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Raimondi, gli incontentabili e il declino dei
civici
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
20 giugno 2010
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Ad entrare nel Municipio di Gaeta dall’entrata di
servizio, quella dove generalmente si va incazzatissimi per contestare le multe
degli autovelox, o da cui strenui dipendenti comunali svicolano verso lunghe
pause caffè, sicuri di non incorrere in nessuno dei famigerati tornelli del
ministro Brunetta, quella da cui si entra per scampare allo sguardo da cerbero
degli uscieri o come fa l’assessore di fede borbonica Ciano per non vedere
sventolare l’odiato tricolore italiano, a passare da quell’entrata laterale e
osservarne il paesaggio circostante ci si accorge di molte cose e di una
soprattutto: che bisogna davvero essere pazzi a voler fare il sindaco di Gaeta.
Appena entrati ecco l’ufficio dei vigili urbani, dove campeggia in bella vista
una stanza mezza murata e mezza ridotta in calcinacci, il resto inglorioso di un
cantiere, con tanto di apposito sigillo che sancisce il blocco dei lavori in
quanto abusivi. Facile mettersi a tossire, se non per l’imbarazzo almeno per
l’acre odore di fumo di sigaretta che si diffonde nei pubblici corridoi, capace
che provenga direttamente dalle labbra di qualche vigile, se non proprio da
quelle del permaloso Comandante, da qualcuno soprannominato con una certa ironia
“lo Sceriffo” ed egli stesso proclamatosi, in un exploit di gradi e promozioni,
“Tenente Colonnello”.
Be’ si, senza bisogno di salire ai piani alti, si
capisce che bisogna essere proprio pazzi e incoscienti a mettersi a capo di una
baracca così, ad avere a che fare con un popolo di “incontentabili”, come da
definizione del sindaco in carica, Anthony Raimondi detto l’Americano, il quale
non passa giorno senza che lanci una lamentazione, un sospiro, un rimpianto per
l’ingrata carica in cui tre anni fa si andò trionfalmente a cacciare. Gli stessi
cittadini del paesone gaetano non sanno se andare orgogliosi oppure rammaricarsi
della loro scelta, che nel giugno 2007 consentì a un candidato sbucato fuori a
sorpresa, un “civico” senza partiti né di destra né di sinistra alle spalle, di
conquistare una città diffidente ma sempre pronta ad affidarsi al primo uomo
della provvidenza di passaggio. Di certo non ne trovo ormai uno, se si eccettua
parenti entro il terzo grado e amici stretti, che sia disposto a parlar bene del
sindaco Raimondi. Imprenditori, negozianti, vecchiette dei vicoli, baristi,
nudisti, comunisti, berlusconiani, pensionati, pescatori, sfaccendati, vigili
urbani con o senza sigaretta in bocca, pusher, diportisti, cassiere, ultras: non
uno che non si diverta a infamare l’Americano, più che critiche politiche si
tratta di vere e proprie invettive, manco fosse il ct della Nazionale.
Gli uomini della sua squadra hanno cominciato da
subito a scappare o guardarsi attorno, lui stesso la squadra l’ha scelta senza
avere tempo né esperienza, senza valutare se i convocati
fossero giocatori capaci, con la testa sulle spalle, o semplicemente leali.
Più che un allenatore sembrava un ragazzino quando
vuole organizzare una partita di pallone: “Vuoi giocare? Vieni con me!”; “E tu
vuoi giocare? Vieni anche tu…”. Forse era davvero convinto che per portare
avanti un’istituzione come un Comune bastasse il carisma del numero uno, lo
stesso con cui regalava rose rosse ai comizi. Il fatto, mi rendo conto, è che
anche a me è piaciuto crederlo. Il fatto è che la lista civica, a Gaeta come
altrove, risolve un sacco di problemi, almeno in principio. Io stesso mi sono
accorto, quella volta, che votare una lista civica può essere una soluzione
valida, a volte l’unica, obbligata, a meno che non ci si voglia astenere. E se
si guarda in giro nei comuni italiani succede sempre più spesso (per restare
nella nostra provincia, ricordate Aprilia?). In molti posti legare una
candidatura ufficialmente a un partito è un fattore che penalizza. I partiti
sempre più scredidati, localmente, uno alla volta, spariscono a beneficio delle
liste civiche, che non impegnano ideologicamente, sanno di trasversalità,
offrono comunque la possibilità di votare, danno percezione di maggior libertà
decisionale quanto non di emancipazione dal sistema marcio e corrotto.
Quella dei civici in salsa gaetana fu una campagna
elettorale aggressiva e ammaliante, con gli slogan a effetto tipo “Basta
mangiare da soli!”, “Non abbocchiamo più!”, il candidato sindaco che sul palco
dell’ultimo comizio si dipinge gli occhi come Braveheart, i dvd con le promesse
tridimensionali. E chi se la scorda? Nessuno. Infatti è facile passare
dall’essere oggetto di osanna popolari al ritrovarsi capro espiatorio di tutti i
mali di un luogo. È il rischio che corrono coloro che amano
lasciarsi dipingere come i salvatori della patria o come gli artefici di una
qualsivoglia rivoluzione popolare. Rischio che aumenta se si è gravati da pesi
come l’inesperienza personale o la presunzione politica o l’inadeguatezza della
squadra. E che finisce per far passare in secondo piano anche le cose buone
fatte. Non che mancasse qualche campanello d’allarme. Una certa vaghezza del
vincitore, la presenza in squadra di parenti stretti, una certa propensione a
candidarsi in altre elezioni a mo’ di trampolino di lancio. Da una parte quando
arriva il salvatore della patria (o perlomeno quello del paese) puoi mica stare
a badare al capello?
Pure la lista civica, certamente, è fatta di
persone stimabili ed emeriti stronzi, proprio come le liste dei partiti, e
sarebbe facile trovare la spiegazione di questo fenomeno nel paradosso per cui
spesso le liste civiche sono formate anche da persone che vengono dritte dritte
dagli aborriti partiti oppure sono prontissime ad entrarci nel giro di poco. È
probabile che i civici, più di tutti, siano ossessionati dal verbo “fare”:
l’importante è “fare”, non importa cosa e come, pur di fornire un’impressione di
efficienza, l’immagine di un governo alacre, che non sta con le mani in mano.
Fare senza pensare però spesso provoca conseguenze negative. Tra l’altro, e qui
l’ipotesi si fa stringente, può capitare che dopo un po’ di tempo la lista
civica si metta ad amministrare come se non peggio di una classica lista di
partito, e a quel punto inevitabilmente bisognerà inventarsi qualcos’altro. La
lista carsica, la lista fisica, la lista chimica, va a sapere, sempre in nome
del bene della collettività e contro il sistema marcio e corrotto. Come ha
scritto una volta Lince su Telefree.it: “Non è detto che un
ottimo albergatore possa diventare un discreto assessore al turismo né che un
asfaltatore possa ricoprire con adeguatezza il ruolo di assessore alla
viabilità. Entrambi però potrebbero diventarlo se riuscissero a coniugare le
loro competenze con la visione politica”.
Raimondi, il nuovo che avanzava, l’altro ieri nel
suo studio al Comune mi guardava spavaldo e mi spiegava: “E magari potrò cadere
domani, o tra due mesi o tra un anno. E magari mi ricandiderò e quegli altri, a
destra e a sinistra, sono ancora così stupidi e così divisi che potrei pure
batterli di nuovo. E magari invece no, non mi ricandido, perché questo ritmo di
vita non lo reggo più. Comunque sia una lezione l’ho imparata: non sono riuscito
a fare in tre anni quello che pensavo di fare in uno”. Era ed è rimasto un uomo
solo, come se il suo ruolo non fosse stato riconosciuto. Sarà per questo che i
gaetani si sentono come quei tifosi vittime dei celebri “bidoni” del
calciomercato, pensavano di aver messo in attacco un Ronaldo e si ritrovano un
Caraballo. Il nostro Caraballo ha fatto buoni passaggi, ci assicura che non usa
doping come certi suoi predecessori, ma tutti quei gol spettacolari che ci aveva
promesso ancora non si vedono.
Eravamo tutti pieni di belle speranze, anche io
che feci il gesto di candidarmi per finta (e venni pure creduto, per dire come
stavamo messi). Risuonava nelle orecchie il refrain di quella parola magica,
sempre spesa in politica: il territorio. Lo ripetono tutti: bisogna andare sul
territorio, calarsi addirittura, valorizzarlo. Dove per territorio si intende la
politica locale. Si dice che la chiave per il rinnovamento della politica
nazionale, logorata da anni di immobilismo, sia nella politica locale e nei suoi
giacimenti inesplorati di giovani talenti. Si pensa che la cura per il
malcostume politico sia nella carica morale dei tanti che sul territorio si
dedicano con passione alla militanza e alla buona amministrazione. Può darsi,
continuo a sperarlo. Eppure talvolta il peggio viene proprio dalla politica
locale, come ha scritto recentemente Andrea Romano sul Sole 24 Ore “al riparo
dagli sguardi dei media nazionali e fuori dal raggio d’azione di partiti sempre
più deboli si producono episodi di familismo e trasformismo che raccontano più
di un intero saggio di politologia”.
E allora. Se delude il “civismo”, se il "nuovo" fa
cilecca, se non funziona
nemmeno il “territorio”, se pure Raimondi se ne vuole tornare in Africa come
Celestino? L’unico rimedio è non perdere mai il senso delle
proporzioni né la memoria di quello che è stato. Il mio paesone gaetano, e non è
solo, dimentica in fretta. L’elezione di un outsider come Raimondi è la
conseguenza di tre lustri e più di cattiva amministrazione cittadina, di
amministratori che uscivano di banca con le mazzette in tasca, di favori
elargiti a parenti, figli e amanti sotto forma di farlocchi progetti
sociali, di inchieste della Corte dei Conti, di cittadini allegramente
conniventi in nome del loro orticello di interessi. Bravheart, quello vero mica
quello pittato in faccia, si sarebbe incazzato per molto meno. In un paese
normale non ci sarebbe bisogno di illusioni territoriali, verginità civiche,
outsider assortiti. Però qui stiamo. Come diceva quello (né Veltroni né Obama):
“È un peccato non fare niente col pretesto che non possiamo fare tutto”. Oggi ad
entrare nella città di Gaeta, dall’entrata principale, quella del lungomare
della Piaja venendo da sud, ci si accorge di molte cose e di una soprattutto:
quell’enorme antennone scuro, gigantesco, osceno. Non ci sarebbe bisogno di
essere né di destra né di sinistra né civici, né padani né borbonici, né lettori
delle inchieste sui soldi delle aziende di telefonia cellulare finiti nelle
tasche di un assessore né disinformati difensori dello status quo, per valutare
se una cosa è oggettivamente oscena e magari intervenire in
qualche modo. Ecco, io ogni volta che arrivo a Gaeta vedo quell’antenna male
camuffata e ben remunerata, affettuosamente chiamata dagli abitanti del
posto “il cetriolone”, e non posso fare a meno di ricordarmi dell’antico detto
contadino per cui gira e gira il cetriolo si sa dove va sempre a finire.
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