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La litoranea di Ulisse nell'Italia del boom
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
18 febbraio 2008
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Le strade uniscono, collegano,
portano migrazioni e portano sventure, ricalcano antichi tracciati,
sperimentano nuove curve, si costruiscono, si distruggono, si
ricostruiscono ancora, sulle strade si fugge e ci si schianta, sono
linee che parlano di chi le ha disegnate, che fanno girare i motori e a
volte le balle, che legano uomini e storie. Poche cose come le strade
sopravvivono al tempo che passa. Spuntano facce tristi da italiani
allegri nelle immagini d’epoca di quando si usciva dalla miseria e dalla
guerra e allora si costruivano tracciati, si asfaltavano strade, si
inauguravano vie nuove. Noi per esempio abbiamo la Flacca, dalle nostre
parti. Trentasette chilometri costeggiando
Terracina, Fondi, Sperlonga, Gaeta, fino a Formia.
Costruita 2200 anni fa dal censore romano Valerio Flacco, ricostruita
dopo la guerra e inaugurata il 9 febbraio del 1958. Giusto cinquant’anni
fa.
La statale Flacca che corre
l’orizzonte si apriva agli occhi del carrettiere in canotta bianca, con
moglie e figli aggrappati al seguito, come un cinemascope in bianco e
nero, con la sua distesa d’asfalto in doppia corsia, e le indicazioni
scritte con la vernice per terra grandi così, quella strada nuova
prometteva uno sviluppo tanto ampio che il vecchio carretto si metteva
paura di sbandare, si capisce, in tutto quel traffico, e insieme a lui
tutto quel piccolo mondo antico di vendemmie, stracci, piatti di grano e
orticelli da zappare, e il carrettiere fondano, Salto di Fondi per la
precisione, per un attimo sembrava capire tutto questo futuro che si
metteva a correre veloce dinanzi a lui e alla sua povera famigliola,
tutto si lascia tutto si raddoppia, e un attimo prima di buttarcisi a
capofitto – che altro si poteva fare? – faceva in tempo a sentenziare,
dall’alto del suo carretto: “Era meglio prima, era meglio la strada
vecchia”. Sono fotogrammi di mezzo secolo fa. Rivisti nel vecchio
documentario di Ugo Gregoretti sulla “Litoranea di Ulisse”, tra una
celebrazione e l’altra. Il sud
pontino sembrava una meraviglia selvaggia sbattuta di fianco al mare. Ma
erano i tempo di un’Italia che si rimetteva in piedi, con parecchia
fatica e un po’ di ottimismo. Sfreccia un camper accanto al carretto,
dentro c’è una famiglia di burattinai. “Abbiamo fatto tutta la via
Emilia fino a un certo punto, adesso qui c’è la strada nuova”. Il padre
guida, la mamma prepara la pastasciutta in equilibrio sui fornelli,
cinque figlioli giocano coi pupazzi, i pupazzi di Marcellino pane e
vino. “Attento alla curva, eh”. Più in là c’è Sperlonga, “somiglia più a
un villaggio sardo che a un comune del basso Lazio” fa notare la voce
impeccabile di Gregoretti, “e persino le donne era difficile
fotografarle, sostenevano che una volta ritornate a casa i loro mariti
le avrebbero picchiate”.
Arrivano i primi
villeggianti d’estate, con la strada nuova. Una signora fa alzare i
propri figli dal letto a mezzanotte: arrivano i turisti che pagano,
servono letti da affittare. Gli archeologi scavano nella sabbia della
grotta di Tiberio, i lavori della nuova strada portano alla luce
migliaia di reperti, come per miracolo una testa di marmo ritrova il suo
corpo di statua. La Cassa del Mezzogiorno pagava, pagava, come un pozzo
senza fondo e spesso senza criterio. Pasqualino, contadino e assessore
sperlongano, alle prime luci dell’alba fa scendere una carrettata di
figli dall’albero, “Fernando, scendi a lavorare giù! Francesco, Gerardo,
Giuseppe, Salvatore, jamm’ scendete, a lavorare!”, la moglie gli serve
il caffè, “dai Pasqualì che si fa tardi”, anche lui è uno di quelli che
affittano la casa in paese ai villeggianti e si ritirano in campagna,
“ci danno cinquantamila lire al mese, eh!”. Pasqualino prende un bastone
e disegna, con un certo orgoglio, sulla sabbia la pianta della sua casa
di paese, “u’ corridoio, mittice u’ corridoio” gli suggerisce la moglie.
La strada prosegue, col vento in faccia su una Lancia Aurelia sarebbe
bellissimo, e fare le corna come Gassman nel “Sorpasso” che Dino Risi
girerà anche su queste strade. Finestre di luce nelle gallerie,
spalancate sulla distesa accecante del Tirreno. Più giù si intravede la
villa di Raf Vallone. “Sulle infrazioni di pericolo siamo inflessibili,
sulle altre cerchiamo di essere molto umani” sorride il vigile urbano.
“Prima per arrivare qui ci volevano tre ore di asino da Gaeta” si
rallegra un novello automobilista. A Sant’Agostino la fettuccia
d’asfalto ferisce irrimediabilmente le dune e la spiaggia.
Il professor
Nardone, agito dottore romano, si gode il panorama dalla torre di
guardia, che è roba sua, eredità degli antenati. Forse si vedono ancora
le lucciole. Un contadino, zappa in spalla, deve partire per l’Argentina
e vende i suoi mille metri di terra per tremila lire al metro quadro.
Altri sono “eccitati da future prospettive di guadagno, sperano di
costruire case e alberghi”, intanto mettono su qualche baracchino. Il
sindaco Corbo racconta di Gaeta “che entrò nel Regno d’Italia con un
senso di colpa” e s’intende che fatica ancora a levarselo. Attorno pare
tutto un cantiere: di case, di industrie, di villette, di stabilimenti
balneari. “Gaeta non esisteva – ricorda oggi il vecchio Corbo – era un
piccolo borgo di pescatori e contadini senza futuro”. La strada la
progettò l’ingegner Maresca, “feci fare dei rilievi aerei e Maresca
disegnò il tracciato della strada aggrappandolo alla città”. I ricordi
si incrociano ai destini. Su quella stessa strada da lui progettata
Maresca trovò la morte, poco tempo dopo. Ma c’era anche Luigiotto, il
pescatore della Piaja che accompagnava con la sua barca, via mare,
Maresca a fare i rilievi. E il geometra Adolfo, che poi
si fece missionario e se ne partì per il Bangladesh, dove
le strade sono fango. Erano tempi corsari. Il boom gaetano fu così
improvvido ed esplosivo che una sera di giugno del Sessanta il sindaco
Corbo, con un carico di dinamite, fece saltare in aria un bastione del
‘500 per costruirci un lungomare. I professori della Soprintendenza
erano a cena in un ristorante poco lontano, sentirono il botto enorme,
non credettero ai loro occhi. Costruire, costruire, costruire. La guerra
era finita, era tutto da rifare e non si andava tanto per il sottile.
“Comprammo Monte Orlando per poche lire, costruimmo le Poste, il
Nautico, la Maternità, la Raffineria...” continua il vecchio sindaco, e
molti annuiscono con gratitudine, perché dopo quello sviluppo forsennato
ci fu il vuoto, come un corpo stanco che si accascia appena dopo aver
preso la rincorsa. E che rincorsa.
Ma no, non l’abbiamo sognata questa
strada, bella e pericolosa come tante strade d’Italia, e continuiamo a
farla. Ancora oggi che corriamo tra gli autovelox famelici nei cespugli
della piana e i lucchetti di adoloscenti amorosi nelle ringhiere sopra
il mare. E per raggiungere Latina occorrono almeno 90
minuti, e a quei tempi con le auto di allora ne bastavano 50.
Ancora oggi quando costeggiamo le fabbriche chiuse e le lampare
affondate, troppo coinvolti nella sabbiosità di un popolo nervoso e
facile alla zuffa. Ancora oggi mentre sogniamo littorine su ferrovie
ormai mezze sepolte, lanciamo in aria visioni di navi che solchino il
mare come una strada, costruiamo rotatorie inspiegabili, ci innamoriamo
di eccezioni che non confermino le regole, di sindaci e calciatori. Ma
ogni volta quando si viene da Roma, che si è appena superata Sperlonga,
il mare si apre all'improvviso davanti agli occhi e ai fanali come un
grande cinemascope, tutto a colori stavolta. Allora non rimpiangiamo di
essere tornati nella nostra terra e di averlo fatto con quella strada.
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