La pozione magica di Gaeta è
racchiusa in una tiella. Secondo le leggende delle nonna, un tempo quando ci
si fidanzava "in casa", la ragazza usava preparare al suo ragazzo una tiella
di polpi. Un modo per prenderlo per la gola ed incatenarlo a sé per sempre.
Perché la tiella non è solo un piatto locale, è un legame, un valore
ancestrale, e in mezzo a quei due sottili strati di pasta racchiude la
storia di questa terra. Così doveva essere inevitabile che prima o poi anche
la tiella, la nostra amata tiella, si ritrovasse suo malgrado come
ingrediente di qualche rito wodoo dei politicanti nostrani, come ora che la
bella "Festa della Tiella" diventa oggetto di contesa tra maggioranza e
opposizione, tra sindaci e avvocati.
Nonostante tutto la tiella resiste. Ognuno ha la sua preferita: quella
ripiena coi polipetti oppure quella con le cipolle, quella di sarde o quella
di scarola, quella rimpinzata di zucchine o quella a base di uova e cacio,
tutte condite e speziate con olive di Gaeta, acciughe, aglio, prezzemolo,
peperoncino amaro, pomodori, olio, sale. Ognuno ha quella dei suoi ricordi:
il forno della nonna, l'odore che si spande nel tinello, fin sul
pianerottolo o in cortile, e il momento in cui la vedevi uscire, fumante e
dorata. Nell'evo dell'abbondanza consumista la tiella è diventata un piatto
che si fa con quello che si vuole, ma a nessuno riesce di cancellare la sua
antica origine di piatto che si può fare con quello che si ha. Fino a un
paio di generazioni fa nel borgo di Gaeta o si era contadini o si era
pescatori. Poi qualcuno cominciò ad essere anche operaio, ma senza mollare
mai la propria barchetta o il proprio pezzo di terra. La tiella allora era
"primo, secondo e terzo" come ancora ci ripetono le massaie di una volta,
che adesso la preparano in piazza per la gioia dei turisti del weekend. Un
piatto da portarsi appresso nelle lunghe giornate di raccolto, oppure negli
interminabili viaggi in mare a pescare con le paranze, o nei turni in
fabbrica che non finivano mai. Ma i tempi cambiano, e finendo di notte in
alcuni bar di Gaeta pieni di fighetti che tirano tardi dopo la discoteca può
capitare di imbattersi perfino in certe tielline mignon, tielluzze da una
decina di centimetri di diametro, buone pure per un aperitivo con musica
lounge in sottofondo.
Ho trovato sorellastre delle tielle in vari posti dell'Italia e del mondo,
pizze ripiene dall'aria orgogliosa che mi aspettavano sulle tavole di
Civitavecchia come di Chicago, e sicuramente sarebbe poco elegante fare
paragoni, poiché - finezze gastronomiche a parte - è sempre vero che ogni
pizza ripiena è bella agli occhi dei paesani suoi. Così ci viene in mente
che non può bastare solo il materialismo storico di scuola marxista a
spiegarci l'epidemia di tielle - o comunque esse si chiamino - nella cucina
popolare, la storia pur vera del piatto povero ma nutriente, sostegno del
proletariato contadino e merenda della famiglia patriarcale. Ci dev'essere,
per forza, nella tiella e nei suoi saporiti ripieni anche qualche simbologia
psicanalitica vagamente freudiana, la tiella come il grembo della madre,
l'origine del mondo, il caldo riparo dalle asprezze della realtà. Sembra di
sentirla addosso la pressione delle dita per chiudere uno sopra l'altro i
due sottili strati di pasta lievitata, o il pungolo delle forchettate sulla
crosta dorata perché la gioia della cottura non si gonfi fino a diventare
dolore.
In una vecchia "Guida Turistica di Gaeta" scritta da Pasquale Di Ciaccio
della tiella se ne trova una mirabile descrizione, diciamo pure una guida
all'uso, quasi sull'orlo della concupiscenza. "La si mangia a quarti,
senza l'aiuto delle posate. Non c'è gusto se non la si prende tra le
dita. La prima verifica della riuscita si effettua sul requisito della
compattezza. In un esemplare che si rispetti il lembo inferiore non deve
essere gommoso da appiccicarsi ai denti o al palato, né spenzolare dalle
dita come la lingua d'un cane affannato facendo sgocciolare frammenti
del ripieno. I nostri avi la preferivano condita abbondantemente.
L'olio, dicevano, deve poter scorrere sulle avambraccia. Difatti si
rimboccavano le maniche prima di mettersi a tavola. Oggi che la
fragilità del nostro apparato digerente impone problemi di linea e di
dieta, il ricorso all'olio e alle spezie s'è fatto molto moderato; senza
peraltro che ne abbia sofferto il sapore e l'aroma. La prodigiosa
adattabilità ai mezzi che di volta in volta ci offre il progresso ha
consentito alla tiella di conservare le sue essenziali qualità
originarie. E' il suo pregio maggiore, il segreto della sua fortuna,
della sua abbagliante vitalità".
Ma prima o poi doveva succedere che dentro la famosa tiella finissero
pure i veleni di paese. "Mi avete fatto sdegnare la tiella, l'avete
presa e l'avete politicizzata, vergogna!" ha urlato sabato scorso
l'avvocato Matarazzo dell'Udc dal palco del comizio per le provinciali,
e se l'è presa coi "mangiatori di tiella" dell'associazione Gaetavola
che, proprio a pochi metri dal suo palco, si dilettavano con l'affollata
festa gastronomica in onore del famoso piatto. Manco ha fatto in tempo a
dirlo che è arrivata la strigliata dell'assessore Ciano, il quale ha
fatto un blitz sul palco per rivelare che sia il suo Partito del Sud sia
il Pd avevano scelto di rinunciare al loro previsto turno di comizio
proprio per "non disturbare" il tranquillo svolgimento della Festa della
Tiella. Stabilendo così un curioso precedente di incompatibilità tra
tielle e comizi (come se poi mangiarsi una tiella sia più importante che
ascoltarsi un comizio, sarà perché quando c'è la seconda da mangiare
nessuno si fila i primi). Le due T: Televisione e Tielle - identificate
con la telestreet Tele Monte Orlando fondata dall'assessore Ciano e con
l'associazione Gaetavola fondata dal vicesindaco Di Ciaccio - sono ormai
diventate per l'opposizione le armi ideologiche con cui la maggioranza
civico-piddina del sindaco Raimondi vorrebbe plagiare Gaeta e i suoi
abitanti. Tiella et circenses, insomma. E le battute si sprecano,
giacché uno dei più discussi slogan elettorali con cui l'attuale sindaco
tappezzò Gaeta due anni fa, sotto elezioni, era un impietoso però
ambiguo "Basta mangiare da soli!", rivolto all'allora dominante classe
politica. "E' davvero misero prendersela con la tiella e coi cosiddetti
tiellari, non capire peraltro nulla di questa manifestazione di successo
che si basa sull'idea di riappropriarsi della convivialità, del
godimento di una piazza in una sera d'estate, per i residenti come per i
tanti che vengono da fuori" ha risposto il vicesindaco e assessore
Salvatore Di Ciaccio, tra i fondatori di questa manifestazione appena
qualche anno fa.
In effetti scannarsi anche attorno alla tielle rende davvero certi
nostri paesani simili ai cani affannati e con la lingua penzolante di
cui parlava la vecchia guida turistica gaetana. Alla fine nessuno però
potrà resistere a una gustosa fetta di tiella di polpi, come in una
sorta di rito wodoo all'incontrario, ammaliato dalle fragranze che
racchiude, odore di terra e aromi di mare, non fosse altro per
l'immortale richiamo al più classico degli happy end italiani, quello
del "basta che se magna".