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Il caso Fondi
e le nuove paludi pontine della mafia
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
17 maggio 2009
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Un fantasma si aggira nella provincia di
Latina, e non viene dalle vecchie paludi bonificate. Arriva dritto dai nuovi
padroni delle terre di confine, si muove in punta di piedi e con le tasche piene
di soldi. “La mafia”, dice qualcuno. Ma non si sa se l’ha vista davvero. In
questa ridente plaga tirrenica non ci sono morti ammazzati, non ci sono rapine
per strada, sono poco frequenti i borseggi, latita pure lo sfruttamento della
prostituzione. Sono poche le vetture bruciate, oppure i negozi che saltano per
aria, se succede si tratta sicuramente di un incidente di percorso. E dunque
nelle piazze tagliate in obliquo dal sole, a metà strada tra Roma e Napoli,
sotto i castelli baronali oppure tra i colonnati littori, sui lungomare che
guardano a sud o all’ombra dei capannoni agricoli, sono in molti a sollevare il
lenzuolo e subito ritrarsene con un’appena percepibile smorfia di disgusto.
“La malavita qui...e da quando?” si
chiedono quelli dall’aria sorpresa. “Siamo in mano alla camorra…” ribattono i
rassegnati. “E’ una diffamazione, qui non siamo a Napoli!” chiosano i più
risentiti.
Eppure le indagini sulle
infiltrazioni malavitose nel sudpontino si susseguono, inanellandosi una
appresso all’altra, come una catena che si allunga, da sud verso nord. A fare
due conti si scopre che sono 50 i comuni laziali indiziati di presunte attività
mafiose, e decine in provincia di Latina sono le strutture confiscate alla
malavita organizzata. Un cerchio adesso si stringe
attorno a Fondi, paese famoso per quel mercato ortofrutticolo che è fra i più
grandi d’Europa, dove se chiedi in giro molti ti rispondono che “qui tutti sono
amici”, ma poi qualcuno ha cominciato a dire sottovoce che in realtà “quelli lì
si sono presi tutto, hanno messo le mani anche sul Comune”. Il ministro
dell’Interno Maroni lo ha appena proclamato chiaro e tondo, seduto sui banchi
del governo nell’aula di Montecitorio: “Sono convinto che il consiglio comunale
di Fondi debba essere sciolto per infiltrazioni della malavita organizzata”.
Parole come pietre. Bisognerebbe mettersi a girare per la Pontina e andare a
vedere i protagonisti di questa storia, o anche solo immaginarseli. Basta solo
guardarsi attorno, certe volte.
“Qui tutto è a posto, il polverone neanche lo
vedo io”. Lo zio Vincenzo, seduto in poltrona, servito e riverito nella villa
sull’Appia, si fa raccontare le notizie sulla “sua” Fondi. A vederlo così sembra
un tranquillo pensionato come tanti. Certo, è ricco, è rispettato, e tutti gli
vogliono bene. Al cronista di Repubblica che lo andò a cercare appena uscito dal
carcere, qualche mese fa, ripetè inutilmente quella stessa cosa che ama sempre
dire: “Qui tutti sono amici”. Il suo nome per intero è Vincenzo Garruzzo, cugini
e consuoceri imparentati con i Bellocco e i Pesce di Rosarno, un'attività pulita
al mercato ortofrutticolo, i suoi “canazzi da catena” sguinzagliati per l'Agro
Pontino a riscuotere interessi al 120 per cento o a costringere alla svendita le
aziende delle sue vittime. Naturalmente ha buone “coperture” in Municipio, anche
la figlia Rosa era consulente del Comune, e un giro di denaro a strozzo che l’ha
fatto diventare un piccolo califfo del paese. Alla bisogna, quando qualcuno non
onora i patti, fa arrivare “due nipoti da giù”. Da giù: dalla Calabria. Proprio
dallo zio Vincenzo è iniziata la catena che ha portato cinque commissari
prefettizi a frugare negli uffici comunali.
L’ex assessore adesso se ne sta defilato. Quel
giorno in cui Riccardo izzi cominciò a parlare neanche immaginava le conseguenze
che avrebbe provocato, anche a quella stessa amministrazione di cui faceva
parte. Della sua stessa parte: di centrodestra. Una mattina di gennaio gli
bruciarono l’auto e lui, spaventato, prima corse dai carabinieri e poi dal
prefetto di Latina. Cominciò a raccontare. Raccontò che lo avevano eletto nel
2006 con i voti delle “famiglie”. Raccontò i favori che era costretto a fare, di
quella volta che dovette concedere la residenza alla moglie di uno del clan
Casalesi fino alle lottizzazioni decise per filo e per segno. Raccontò come il
sindaco di Forza Italia, Luigi Parisella, e molti assessori della giunta
venivano “condizionati”. Lo ascoltarono. Il sindaco gli tolse le deleghe, i
colleghi della sua maggioranza si ribellarono contro le “infamità” che gli aveva
sputato addosso. Un po’ di amici gli fecero sapere che stavolta aveva esagerato.
Gli investigatori gli dissero che si sarebbero dovuti muovere con prudenza, lui
però avrebbe fatto meglio a farsi vedere poco in giro. Pareva un pozzo nero quel
Municipio. A Fondi intanto, continuano a susseguirsi molti attentati di origine
dolosa contro imprenditori locali – quattro solo nell’ultimo mese – tanto da
convincere il questore di Latina a mandare una piccola task force in appoggio al
commissariato locale, divenuto di frontiera.
Il senatore invece deve farsi vedere. Siamo pure,
tanto per cambiare, sotto elezioni. Eccolo che arriva per inaugurare un altro
comitato elettorale. La sua faccia giovane, senza dubbio promettente, stavolta è
scura, tirata come non mai. Claudio Fazzone, onorevole del Pdl, membro della
giunta per le autorizzazioni, un passato da presidente del consiglio regionale
del Lazio con Storace, in tasca il titolo di consigliere più votato d’Italia e,
prima ancora, una carriera abbastanza anonima in polizia, non ha preso bene le
parole del ministro. Sentire parlare così della sua città natale, Fondi, dove,
oltre alla villa e a qualche migliaio di voti, ha pure il cuore. Come se fosse
diventata l’ombelico del crimine, una dependance di Gomorra. No, questo è
troppo. Colpa del ministro leghista: anche lui deve essere una pedina nella
faida politica che agita le acque del centrodestra nel basso Lazio, con quel
Ciarrapico pure lui senatore del Pdl e la sua “Latina Oggi” che ci va sempre giù
pesante, con quei dissidenti che ora mettono anche i bastoni tra le ruote alle
prossime provinciali. Colpa del prefetto Frattasi: uno che vuole sempre mettere
il naso nelle carte, come ben sanno a Gaeta quando se lo ritrovarono
commissario, ora è lui quello da additare come artefice di una “montatura
mediatica”, di un “complotto politico”, manco fosse una Veronica qualsiasi che
chiede il divorzio. Nella carta stampata però non c’è solo il volubile Ciarra,
ma anche qualche amico su cui contare: per difendere “il buon nome” della
provincia, con paginoni velenosamente dedicati. “Adesso iniziamo a parlare noi,
come una bomba ad orologeria” ha commentato Fazzone giovedì, dopo aver sentito
il ministro spiegare alla Camera che il suo piccolo feudo politico va sciolto,
perché condizionato da camorra e ‘ndrangheta. Sentire un senatore dichiarare di
essere “come una bomba ad orologeria” fa una certa impressione. Si cerca di
immaginare quanto potente possa essere l’esplosione, quante vittime possa fare
e, soprattutto, cosa chieda il bombarolo per spegnere il timer.
Cinquecentosette pagine. Un faldone pesante, anche solo per spostarlo. Tuttavia
fa gola a molti. Opera della famigerata commissione “d’accesso” al Comune di
Fondi, nominata dal prefetto Frattasi: un funzionario della prefettura di
Messina, il viceprefetto vicario e il vicequestore di Latina, un tenente dei
carabinieri, un capitano della finanza. In 507 pagine hanno ricostruito le
contiguità, le assunzioni sospette, le speculazioni edilizie, gli scambi di
voti, il denaro dell’usura reinvestito in cantieri e in negozi. Al centro della
rete ci sono quei “calabresi” e molti amministratori. Il sindaco Parisella
all’inizio la voleva quella commissione che gli frugava in Municipio: “Vengano,
così faremo chiarezza”. Poi cambiò idea: “Questi ci hanno sputtanato”.
Addirittura provò a denunciarli al Tar, un precedente inedito in materia. Ma il
faldone ha girato: dalla prefettura fino al governo. Qualche ministro ha chiesto
di rivedere un’altra volta quelle carte, ritardando l’annunciato decreto di
scioglimento. Il faldone si è imparentato con altri faldoni, già arrivati nelle
aule giudiziarie: quello sulla “Circeo Connection” di zio Vincenzo e compari,
roba di usura associata a metodi mafiosi, oppure quello su certe lottizzazione
edilizie a Formia in odor di camorra, o ancora quello sui Mendico, clan
affiliato ai Casalesi, originario della zona tra Monte San Biagio e Minturno, un
pozzo senza fondo di omicidi di imprenditori, armi da guerra nascoste nei
casolari, estorsioni e, immancabile, tanta omertà. Tutta roba dell’Antimafia
però, giacché alla Procura di Latina è tutto abbastanza tranquillo. Un
dettaglio, questo, che qualcuno nota con sollievo e qualcuno nota con sospetto.
“Camorra, ‘ndrangheta, mafia… questa è la
nuova malaria pontina, altro che bonifica ce servirebbe” dice lo scrittore
operaio Antonio Pennacchi, fasciocomunista di Latina. A furia di andare su e giù
per la Pontina, a furia di rilassarsi al sole di Gaeta pensando che in fondo
queste cose non ci toccano, illudendosi di vivere in un’isola felice, oppure
soltanto sul bordo di una pentola ancora da scoperchiare, a furia di spulciare
cronache non sempre libere su giornali non sempre affidabili, sembra di vederne
fin troppi di fantasmi nelle terre pontine. Queste sono terre di villeggiatura,
qui i camorristi possono venire a fare le vacanze e nel frattempo fare qualche
affare, senza però essere disturbati troppo, come un turista danaroso e potente
che di fronte a una bella casa al mare non resiste alla tentazione di
comprarsela. Queste sono zone di confine, tra nord e sud, tra Roma e Napoli, una
specie di mensola geografica dove riporre le cose, come in uno
di quei ripostigli sotto casa che fa sempre comodo avere a disposizione. Ecco, i
fantasmi sono difficili da evocare: si ha paura che si materializzino, che
diventino realtà. Molti amministratori locali sembrano appena svegliati da un
lungo sonno, così lungo che non si sono capacitati di cosa è successo nel
frattempo. Anche loro, sindaci e assessori e santini elettorali buoni per ogni
occasione, avvertono degli spettri alle loro spalle. Gli osservatori più scafati
diranno che è sempre stato così: in queste lande le maglie del governo e della
legalità ognuno se le allarga a proprio piacimento, tanto da farci passare
quello che gli pare. Ma stavolta c’è di più. “La quinta mafia” la chiama
qualcuno. Come a dire: una nuove specie geneticamente modificata, quasi come
certe mele del mercato fondano. “Fondi – ha scritto il quotidiano Il Manifesto
l’alto ieri – è solo una piccola parte della pericolosissima partita che
si sta giocando nel sud del Lazio. In ballo c’è il controllo criminale della
regione, con un tesoro ricchissimo fatto di lavori pubblici, turismo,
agricoltura e edilizia. Ma è un gioco fondamentale, perché è l’esempio più
lampante di vicinanza tra la criminalità organizzata e la politica del
centrodestra che qui è padrona da epoca immemorabile”. Insomma
la mafiosità, da queste parti, dei fantasmi conserva solo il silenzio e la
discrezione. Per il resto esiste: eccome se esiste.
E allora si può provare a
cercarla la criminalità organizzata, magari girando per Minturno, Formia, Gaeta
e Fondi. Provateci anche voi. Girate, girate pure: non troverete niente. Qui la
mafia e la camorra tutto vogliono fuorché apparire.
E' una piccola grande guerra che si combatte a sud di Roma dove
dietro un’apparente calma e dentro una coltre di omertà - con accordi sottobanco
e silenzi comprati - è partito l'assalto. I Comuni mostrano difficoltà nel
controllare il loro territorio, quando addirittura non risultano coinvolti
nell’illecito: sarà perchè non hanno i
mezzi, o perché non lo sanno fare, o perché sono i primi a restare ipnotizzati
da quella montagna di danaro che si riversa entro i loro confini. Intanto le
radici si propagano e si intrecciano sempre più forti. Forse ci vorrebbe
qualcuno che le cerchi davvero queste radici, qualcuno che scavi fino a portarle
alla luce. E chissà che già dopo i primi colpi di vanga non gli si senta dire:
“La mafia è qui, la mafia è già qui”. |