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La Piaja che non
guarda il mare
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
28 gennaio 2008
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C'è un uomo in un capannone.
Intorno a lui barche in allestimento, come scheletri di cetaceo sollevati da
terra. Poppe e prue si confondono e si scrutano a vicenda. Prima o poi
cominceranno a nuotare, o torneranno a farlo. Ma ora ogni pezzo sembra
abbandonato a se stesso, ogni pezzo in realtà si porta dietro una scadenza. Un
cantiere navale non smette mai di lavorare, anche quando il resto della città -
alle sue spalle - se ne dimentica.
Nei tempi antichi dalla potenza marinara da Gaeta uscivano le
barche migliori. E anche i comandanti e i marinai per le flotte più rinomate.
Nel suo porto invece entravano le navi per sentirsi al sicuro, dagli assedi e
dalle tempeste. "Subito all'imboccatura esso è angusto, ma dentro è molto più
ampio" scriveva nel 1403 il navigatore spagnolo Gonzales de Clavijo, elogiando
il porto gaetano. Un porto che appariva affollato e laborioso già agli occhi di
Cicerone, ai tempi dei Romani. "Costruire una nave, vedi, non è facile, è anche
un'opera di tenacia". Ma sia la storia che il carattere hanno reso Gaeta una
città degli sconfitti, una fortezza degli assedi perduti, un porto delle
navigazioni mancate. Il posto adatto per una commedia degli errori come quella
che va in scena in questi giorni, con un'azienda esasperata e un quartiere in
rivolta, e nel mezzo un'amministrazione comunale che sembra aver perduto la
bussola. "E meno male che eravamo una città di navigatori" sospira l'uomo nel
capannone, circondato dalle barche.
La gru bianca e rossa dell'azienda nautica Off Shore - una
delle ditte leader nel settore della navigazione agonistica, uno di quei pochi
tesori imprenditoriali che una città dovrebbe tenersi stretta - che svettava
imponente nella piazza del Comune come un minaccioso dito puntato verso il
cielo, superando in altezza la torre civica al suo fianco, ha ricordato a molti
che anche Gaeta è un posto dove tutto si accumula e nulla si risolve. Come una
spiaggia da cui nessuno spazza via i detriti. Come "un pentolone dove qualsiasi
cosa metti a cucinare non vedrà mai la cottura". È
stata una storia di concessioni sbagliate, prima date e poi revocate, aree
destinate a verde cedute per farci capannoni, sentenze del Tar che smentiscono
accordi in Prefettura, operai che bloccano il lungomare e capipopolo di
quartiere che sbraitano in assemblea, bottiglie stappate e poi subito richiuse,
finanche un sindaco che prima viene fischiato dai pescatori e poi si mette lui a
fischiettare la canzone dei barcaroli. E ancora speculatori politici di bassa
lega che non fanno onore a chi vive i disagi (veri) di un quartiere, ma anche
scorciatoie improvvisate e firme messe di sotterfugio che non fanno onore a chi
rappresenta le istituzioni. Tutti i protagonisti di questa commedia degli errori
- solo una delle tante nel nostro paese - sembrano risvegliarsi troppo tardi e
ora alzano alti lamenti per dichiararsi vittime di un sistema al quale pure loro
però non si sono mai sottratti.
"Guarda lì - mi dice un abitante della Piaja - ci hanno levato
il mare dagli occhi" e indica un orrendo capannone bianco, innalzato molti anni
fa in spregio al senso estetico, al senso della misura, e di certo anche alla
legge. "Ci chiamiamo quartiere Piaja, che in spagnolo vuol dire spiaggia.
Spiaggia, e la spiaggia 'ndo stà?". La spiaggia è un ricordo che la guerra s'è
portato via. Prima ci ormeggiavano gozzi e menaidi. I bambini ci facevano il
bagno, senza temere infezioni virali. Poi la seconda guerra mondiale finì e le
macerie delle case bombardate furono portate dov'era più semplice portarle: in
mare. Tutto un lungomare, a pensarci, è stato fatto così: passeggiamo e guidiamo
su pezzi di case bombardate. Sta di fatto che la spiaggia scomparve, il
lungomare si ampliò, e lì dove c'è l'ingresso della città per chi arriva da
Napoli si trasformò in uno svincolo affollato di semafori, e la Piaja divenne
un'altra cosa. Divenne zona di cantieri, di officine, di fabbriche e attracco di
navi commerciali. Caolino, coke, e ora zucchero. "Prova a stendere un lenzuolo
qui al balcone - si lamenta una signora di casa sul lungomare, lì dove il mare è
un cantiere - e poi puoi trovarlo nero o grigio, e in base al colore capisci
cosa stanno scaricando". Così il territorio cambiò forma e sostanza. E ancora la
sta cambiando - come scriveva il blogger Lince qualche tempo fa - perché da
quando si è scoperto che "water front" non è solo una parola inglese qui è
scoppiata la guerra per lo sbocco al mare. "I 'piaruoli' stanno a guardare.
Guardano verso il mare che non hanno più, verso la spiaggia che non hanno più,
verso il panorama che nemmeno hanno più. Come gli indiani nella riserva".
Guardare il mare nell'area dei cantieri è un'impresa per
niente facile. Ci sono darsene dove qualcuno pesca su uno sgabello o piccoli
porticcioli costruiti su palafitte. Ci sono capannoni e baracche e gusci di
piccoli cantieri e piccole officine, tutto sembra piazzato quasi a casaccio. Ci
sono scheletri di barche col muso rivolto verso il mare. C'è la darsena San
Carlo che la sua concessione l'ha avuta e adesso se ne sta più ordinata, con le
sue barchette ben allineate. C'è una striscia di parco giochi, gentile dono
dell'Agip e di altri imprenditori. Ci sono le aziende ittiche, dove pure covano
rivolte sindacali. C'è il porto commerciale in espansione. C'è l'Autorità
portuale che, da Civitavecchia, comanda su tutto il fronte del porto, e ogni
tanto fa costruire qualche spiazzo. C'è quel campetto di calcio dove ancora i
bambini vanno a rotolarsi, unico verde rimasto al quartiere, unico posto da cui
vedere il mare senza ostacoli, lì appena dietro la porta per i gol. È il luogo
su cui si gioca la contesa, chissà fino a quando durerà. C'è pure quel piccolo
approdo dove negli anni Settanta girarono la scena di un film con Adriano
Celentano: lui piombava a tutta velocità in motoscafo, e lì nella darsena veniva
simulata - bum! - un'esplosione. Altro che esplosione ci vorrebbe, pensano in
molti gaetani al giorno d'oggi, per dare una sistemata definitiva a tutta quella
striscia desolata e arrabattata di porti, officine e cantieri. Un'eredità
pesante, vecchia di anni, irrisolta da tutte le passate amministrazioni. La
stessa giunta civica che da otto mesi governa Gaeta appare divisa tra l'appoggio
ai disagi del quartiere e il sostegno a una attività imprenditoriale bisognosa
di nuovi spazi. Invece di cercare una soluzione per la ditta Off Shore questa
sarebbe la volta buona di trovarla per tutti. Camminando tra le erbacce della
Piaja viene in mente quanto sia vero che tutte le città di mare sono città che
desiderano la terra, comprano la terra, si snaturano e si sviliscono nella
terra. Quella terra che è comunque ferma e sicura come la rendita, mentre il
mare è pericolo e agitato come il rischio di impresa.
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