|
» gaeta
La politica locale
a mollo nella
"Formia Connection"
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
29 novembre 2004
|
Ma
dove sono i camorristi? Perché nel giro di una settimana sono diventati come
quella famosa palla bollente che tutti si passano di mano, e semmai l’hanno
incrociata sarà stato solo per sbaglio. “Formia Connection” si chiama
l’inchiesta giudiziaria che nel giro di una settimana ha fatto rumoreggiare di
indignazioni e di accuse l’intera classe politica del sudpontino. Non ce ne è
stato uno che si sia sottratto al gusto dell’invettiva, non ce ne è stato uno
che non abbia maramaldeggiato sul suo avversario, non uno che abbia perso
l’occasione di fatturare un po’ di battaglia politica sul conto degli arresti e
delle intercettazioni.
C’è da pensare che siamo davvero arrivati a un
tale punto di implosione della politica da far insorgere una specie di
qualunquismo giudiziario. C’è un punto di incontro tra la voglia popolare di
semplificare e depoliticizzare i fatti che sono accaduti (perché nella sistema
italiano del dopo-anni90 la demarcazione tra partito e persone si è nettamente
allargata a favore di queste ultime) e il bagno penale in cui un intero ceto
politico locale è disposto a immergersi, e sta tutto nello stillicidio polemico
di questi giorni.
I fatti come sono stati resi noti riguardano le
presunte infiltrazioni camorristiche e il reato di estorsione all’interno di una
cooperativa sociale operante per il Comune di Formia, con minacce e
intimidazioni “riconducibili al clan Bardellino”. Inoltre, un’indagine
parallela, scaturita da numerose intercettazioni telefoniche, per un presunto
“voto di scambio” tra esponenti politici locali del centro-destra e ambienti
malavitosi. Bilancio: quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere e una
trentina di perquisizioni. Ma dopo il blitz ciò che si è udito è stata tutta una
scarica di pallettoni, non di piombo (fortunatamente no, in una zona in cui
anche la violenza del racket comincia ultimamente a far capolino) ma di parole.
Parole che – come notava il consigliere diessino formiano D’Angelis su questo
portale – rischiano di lasciare dietro di sé più macerie delle manette e delle
indagini. “E le parole – come diceva il padrino don Mariano Arena nel “Giorno
della civetta” di Sciascia, libro meritorio di essere riletto – non sono come i
cani, cui si può fischiare e richiamarli”.
Tuttavia, non dimentichiamolo: qui si parla di
collusioni e infiltrazioni tra crimine e politica, bisognerebbe essere troppo
stupidi o troppo in malafede per non preoccuparsene o minimizzare. Si tratta
ormai di un spina che emerge sempre più spesso nel meridione, dove gli strumenti
e i suonatori sono diversi ma la partitura musicale finisce per essere assai
simile: giorni fa a Potenza, poco prima a Reggio Calabria, e via così. E sempre
in questi casi, che pure pescano spesso a destra e a sinistra, si leva alta la
voce di quella parte politica berlusconoide ormai svezzata e spudorata a urlare
al “complotto politico” di qualche giudice.
E, in tutto questo, i verbali delle
intercettazioni che raccontano di politici sdolcinati e adulatori quando si
tratta di chiedere favori prima delle elezioni, e poi maleducati il giorno dopo
quando si tratterebbe di ringraziare per le grazie ricevute, come si lamenta in
un’ormai illuminante intercettazione la moglie di Bardellino. Si sa che sono
sempre le signore, con la loro pragmatica sensibilità, a sollevare i veli
dell’ipocrisia, ed è infatti la consorte Bardellino a strigliare il marito
“troppo disponibile”: “Ti sfruttano tutti, una massa di plebei, di invidiosi...
Tu ti fai la cattiva faccia e loro si sistemano”. Ed è questa gag più da sit-com
familiare che da malefatte di Belzebù a rendere certi personaggi politici, agli
occhi della gente comune, degni nemmeno di rancore.
Certo, nella coda isterica e polemica della Formia
Connection (ahinoi, più lunga e più perigliosa della stessa indagine) ci riesce
anche difficile spiegare come abbia fatto il sindaco di Formia Sandro Bartolomeo
a simboleggiare, forse suo malgrado, questa tregenda, per quali vie sia
diventato l’uomo che ha sostituito l’Amministrazione con l’Etica kantiana,
l’intellettuale di sinistra che ha trasformato la lotta tra parti politiche o
tra classi nella lotta tra la norma e il diritto, tra la giustizia e la
nefandezza. Il Bartolomeo che, per gioco del destino, è costretto a indossare la
veste di ultimo samurai del centrosinistra in una terra spietatamente dominata
dalla destra, e dunque il suo non è più (solo) governo ma (innanzitutto)
resistenza morale, finisce per prendere botte da tutte le parti. Accusa il
centrodestra di “connivenza con la criminalità” e incassa la querela del “ghe
pensi mi” Cusani, definisce Bardellino come esponente di famiglia camorrista e
si prende la querela del “bravo cittadino con tessera Ds” che di cognome fa
Bardellino. Ebbene, Bartolomeo ha la grandezza del cavallo di razza sul quale
oggi si accaniscono le mosche, proprio perché è l’unico a impersonare
l’alternativa al più accentrato bastone di comando della storia pontina,
assumendosene le oltranze e gli eccessi.
Ma una faccenda che merita una seria risposta
politica, nonché che la magistratura faccia il suo corso senza tifoserie
inutili, non può trasformarsi in una sorta di caccia alle streghe, in cui ognuno
rinfaccia gli incantesimi e le fatture altrui. Lasciando poi dietro di sé solo
una bolla d’aria infetta. Altrimenti basta poco per varcare la soglia, per
essere solo come il “Barruggieddu” di Sciascia, quel cane che troppo abbaia,
troppo morde, “Bargello come me, anch’io col mio breve raggio di corda, col mio
collare, col mio furore...”.
|