posti-chiave. Che riesce a lavorare con abilità tra la gente, a penetrare tra le fasce deboli della popolazione.

 

Una sinistra locale che voglia ripartire da questa sconfitta, senza scegliere la via della rassegnazione e senza continuare a sperare nelle divisioni degli avversari, deve fare i conti con questa realtà. Dovrà superare i personalismi, le sensazioni di dejà vu, i personaggi bolliti, attrarre nuove forze e nuove energie. Dovrà sostenere le sue idee, di sinistra, col dialogo e con l’umiltà politica, convincendo della loro bontà anche cittadini (non sempre ignoranti, non sempre “comprati”) che invece avevano creduto di essere meglio rappresentati dalla destra. Magari seguire l’esempio di una roccaforte di destra come Bari e del candidato del centrosinistra Emiliano, un magistrato duro e stimato, che senza alcuna concessione politica al moderatismo o al populismo è riuscito, con un ininterrotto dialogo durato sei mesi, a comunicare con enormi fette di popolazione che mai avevano votato Pci o, men che meno, Ds. E così vincendo le elezioni.

 

Oggi la politica svelta della nuova destra è riuscita ad attrarre come una calamita il grosso di questo corpo inerte e in decadenza che è la provincia di Latina. Molti cambiamenti e molte opere non sono rinviabili, e sicuramente ci saranno. Ma stiano attenti gli altri, fuori e dentro il Palazzo, a vigilare e sorvegliare.