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La rotonda democratica di Formia e le elezioni
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
25 marzo 2008
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Nel Paese dove
impazzano le tavole rotonde e dove tutto tende alla sfericità, dai
paraurti delle veline al girovita dei politici, era fatale che anche le
strade finissero per assumere una forma consona allo smussato dna
nazionale. Ovunque si volga lo sguardo è un fiorire incontrollato di
rotatorie. Sulle vie nostrane, quelle del sudpontino, la palma della più
travagliata e quasi surreale se l'è conquistata l'ormai famosa "rotonda
dei Carabinieri" di Formia. Situata all'incrocio tra la statale
proveniente da Gaeta, la via Appia in direzione Napoli e la superstrada
per Cassino, affacciata sul bel mare del Golfo, dove prima vi era un
intrico di incroci regolato da semafori, giusto accanto alla caserma dei
Carabinieri. Dato che in Italia, come diceva Prezzolini, nulla è più
stabile del provvisorio i lavori sono stati lunghissimi, mesi, stagioni,
forse anni: ogni giorno spuntava una striscia gialla nuova, una freccia
inedita o un cartello mai visto, un cordolo che la sera prima non c'era
e che forse la mattina dopo non ci sarebbe stato più, la scena era
diversa ogni giorno come la tela misteriosa di un artista che si
divertisse a modificarla di continuo per celare la sua genialità.
Qualcuno suggerì agli amministratori del Comune di fornire ai numerosi
automobilisti di passaggio un apposito manualetto di istruzioni,
affinché chi la imbocchi possa uscirne intero e senza ammaccature. Ora
finalmente la "rotonda dei Carabinieri" pare terminata. Si dice che i
militari della confinante stazione l'abbiano ribattezzata "duodeno":
nessuno era mai riuscito a riprodurre qualcosa che assomigliasse così
bene a un contorto tubo digerente. E giacché siamo sotto elezioni
comunali non manca qualche politico d'opposizione disposto a sfoderarla
come micidiale arma politica: "ma insomma, come si può votare
un'amministrazione comunale capace di aver creato una rotonda del
genere?".
Elezioni a parte, assetati di simboli e spiegazioni
come siamo, la mania delle rotonde che si diffonde in Italia qualcosa
vorrà pur significare. Solo il mare si salva da questo delirio
cantieristico: lì la rotonda non attacca, con buona pace di Fred
Bongusto e della sua canzone. Ma sulla terraferma ormai sembra di stare
a Topolinia: cordoli, paletti di plastica gialla, dossi artificiali,
zebrature bianche quadrate e rettangolari, passaggi pedonali di porfido,
corsie ciclabili color rosso mattone, catarifrangenti inchiodati sulla
carreggiata, profusione di segnaletica orizzontale e verticale. Non
mancano casi assurdi in cui certi talebani del traffico consigliano - e
a volte pure realizzano, coi nostri soldi - "false rotonde, cioè
rotatorie con precedenza all'anello poste su assi viari rettilinei e
continui", in considerazione del fatto che "qualsiasi automobilista,
anche il più ben intenzionato, raggiunge involontariamente velocità
elevate". Il suddetto intervento "ha l'effetto di spezzare la continuità
della strada costringendo i veicoli a rallentare". Tanto vale allora
tornare alle vecchie strade sterrate per i muli contadini di una volta.
Nella stessa rotatoria formiana, a un certo punto,
sbucò fuori un paradossale e funzionante semaforo, con sommo
straniamento dei passanti che giustamente si chiesero: ma allora che
l'abbiamo fatta a fare 'sta dannata rotonda? D'altronde è pur vero che
l'Italia oltre a essere il paese delle sfere smussate è pure il paese
degli ossimori - le famose "convergenze parallele", no? - e dunque tutto
torna.
Il primo rond-point fu realizzato dall'architetto
Eugène Hénard in place de l'Etoile, a Parigi, nel 1906, attorno all'Arco
di Trionfo, e da lì si dipartono come una stella dodici grandi avenues.
In Gran Bretagna il primo roundabout è stato costruito nel 1924, fino ad
arrivare al capolavoro assoluto del genere: la Magic Roundabout di
Swindon, costruita trent'anni orsono. Un'immensa isola rotazionale che
comprende al suo interno cinque rotatorie più piccole, un'opera che i
sindaci delle nostre parti a malapena si sognano di notte. Recentemente
l'autorevole settimanale Economist si lamentava di come la mania delle
rotonde abbia preso piede pure in America. Gli svizzeri sono arrivati
perfino a stabilire che il diametro ottimale delle rotonde è di 28
metri: avranno le loro buone ragioni. Tuttavia sono gli stessi svizzeri
a far presente che le realizzazione delle rotatorie "non sempre è
possibile e sensata". Ci sarà un motivo, no? In Italia spesso no.
Nel Bel Paese il primo comune ad adottare la rotatoria
fu Lecco, nel 1989. Ma il boom iniziò tra il 1995 e il 2000, e oggi le
rotatorie sono ormai migliaia. "L'influenza rotoria è un'epidemia
peggiore di quella aviaria" ironizzò tempo fa il giornalista Stefano
Lorenzetto su Quattroruote, "il contagio è veicolato da una particolare
razza di galletti, chiamati sindaci, e può avere effetti letali". Certo,
i vantaggi derivanti da questo metodo di regolazione del traffico ci
sono, e sono incontestabili. Uno studio americano del 2001 ha
documentato che nelle rotatorie avviene un 80% di incidenti in meno
rispetto ai tradizionali incroci coi semafori. A detta di altri studi,
diminuiscono anche i tempi di attesa: una decina di secondi contro i
40-60 di un semaforo. E di conseguenza si riducono anche i consumi di
benzina e le emissioni di anidride carbonica, fino al 75% in meno di
sostanze inquinanti. Certamente le rotonde costano: da 30mila a 70mila
euro tra i 15 e i 20 metri di diametro, da 150mila a 250mila euro tra i
26 e i 32 metri di diametro. A quanto pare finora in Italia sono stati
investiti ben 500 milioni di euro per le rotatorie. Sulla riviera
romagnola, Cattolica va fiera di essere la prima città italiana senza
semafori e con la bellezza di 25 rotonde, enormi, grandi, piccole e
anche virtuali, come quelle solo disegnate sull'asfalto dove c'era un
incrocio. Inoltre, seguendo un progetto coerente, si sono allargati i
marciapiedi, rialzati gli attraversamenti pedonali, abbassati i limiti
di velocità. Gli abitanti all'inizio erano perplessi ma ora gli
incidenti sono diminuiti e tutti sono contenti. Dice il sindaco di
Cattolica che "il semaforo è il simbolo del traffico arrogante, con la
rotonda il traffico diventa democratico".
In effetti, volendo buttarla in politica, l'ideologia
delle rotonde è alquanto incerta e persino a doppio taglio, manco
parlassimo del novello Partito Democratico. Secondo l'architetto Stefano
Boeri le rotonde si atteggiano a democratiche ma in realtà sono
neoliberiste. "A pagarne le conseguenze sono gli utenti più deboli delle
strade: i pedoni e i ciclisti. Sono funzionali alle auto e basta. Se la
immagina una mamma che porta a passeggio i bambini al centro di una
rotatoria?". Il sociologo Ilvo Diamanti vede nelle rotonde il simbolo
dell'infinita periferia italiana, della solitudine delle province, in
particolare quelle del Nord, di certi territori anonimi e indistinti,
dove le persone si chiudono dentro casa, senza parlare, a volte
esplodendo in feroci delitti. E certamente tocca pure fare i conti con i
numeri: nel nostro paese il tasso di automobili è il più alto d'Europa,
quasi 6 ogni 10 abitanti. Il comico Beppe Grillo, prima di accanirsi
sulle nefandezze della casta politica, se la prendeva assai volentieri
con le rotonde: "se il sindaco si accorge che un cane è un incrocio lo
trasforma in una rotonda!" urlò una volta a Treviso. Bisogna dire che
sistemare le città e le infrastrutture è cosa lunga e costosa, ma almeno
denota una buona volontà in chi amministra. Sempre meglio che
nascondersi dietro l'alibi che i soli responsabili degli incidenti sono
gli individui, e così credere di mettersi la coscienza a posto con un
po' di repressione, magari piazzando una decina di autovelox per
rimpinguare le casse del Comune.
Piaccia o no, la mania delle
rotatorie - pure giù nella Formia dei Bartolomeo e dei Forte, incatenata
all'eterno duello dei suoi mostri sacri - assomiglia un po' alla
politica e al governo del nostro paese. L'effetto è lo stesso: giri,
giri, giri, ma poi ti ritrovi sempre al punto di partenza. Magari
roteando come un mestierante attorno a una poltrona, senza riuscire a
fermarsi, saltando da un cavallo all'altro con molto calcolo e poco
travaglio. E spesso non importa della discrepanza tra l'ambizione dei
progetti e l'esiguità delle risorse disponibili. Giri, giri, e non
capisci più nemmeno dove sta la destra e dove sta la sinistra. Lo
conosciamo il ritornello: giro giro tondo, casca il mondo. Occhio,
ragazzi: qui finiamo tutti giù per terra.
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