|
» gaeta
Ritratto del candidato Ciano, la telestreet nel comizio
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
29 marzo 2005
|
Ha indossato la
giacca e si è riscoperto persino difensore della Patria, ma è sempre lui. Il
Masaniello dell’etere Antonio Ciano, candidato a queste tempestose regionali nel
Lazio con la Lista Marrazzo («ma sono sempre del Partito del Sud»), è senza
dubbio il prodotto più esotico ma pure più ultraprovinciale partorito dalle
nostre zone, l’esaltazione del quartiere, della piazza e del condominio come
finestra aperta sullo spirito umano, l’ultima trovata del pasticcio meridionale
e del suo rapporto talvolta di diffidenza e talvolta di complicità con il potere
e coi suoi uomini.
Su Ciano, classe 1947, si può dire di tutto e il contrario di tutto. Anche lui,
in effetti, nella sua vita non si è risparmiato: figlio di contadini, emigrante,
operaio, navigante, tabaccaio, militante comunista, dirigente della
Confesercenti, fondatore di partiti e leghe del Sud, scrittore, storico
appassionato di Meridione e brigantaggio, fino all’approdo di mediattivista e
fondatore di Tele Monte Orlando, seguitissima telestreet gaetana e tra le prime
in Italia. Lo accusano, anche in questi giorni convulsi, di essere un
estremista. Ma una personalità complessa e tutto sommato gentile come Ciano è
estremista solo nel senso che la sua stessa “genuinità” lo pone all’estremo del
mondo drammatico degli interessi e degli apparati, in un terreno fatto di
nostalgie storiche e complicità umane. Lo hanno accusato anche di aver usato la
televisione come trampolino da cui “scendere in campo”, dimenticando però che
Ciano in campo c’è sempre stato e senza tanti misteri. «Io la politica l’ho
fatta fin da quando sono nato, e non ho mai smesso», ha dichiarato nella recente
intervista, fin dai tempi del nonno contadino e socialista che gli insegnò a
imprecare “mannaggia a Garibaldi”.
L’altra sera ha aperto il suo comizio in piazza proprio partendo dalla tv di
strada. Ha declamato la lettera di Enea Discepoli che annunciava la richiesta di
archiviazione del procedimento penale contro la telestreet di Senigallia Disco
Volante, ha ricordato gli inizi della sua TMO, col videoregistratore nel tinello
e il trasmettitore che di notte ronzava tra il suo letto e quello della moglie,
ovviamente causa di litigio, «ma la storia ci ha dato ragione, la rivoluzione
contro il monopolio è partita da via Piave e ora siamo tutti più liberi». Ed è
proprio dai comizi che si comprende parte dello stile “piazzaiolo” di Ciano, e
cioè semplice ma al tempo stesso enfatico, colorito, vibrante, non di rado
cedevole alla demagogia. Nell’anno fatidico 1994, quando la coalizione
progressista vinse a sorpresa le comunali, si racconta che il neoeletto sindaco
D’Amante gli fece avere una targa di ringraziamento per un suo decisivo comizio
in cui convinse il titubante popolo gaetano a buttarsi a sinistra. Anni più
tardi si candidò nientemeno che al parlamento europeo, scandendo il memorabile
slogan «Aggia purtà la tiella di polipi a Bruxelles!». Nel piovoso comizio
finale delle comunali del 2002 (quelle poi stravinte dal centrodestra)
suggestionò la piazza con la visione medianica, «vedo qui davanti a me Enea,
Pitagora, Ulisse, Caboto», i quali però gli parlavano immancabilmente male del
forzista Fazzone. Nell’ultimo comizio riserva a Berlusconi la qualifica di
“Innominato” e offre il suo vissuto personale sul piatto della politica: lui che
si ricovera in ospedale per una labirintite e paga i ticket, lui che si accorge
della crisi perché le sigarette si vendono solo in pacchetti da dieci, lui che
conosce le stradelle di campagna «mica come questi altri politici di destra come
di sinistra, che non conoscono il territorio e vengono qui solo per carpire
voti».
Lui invece il territorio se l’è girato e rigirato, specialmente negli ultimi tre
anni con telecamerina alla mano. TMO è riuscita a guadagnarsi uno spazio da
“agorà cittadina”, ampliandosi in forze e collaboratori, seppure tra un po’ di
polemiche, sabotaggi e rivalità. E Ciano, nell’immaginario paesano-mediatico, è
riuscito a instaurare una complicità onesta, prepolitica e antipolitica, con la
complessità sociale. Ora la questione decisiva è: basterà il suo exploit
televisivo un po’ naif a creare di lui l’immagine di una persona affidabile e
votabile dalle masse, obiettivo mai seriamente raggiunto prima? Ci riserviamo
dei dubbi. Di certo, è destinata a cadere nel vuoto l’accusa di “usare” TMO a
fini elettorali. Perché gli orlandones (che ormai sono altro e oltre dal
fondatore Ciano) hanno pubblicamente offerto spazi e disponibilità gratuite per
qualunque candidato volesse farsi intervistare o lanciare messaggi, e finora non
ha aderito quasi nessuno. Perché lo stesso Ciano ha scelto finora una campagna
vecchio stampo e (per forza di cose) molto economica e autogestita: volantini,
manifestini spartani “vota ciano” appiccicati ovunque, comizi e giri in strada.
La sua presenza “elettorale” su TMO è stata più limitata di quanto ci si potesse
aspettare. Preferisce trasmettere repliche di sue “lezioni di storia”, e
dovrebbe sapere che in termini di voti e appeal buttarla sui Borboni piuttosto
che sull’attualità annoia un po’ e non gli conviene molto. C’è da dire che, a
vantaggio dell’immagine di Ciano, ciò che conta davvero sono i tre anni passati,
e non certo un eventuale martellamento frettoloso negli ultimi dieci giorni. E
comunque ci sarebbe seriamente da riconsiderare la presunta “influenza” di un
paio di battute di Ciano sulla piccola TMO a fronte di potenze mediatiche,
finanziarie e perfino gastronomiche sfoggiate dall’altra parte politica.
Come che sia Antonio Ciano è un personaggio e sa di esserlo. Anche gli stati
maggiori del centrosinistra locale probabilmente lo sanno, e infatti hanno
insistito parecchio per farlo candidare, scompaginando anche qualche equilibrio
di liste. Ma Ciano riesce (e si diverte pure) a raccogliere tutto ciò che viene
dal basso. Accetta i codici spettacolari e li piega ai suoi obiettivi. E nulla
sfugge. La passione per i Borbone, le foto da bambino, il papà contadino, i
corteggiamenti alle hostess in piazza seguiti dai proclami di fedeltà alla
moglie, le coliche e le labirintiti, le lacrime ai funerali, il battesimo del
nipotino, i ragazzini che lo applaudono per strada e le vecchine dei vicoli che
se lo sbaciucchiano, i nudisti che lo rincorrono sulla spiaggia delle Scissure,
gli scioperi da giovane negli States, i poteri afrodisiaci della tiella, lui che
canticchia in macchina le canzoni di Battisti, il boicottaggio del panettone
padano per “l’orlandone” gaetano, il Vangelo che una volta regalò ai nazisti
latitanti che stazionavano in un bar di Lima eccetera... Dice che quando stava
nel Pci non era marxista, «semmai gramsciano e sempre meridionalista», borbonico
invece no, «la mia Patria è nata il 2 giugno 1946», ma se c’è un punto fisso
nella sua vita questo è l’anti-berlusconismo, e se poi gli si chiede di
definirsi lui punta sul «socialismo cristiano con influenze francescane».
Nonostante ciò una battutaccia sulla riapertura del carcere di Gaeta «per quei
traditori della Patria che ora stanno al governo» non se la risparmia mica.
Ovviamente coltiva la passione per Don Chisciotte e per l’ossimoro, l’arte di
tenere insieme concetti contrari. Un anno fa, per smentire delle battute
ineleganti abusivamente partite dalla sua email nella lista telestreet, sfiorò
tematiche assai osé: «la lunghezza del pene non ha mai reso felici le donne
(...) io ho sempre lottato per la liberalizzazione della droga e contro ogni
forma di discriminazione (...) sono nato nella Magna Grecia dove le lesbiche
avevano il loro tempio così come gli omosessuali». Mentre giorni fa, conversando
con un prete nella domenica di Pasqua, l’abbiamo ritrovato quasi su posizioni
teo-con, dichiarando al mondo la sua «vicinanza ai valori cristiani», compresi
quelli della vita, e compresa la vita di Terri Schiavo «la donna americana che
sta per essere lasciata morire, ma noi siamo con chi difende la vita», anche
l’evangelico Bush quindi, «però siamo contro la guerra», e meno male. In tempo
di campagna elettorale, si sa, anche una conversione è lecita (e specialmente di
questi tempi).
Tant’è che lui sostiene che «il mio obiettivo sono i moderati, e rubare voti
alla parte avversa». Ma è evidente che per cogliere la “moderazione” di Ciano
bisognerebbe immergersi nel paese e – seppure con qualche rispettoso sgomento –
oltrepassare le categorie tradizionali, riconoscere una macedonia politica
ribollente e controversa. Per ora, sarà significativo che dovendo scegliere una
colonna sonora per il suo videomessaggio su TMO abbia sostituito la storica
“Briganti se more” di Bennato (“e se murimmo menate ‘nu fiore / e ‘na bestemmia
pe’ sta libertà”) con la più allegra “Nebbia in Valpadana” di Cochi e Renato
(“cosa c’è nella nebbia in valpadana / ci son cose che a dirle non ci credi /
non ci credi nemmeno se le vedi / a parte il fatto che non le vedi”). Al comizio
di qualche sera fa, impugnando un articolo di Galli della Loggia ha scandito:
«Votate me per salvare l’Italia». Certo si corre un bel rischio. Ma chissà se,
con quel che c’è in giro, non vale la pena tentare.
|