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L'Americano Raimondi smarrito nella selva gaetana
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
18 novembre 2007
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Tirano strane arie nel Municipio appena
conquistato dal nuovo che avanza. È un vento caldo, che raggruma i
pensieri e le speranze, un vento come quello che ha fatto miseramente
crollare la bandiera municipale bianca e rossa dal pennone sulla cima
della torre municipale. Storta l'asta, lacerata la stoffa. Una manna per
tutti quelli che una volta essiccate le idee politiche preferiscono
andare a caccia di metafore. È il vento che sta cambiando? O forse era
solo stoffa di scadente qualità? In ogni caso, meno male che nessuno ci
passava sotto. E meno male che il sindaco, messo in crisi dal traffico
di Montesecco, non ci abbia parcheggiato sotto la sua automobile, prima
dell'istituzione dell'apposito parcheggio riservato.
Sono passati appena cinque mesi dalla sua folgorante vittoria,
dall'impresa della squadra di "giovani, civici e carini" che
conquistavano il palazzo comunale di Gaeta alla faccia della vecchie
nomenklature di destra e di sinistra, e già Anthony Raimondi sbuffa,
storce la bocca, aggrotta gli occhi, insegue consiglieri riottosi per i
corridoi. Governare è sempre un mestiere difficile, ma nei paesi
d'Italia può diventare un'impresa che sfida troppe logiche, e si capisce
che la cosa peggiore per uno che ha studiato Machiavelli è ritrovarsi a
sentirselo insegnare dall'avvocato Matarazzo. Tra i banchi
dell'opposizione di centrodestra sghignazzano: "L'Americano si illudeva
di aver conquistato Gaeta. Non aveva capito che il Vietnam per lui era
appena cominciato". Nei corridoi del Municipio gaetano i consiglieri
comunali e i tecnici col contratto in scadenza, o semplicemente con un
po' di fiato sul collo, confrontano le loro strategie, annusano le
altrui trappole. Qualche politico neofita si inebria alla ricerca del
suo quarto d'ora di popolarità. Il potere gaetano, nei decenni tra prima
e seconda repubblica, non ha mai sviluppato metodi scientifici di
predominio. Per capirci, non c'è mai stato nessun "uomo Forte", come nei
paesi limitrofi, a sistemare pedine nei posti-chiave, a delimitare
appartenenze e distribuire piaceri. I gaetani restano una tribù
sfilacciata, ognuno col suo orticello, che ritrova il senso di
appartenenza sempre nel lamentarsi e quasi mai nel mettersi in marcia.
Anche per questo un outsider come Raimondi è riuscito a diventare
sindaco: il sistema dei partiti tradizionali, casta o non casta, si è
fatto fare fesso senza neanche accorgersene, e un paio di slogan come "nun
ce la facimm' più" hanno velocemente conquistato l'anima profonda del
gaetano medio meglio di mille promesse da marinaio.
Questa politica divisa in fazioni oggi è lo specchio di una città di
mare in perenne contraddizione con se stessa. Una città, per dirne una,
che vuole costruire altre case ma quelle che già ha le tiene sfitte, che
si scaglia contro i "napoletani" ma poi si riempie le tasche con loro.
Una posto così non è facile da cambiare, da mutare nelle sue coscienze,
ci vuole tempo, non basta nemmeno, con tutta la buona volontà, un
Americano. Eppure Anthony l'Americano non si arrende. Dice che "stiamo
seminando tanto, ed entro la primavera vedrete fiorire i primi frutti".
Lo ha detto pure alle sua festa di compleanno, davanti a un paio di
centinaia di invitati paganti, nella sala di un grande hotel a
festeggiare le sue 43 candeline. Ma si è accorto anche lui che governare
una città non è come fare il Braveheart in campagna elettorale. Nemmeno
basta il Manuale del Buon Venditore quando si tratta di produrre
delibere e progettare piani urbanistici. A volte il sindaco sembra
inseguire le cose solo per il gusto di correre. Altre volte questa
amministrazione rischia di fare come quei vigili urbani che, con la
buona intenzione di far rispettare i limiti di velocità sul lungomare,
sono finiti parcheggiati in divieto di sosta sopra il marciapiede in
curva e sbeffeggiati sui blog. Bisogna stare attenti, insomma. "Questo
Comune è una selva popolata di bestie mitologiche, vecchie di anni,
sopravvissuti ai regimi e alle caste più svariate, pronte a usare mille
facce, altro che uno spoil system ci vorrebbe..." dice ridacchiando
un'anonima gola profonda del Municipio.
Poi in una grigia domenica d'inverno senza partite faccio zapping in tv.
Capito sul consiglio comunale trasmesso dalla telestreet. Saltello tra
l'assise pubblica gaetana e i soliti truci talk show della domenica
pomeriggio. Consiglieri e vallette, tronisti e assessori, amenità e
urla, Giletti e Raimondi. Tutto si confonde. A un certo punto non ci
trovo più differenze. E pensare che ci sarebbero progetti seri in ballo:
il recupero dell'ex vetreria, l'area Eni, il porto, i piani tanto attesi
per la costruzione di nuove case, il piano spiagge da rifare, e via
così. Eppure nei consigli comunali si parla dei posti auto del sindaco,
delle lettere degli emigranti di Sommerville, di come era vestito il
vicesindaco per giunta laico quando ha dovuto salutare il nuovo vescovo,
e di altre amenità. Molti si lamentavano che i consiglieri raimondiani
di maggioranza parlassero poco, come se l'assise comunale fosse una gara
di oratoria. Adesso qualcuno comincia a parlare "con la propria testa",
si mette in testa di fare la fronda, di crearsi la sua rendita di
posizione, e già si rimpiange il tempo in cui stava zitto. I banchi del
centrodestra, quelli da dove l'opposizione può esercitare il suo
controllo democratico, assomigliano agli ultimi banchi di una classe di
ripetenti di un istituto professionale. Matarazzo e Magliozzi si danno
di gomito e ci manca poco che facciano le pernacchie al presidente. E'
"sublime" - per usare un aggettivo scappato di bocca al Capitano -
vedere l'Avvocato dell'Udc farsi quasi come un Beppe Grillo anti-Casta
per via di quattro banali parcheggi comunali, proprio lui che nelle
stanze di quel Comune e nei suoi meandri legali ci sguazza da un
ventennio. Il pubblico, che ci volete fare, ogni tanto ride. Le
telecamere non si perdono un istante dello show. Non si sa se scomodare
la crisi della democrazia oppure il trionfo della Casta oppure il
revival della "razza caina" per questo triste spettacolo trash.
Evidentemente sono strani giorni, come cantava quello. Del bene e del
futuro della città, di cui appena pochi mesi fa, sotto elezioni, eran
piene le bocche e gli slogan, se ne trova sempre meno traccia. Gaeta è
"una città in preda a una crisi di nervi" come è stato scritto? Pare
proprio di si. Ed è vero, come ha scritto Lince su Telefree.it, che
questa amministrazione non lo chiede ma ha bisogno di aiuto. Attorno a
lei c'è il vuoto, di facce e di idee. Dopo di lei, probabilmente, il
baratro. Contro Raimondi si rivolta oggi quel vento demagogico che lui
stesso ha coccolato per aiutare il suo trionfo. Sarebbe bello se il
vento cambiasse. Perché la politica non è una bacchetta magica come
invece ci ha fatto credere il linguaggio malato da campagna elettorale
permanente degli ultimi quindici anni in Italia. Non siamo ancora in
grado di dire se il cavallo Raimondi - su cui pure abbiamo puntato - sia
un valido purosangue oppure soltanto un deludente ronzino. Sta di fatto
che contro di lui, per ora, si accaniscono soltanto le mosche.
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