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Centrale del Garigliano, se Tibaldi e la Sogin si denuclearizzassero

 

 

Luca Di Ciaccio

telefree.it

29 luglio 2005

 

 

La questione della centrale nucleare del Garigliano, di quello che è stata e di quello che sarà, è una delle questioni più calde del nostro territorio. È pure una di quelle questioni la cui durata minaccia di perdersi nel tempo, tirata per le maniche dai passatisti del “prato verde che c’era una volta”, da un lato, e dai futuristi del “prato verde che ci sarà presto”, dall’altro. Proprio il “prato verde” al posto della minacciosa centrale, immagine tanto evocata nell’ultimo convegno di Minturno promosso da Sogin e Comune e contestato da taluni ambientalisti, rischia di diventare un altro dei tanti principii di cui si è perso il principio, al riparo da ogni sensata considerazione di utilità.

Il prato verde come il moderno tocco di Re Mida. Quello che non trasforma tutto in oro ma trasforma la scoria in niente, la vera pietra filosofale che non crea la materia nobile ma distrugge quella ignobile. Da quasi mezzo secolo il fungo bianco insediatosi nel mezzo della piana del Garigliano, tra il fiume e i campi, tra Lazio e Campania, ha finito per ammaccare la vita di chi ci vive attorno. Provocando zero impatto ambientale ma molte psicosi, secondo i pro-nuclearisti. Oppure ammalando e uccidendo, come sostengono gli anti-nuclearisti. E sempre, nei convegni e nelle tavole rotonde, si alza qualcuno a ripetere che «non se ne può più, finiamo sempre per raccontarci le stesse storie, sempre le stesse da anni». All’ultima occasione, venerdì scorso a Minturno, su questo punto sembravano insolitamente concordare sia l’ing. Ugo Spezia, responsabile comunicazione della Sogin, sia Giulia Casella, tenace esponente locale di Legambiente. «Continuate a negare gli errori del passato e far finta di rassicurarci» accusavano qualche ambientalista e qualche assessore. «Quelli che portiamo sono dati scientifici, e speriamo di trovare dei compromessi come già finora è successo» rispondevano i tecnici della Sogin, società pubblica che dal 1999 è incaricata dal governo di gestire i siti nucleari italiani, tutti dismessi da diciotto anni per volontà popolare.

Ma il nucleare è ormai il deposito di tante delle nostre moderne vulnerabilità. Scienziati e governi hanno un bell’insistere sull’assoluta sicurezza dei procedimenti di stoccaggio, la paura delle gente è irrazionale e sensata al tempo stesso. Dall’olocausto atomico di Hiroshima e Nagasaki che chiuse la seconda guerra mondiale, alla catastrofe della centrale di Cernobyl che segnò l’inizio della guerra fredda, passando oggi per le minacce della guerra al Terrore fino ai fatti italiani della rivolta di Scanzano, l’energia dell’atomo continua a ispirare incubi. «Di quel Dio nascosto là sotto si ha paura» scriveva Guido Ceronetti. E allora ci torna in mente il dilemma tutto nostrano della “palla bianca” o del “prato verde”, lì nella piana del Garigliano. Le tante tappe e i tanti discorsi di una vicenda che ancora evoca pene infinite, vani rimorsi, colpevoli inerzie. La costruzione della centrale tra fine anni ’50 e inizio anni ’60 dagli americani della General Electric, la configurazione “eccessivamente complicata” dell’impianto, i “guasti tecnici” negli anni ’70 e il funzionamento a singhiozzo, le lettere preoccupate degli enti locali e le risposte a dir poco evasive della burocrazia dell’Enel di allora (una corrispondenza grottesca e quasi kafkiana, documentata nel libro “Odissea Garigliano”), la disattivazione dell’impianto nel 1982 (cinque anni prima del referendum) per motivi di sicurezza. E poi le impressionanti piene del Garigliano, le voci di contaminazioni nucleare delle acque del Golfo di Gaeta strenuamente denunciate dall’avvocato Marcantonio Tibaldi dai primi anni ’80 citando un rapporto Enea sui radionuclidi, le smentite ufficiali e gli studi pur autorevoli a sostenere il contrario, che l’impatto esterno della centrale Garigliano sia in realtà inesistente. Eppure rimane una dose di ambiguità in cataste di documenti e carte bollate, dossier e controdossier, che certificano certi problemi ma poi li giudicano tutto sommato non preoccupanti.

Insomma l’onda radioattiva - che ci sia stata o no e in quali forme - ci ha di sicuro culturalmente già avvolti, vera onda scura della civiltà moderna fin nei nostri paesaggi provinciali. Così ci troviamo tutti più o meno coinvolti nel vivere in un epoca dagli orizzonti affannati e cortissimi e ritrovarci alle prese con problemi e decisioni che rinviano a un tempo lunghissimo, da provare vertigini (centinaia di migliaia di anni è la durata di certo materiale radioattivo). E la vicina centrale del Garigliano, sempre avvertita come un fungo estraneo e forse velenoso nelle nostre campagne, una maledizione sull’altare dello sviluppo, rientra alla fine nello stesso gioco. Ed è ancora il nucleare che finisce per produrre la campagna anti-nucleare, in un circolo infinito di accuse reciproche, di petti in fuori o in dentro, di denunce e titoli sui giornali.

Ora il compito della Sogin (anzi la missione con cui nel 1999 sono nati, dicono loro) è, per forza di cose, quelle del “decommissioning”, ovvero della disattivazione finale degli impianti nucleari italiani, e già quello della centrale Garigliano è previsto (forse con eccessivo ottimismo) entro il 2016. Dunque, senza che il cosiddetto obiettivo del “prato verde” diventi il pretesto per sotterrare insieme a qualche chilata di scorie decenni di inerzie e allarmismi e punti non del tutto chiari, farebbe bene anche al dibattito pubblico sul Garigliano una specie di “denuclearizzazione”. Che la centrale del Garigliano sia stata un disastro o no, vogliamo ora cercare di metterci a ragionare per rimediare quel che ne resta? E lo stiamo già facendo bene? Esiste forse qualcuno in grado di fare quello che per competenza spetta alla Sogin?

Una prima tappa per bonificare il Garigliano sarebbe quella di bonificare il suo dibattito pubblico, gli strati pesanti di diffidenza, i residui fumosi di una generazione fa. Smontare la “palla bianca” alla fine sarà il meno. Per esempio ha destato scalpore e perplessità la citazione in giudizio dell’ottantottene avvocato Tibaldi, storica e infaticabile voce antinuclearista della zona, da parte della Sogin, con richiesta di 5 milioni di euro. Cosmo Pontecorvo, direttore di un giornale locale, nel suo accalorato intervento all’ultimo incontro pubblico di Minturno, ha detto che «se si andrà a processo e Tibaldi verrà assolto la Sogin perderà ogni credibilità, se invece la Sogin riuscirà a far condannare il vecchio Tibaldi avrà conquistato un onore di cui farà meglio a non vantarsi». Una ricomposizione sul caso Tibaldi e sulla querela che c’è di mezzo tra lui e la Sogin, sarebbe innanzitutto un auspicio positivo e un chiaro segno di buona volontà. Oggi la centrale Garigliano sta ferma, immobile, ma sembrerebbe ragionevole confrontarsi presto sui compiti e l’efficacia di una bonifica dell’area e di un accertamento generale sullo stato di salute della zona. Alternative non ce ne sono, a meno che qualcuno non pensi che il lasciare tutto com’è sia il modo migliore per evitare problemi e conservare magari la propria fetta di visibilità. I tempi sono maturi, come si dice, per denuclearizzare le nostre posizioni.