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Volantini anti-napoletani: la crisi delle identità sulle sponde del
Garigliano
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
26 luglio 2005
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A mal partito sono ridotti quei formiani (o, vale
lo stesso: quei gaetani, quei minturnesi e via dicendo) che ritengono di vedere
la loro identità messa in pericolo dai turisti o dagli immigrati di provenienza
napoletana. “Stupidi e ignoranti”, come li ha prontamente bollati il sindaco
Bartolomeo? Compagni che sbagliano nella forma ma tutto sommato se la cavano
nella sostanza, perché in fondo che invadenti questi
burini-napoletani-signoramia, come fanno capire molti commentatori della strada?
Gente che non si rende conto di come noi sempre fummo “il Nord delle Due Sicilie”,
come sostiene il meridionalista retrò Ciano?
C’è tutto un pieno di significati e tutto un nulla di beata incoscienza nei
volantini del sedicente “Movimento Antinapoletano” distribuiti la settimana
scorsa nelle strade di Formia e che tanto hanno agitato le cronache locali, nel
mezzo di un’estate venata da ben altre elucubrazioni e paure. Questi
macchiettistici difensori della razza sud-pontina (o prima o poi sud-ciociara,
quando si concretizzerà la famosa nuova provincia) hanno irriso e dileggiato i
cittadini napoletani (unico blocco, come se poi non esistessero mille
affascinanti tipi di “napoletani” allo stesso modo in cui esistono mille tipi di
“italiani” o di “americani” o di “musulmani”), per i quali bisognerebbe
“chiudere le frontiere col Garigliano” o “spostare l’icona Napoli nel Cestino di
un’ipotetica schermata di Windows”. È diventato quasi un affare di Stato: sono
insorti il sindaco e gli assessori, i presidenti di Regione e gli onorevoli.
Tuttavia sono, per primi, i napoletani domiciliati o vacanzieri sulle nostre
coste a non restare affatto traumatizzati dalla bislacca ferocia dei
volantinatori. Loro stessi ne percepiscono l’ambiguità di fondo, riconoscono il
carattere di autolesionismo e di autoironia, intravedono in queste scene la
stessa volgarità dadaista della mossa e della pernacchia. I veri napoletani
ridono di queste agitazioni formiane come ridono di quel film dove Totò parte
per Milano col colbacco e la pelliccia. Ridono della radici storiche e culturali
che abbondano, dei dialetti che si assomigliano, degli stili che ci accomunano
e, non ultimo, dei soldi che girano. Ognuno delle nostre zone a sud del Lazio
ogni volta che si trovi da Roma in su e pronunci il nome della sua città natia è
infatti sempre esposto - con toni assolutamente variabili - a sentirsi
apostrofare con un “Ah, dalle parti di Napoli” e sempre portato - con toni
assolutamente variabili - a precisare e giustificare, “No, sai, veramente un po’
più su”. In fondo, l’ostilità degli abitanti del golfo di Gaeta nei confronti
degli abitanti del golfo di Napoli è la stessa che si prova verso i concorrenti,
come l’ostilità per i senegalesi che rubano il mestiere agli ambulanti locali.
Ma viene da dire che per una stupidata del genere sarebbero più appropriate le
pernacchie che le arrabbiature, a meno di non sentirsi la coscienza vagamente
sporca. Perfino la qualifica di “razzismo”, in questo caso, ci fa più sorridere
che disperare. Ma forse dovremmo essere grati a quegli anonimi che hanno
indirizzato spropositi, luoghi comuni e banalità all’indirizzo dei cosiddetti
“napoletani da rimandare a casa loro”. Alle loro spalle infatti emergono
patologie che vengono da lontano. Anni e anni di finto senso di superiorità da
padroni di casa arricchiti verso turisti cafoni e - ça va sans dire - non alla
nostra altezza, anni e anni di inutili rivalità tra campanili a spese dello
sviluppo del territorio, di un’antropologia che sempre si sente minacciata, di
mancanze sempre in cerca di un alibi. Purtroppo la vicenda non è tutta da
ridere, perché anzi ci sembra un altro dei sintomi strapaesani che ultimamente
ci distinguono dalle nostre parti, quasi ci si stesse “bossizzando”,
ghettizzando, microencefalizzando. Nonostante (o forse forse c’entrano?) i mille
progetti di ridefinizione territoriale e partogenesi provinciale che, per
esempio, tanto piacciono al sindaco Bartolomeo. Qualche estate fa, commentando
la solita solfa anti-napoletana però ambientata nella ridente Gaeta, un
cittadino villeggiante napoletano scrisse un efficace lettera al sito del
Comune, che tra le altre cose diceva: «Si affittano garage a caro prezzo e la
colpa è dei napoletani? L'acqua manca e la colpa è dei napoletani? Le strade
sono poche e non funzionano e la colpa è dei napoletani? La corrente elettrica
manca e la colpa è dei napoletani? Il mare che avevamo è diventato una cloaca e
la colpa è dei napoletani (vai sindaco, fai ancora condoni)?»
In finale, comunque, viene sempre da ridere. Che in questo minuscolo e mite
pezzo di mondo ancora si litighi sui “napoletani” è, alla luce delle sciagure
che da ogni dove ci volano addosso, abbastanza rassicurante. Scrive Francesco
Merlo che «il provincialismo, che è una cosa banale, viene fortemente mascherato
da un tema tragico del nostro tempo, l'identità appunto, che ormai scomoda
esperti e intelligenze raffinatissime, perché la crisi delle identità sta
sconvolgendo il mondo e certamente segnerà il secolo. E' per proteggere
l'identità assediata dall'occidentale "way of life" che l'Islam fondamentalista
mette le bombe e taglia le gole». Insomma, il formian-way-of-life poteva
prendersela coi musulmani oppure, chessò, coi cinesi. Ma è estate e, tornati
sulla via di casa, un paio di birboni con ciclostile e fotocopie provano ancora
a farci rilassare coi soliti vecchi giochi.
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