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In difesa dei naturisti di Gaeta, saggi e scostumati

 

 

Luca Di Ciaccio

telefree.it,

25 luglio 2004

 

 

Il dibattito metafisico dell’estate gaetana si è fermato alla cintola. Tutto si gioca sullo scivoloso crinale di stoffa che separa i nudi dai vestiti, i saggi dagli scostumati, gli orgogli tribali dalla tolleranza dei vicini.

Il copione (già visto) ha per protagonista la vecchia comunità di nudisti della spiaggia dell’Arenauta, lungo la litoranea tra Gaeta e Sperlonga, dove la costa si impenna e diventa roccia, insieme a qualche abuso edilizio ben camuffato o ben sanato, lontano dalle folle del turismo popolare. Soggetto principale: i naturisti che rifugiarono in quel tranquillo e poco visibile tratto di spiaggia, insieme alla comunità gay, suppergiù dopo la sanguinosa spedizione punitiva di Sperlonga (giusto venticinque anni fa). Buffissima scena madre della vicenda di questa estate duemilaquattro: quando un gruppo di “poliziotti in costume” viene mandato sulla sabbia a multare e denunciare le (nemmeno troppo numerose) bande di scroti penduli e chiappe al vento. Scene seguenti: una zelante interrogazione parlamentare sul caso, l’intransigente risposta del sindaco gaetano (“vogliamo un turismo tranquillo e rispettoso del pubblico decoro”), giornali a caccia di lettori che riassumono elegantemente la faccenda titolando “Poliziotti in costume a caccia di gay”.

I naturisti (con la loro associazione di categoria) si dichiarano “stanchi di essere trattati come delinquenti, anche in spiagge in cui la pratica del naturismo è consolidata da anni e quindi dovrebbero valere le sentenze della Cassazione, per la quale il naturismo non può essere considerato reato sugli arenili da loro solitamente frequentati”. Annunciano una proposta di legge per conquistare nuovi spazi e diritti, al pari degli altri paesi europei. E nell’interrogazione parlamentare che ha per primo firmatario il deputato Grillini dei Ds si chiedono "se le forze dell'ordine che operano in costume da bagno, senza divisa, fanno parte dei nuclei addestrati per colpire i naturisti" e se ciò "rientri nella legalità", se l'obiettivo di queste azioni è "colpire la comunità gay che frequenta la spiaggia" e anche quali sono i dati relativi alla criminalità a Gaeta e "come le forze dell'ordine organizzano le loro repressione".

Insomma, bisogna proprio andarseli a cercare questi nudisti – fricchettoni, “coi loro piselli oltraggiosi al pudore e le loro tasche vuote oltraggiose allo sviluppo economico”. E puntare sguardi e verbali su di loro piuttosto che sugli scempi edilizi che puntellano quella stessa costa o sulle chiazze viscide di inquinamento che galleggiano su quello stesso mare (quelli sì, veri attentati al pubblico decoro di noi tutti). Ridurre la pratica e l’idea del naturismo, che ha profonde radici ambientaliste e tolleranti, a una scaramuccia di ordine pubblico o a una faccenda da sporcaccioni è un chiaro sintomo dell’incapacità a decifrare i fenomeni della realtà. La stessa che affligge da tempo questa città in crisi, incapace di trovare un’identità turistica valida e uno sviluppo coerente. Così a farne le spese, per ora, sono una decina di nudisti fricchettoni, su uno dei pochi pezzi di spiaggia ancora liberi, cioè senza il mare privatizzato e a pagamento che ormai dilaga ovunque.

Il nudismo che oggi finisce in denunce e interrogazioni parlamentari, in passato è spesso finito ingloriosamente tra le ecchimosi e gli insulti. Eppure il naturismo (per chi lo pratica, non per i guardoni di passaggio) è un’attività serena e distensiva, niente affatto oltraggiosa e provocatoria. Più placida e naturale di certi costumi strizzati o di certe carni artificiosamente tirate che si aggirano spesso per i luoghi comuni delle nostre spiagge (cosiddette) popolari e familiari. Come scrisse Michele Serra, «uno dei pregi (paradossali) del nudismo è levare al corpo, proprio spogliandolo, ogni ansia seduttiva. Pinguedini e smagliature decidono infine di svelarsi, di normalizzarsi. L'eloquenza del corpo nudo è poco drammatica, è paciosa e pacificata: e in questo senso il nudismo è potentemente anacronistico, lo è fino a rinnovare per altre vie il proprio spirito d'opposizione. Se una volta ci si spogliava soprattutto per insofferenza al pudore, per liberarsi del senso di vergogna inflitto al corpo nudo dall'educazione vestita, oggi ci si può ben spogliare per indifferenza alla dittatura del "bel corpo", della forma fisica, dell'apparire sempre belli e studiatamente agghindati. Basta il tirante studiatissimo d'un reggiseno, basta un tanga alza-gambe a simulare una "bella figura" che il naturista ripudia. Il corpo seminudo delle spiagge odierne è, perciò, ancor più lontano dal nudismo di quanto fossero i corpi stra-vestiti di una volta. Perché il nudismo è casto, accantona l'eros, lascia al proprio destino i muscoli laschi, le terga imperfette, i seni cadenti, è una libera uscita dall'ergastolo delle apparenze».

Anni fa, Stefano Benni fotografò l’incrocio tra fricchettonismo e naturismo nel celebre epigramma: “tutti nudi / a Filicudi / a mangiare pesci crudi”. Spiace constatarne oggi l’inapplicabilità: a stare tutti nudi si rischiano salatissime multe e dure reprimende delle istituzioni attente al “pubblico decoro”, e pure mangiare pesci crudi è fortemente sconsigliato, con le acque poco salubri denunciate da più parti. E se qualche severo bagnante si ritrovasse a passeggiare dalle parti dell’Arenauta (spiaggia di nudisti, rave-party e hotel extra-lusso, dunque tradizionalmente border-line) e intercettasse membra nude o effusioni fuori ordinanza, reagendo con sdegno (o magari chiamando la polizia), gli si potrebbe sempre citare quella battuta del film “1 Km da Wall Street”, in un ristorante di Manhattan.
“Vi prenderei e vi metterei tutti su un’isola a fare le vostre cose”.
“Ci sei già su quell’isola, caro".