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Gaeta vs Formia, la città unificata e gli opposti che si attraggono
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
30 aprile 2005
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In una sera di questo
tempo incerto, tra un papa e l’altro, tra un governo e l’altro, tra una stagione
che muore e un’altra che inevitabilmente nascerà, riecco che anche nel golfo di
Gaeta compaiono di nuovo i paradossi più intriganti, le fantasie più astute, i
sogni eterni che non si realizzano mai. È stato il sindaco di Formia Sandro
Bartolomeo a uscirsene con una proposta tanto rivoluzionaria e tanto già
sfruttata in passato: unifichiamo i due paesi, facciamo di Gaeta e Formia
un’unica grande città del Golfo.
Uniamoci, accoppiamoci, mischiamoci, fecondiamoci. Di questi tempi anche
l’urbanistica si trasforma in una dolce visione primaverile, in uno di quei
sogni ormonali di cui al risveglio non rimane che una flebile traccia. E così
della proposta di Bartolomeo, che lui stesso vede molto (ma molto) “in
prospettiva”, ai tempi della sua nipotina o bisnipote chissà, al mattino non
rimane che un vago polline nell’aria, la polvere di un sogno che tuttavia è così
bello da afferrare.
Il sindaco Bartolomeo mantiene l’aria di uno che guarda lontano, scavalca un
presente ingarbugliato e punta dritto verso un futuro di progetti e utopie di
natura geografica, e mai come in questi ultimi anni gli pare di sentirsi una
specie di Gulliver in fuga dai lillipuziani. Già sogna un’unica città, e qualche
vetusta nostalgia identitaria «rimarrà nel tempo, come a Milano ci sono i
milanisti e gli interisti, come a Gaeta qualcuno ancora parla della parte Gaeta
e della parte Elena, come a Formia si distingue tra Castellone e Mola».
Bartolomeo profetizza un’unica linea costiera, e dove tenere il consiglio
comunale si vedrà con calma, e la festa del patrono magari la si celebra a metà
strada, non il 2 non il 20, il 12 giugno ma si. Pure se quando parla di Gaeta
lui cita Francesco II e se la immagina “vista da Formia”, tradendo il solito “formiacentrismo”.
Tuttavia, pur apprezzando le ragioni a favore dell’unificazione del Golfo così
come per la nuova provincia tripolare Formia-Cassino-Sora, che come dice lui
“non sono matrimoni d’amore ma di convenienza”, sempre può sorgere il
fondatissimo sospetto che queste unificazioni e annessioni e federazioni sognate
da decenni non siano altro che espressioni prive di contenuto, come pure un modo
per parlare d’altro. Pura irrealtà, insomma. Ma pure di questo si nutre la vita
pubblica. E infatti sta a Bartolomeo dimostrarci ora la pratica e gli effetti
reali di queste sue proposte, che davvero potrebbero rivelarsi decisive nella
realtà concreta dei cittadini e nel rilanciare le stanche economie ed energie
delle nostre zone.
La Città Ideale di Bartolomeo come egli ce la prospetta oggi, disegnando cerchi
con le mani di fronte alle telecamere della tv di paese, è una sorta di
allegoria linguistica, una inesistenza piena, come vuole la pur nobile
tradizione di quei pensatori che trovano insignificante ai fini dell’Idea la
dura concretezza delle cose naturali. Ma quei grumi di passati eroici e presenti
mediocri che sono oggi Gaeta e Formia sono soggetti reali e non teoretici, sono
città autentiche e non dei fantasmi retorici, una storia e non una fantasia, un
incasinato aldiquà e non ancora un utopico aldilà.
Tra la Gaeta medievale e la Formia preromana scorrono secoli di rivalità e
campanilismi, che sono inutili e fastidiosi eppure ci sono. Ci si accapiglia su
Formia che vuole l’egemonia commerciale del Golfo e su Gaeta che rivendica le
sue aspirazioni turistiche. Si dibatte sugli approdi mitici di Cajeta nutrice di
Enea e sulle spoglie di Santo Erasmo, un patrono per due. Si litiga sui centri
commerciali in espansione e sui porti mai completi. Si aprono contenziosi su chi
inquina chi e persino sull’andatura delle correnti marine, assoldate ora dagli
uni e ora dagli altri. Si indaga per accertare quale sia il peccato più grave
tra quello dei gaetani che vanno a fare la spesa a Formia o dei formiani che
vanno a fare i bagni a Gaeta. Ci si mena persino, come ai vecchi derby
calcistici, con bande di ultrà (padri di famiglia o bravi ragazzi nel resto
della settimana) che si inseguivano fin giù al lungomare. Ma è con i due sindaci
Magliozzi e Bartolomeo, uno di destra e uno di sinistra, uno gaetano e uno
formiano, che l’antagonismo maccheronico delle due città si alza a livelli
notevoli. Il Capitano e il Principe rappresentano la raffigurazione ultima dei
luoghi comuni di paese: il gaetano sbruffone e il formiano opportunista, il
pesce tonno e il pesce anguilla. Bartolomeo vorrebbe trasformare il territorio e
fondare capoluoghi, salvare il mare del Golfo dall’invasione delle cozze
d’allevamento ma pure metterlo agli ordini del suo nuovo porto, Magliozzi più
concreto e spiccio preferisce spremere interessi e delegare gestioni, dispensare
case ai cittadini, fare cassa sul mare con i mitili, con i tonni e con le navi.
Tra loro sono scorse denunce e ricorsi al Tar, interviste velenose e pubbliche
contestazioni (rimane memorabile il comizio di Magliozzi alle provinciali,
contro la candidatura di Bartolomeo alla presidenza di Latina, e le urla a
tratti xenofobe, “se vince il formiano siamo rovinati!”). Insomma Gaeta e Formia
sono le due facce di uno stesso territorio, di una stessa popolazione, di una
stessa storia e di uno stesso futuro. Ma i loro primi cittadini non si parlano
da quasi due anni, nemmeno ad alzare il telefono e chiamare.
Ben venga quindi ogni idea che butti a mare i campanilismi, le invidie, i bassi
istinti. Ma l’insoddisfazione del Golfo e dei suoi abitanti rimane il più
insopprimibile dei nostri luoghi comuni. Perciò la gente di Gaeta e di Formia
guarda con ironia e disincanto a tutto questo indaffarato (e ciclico) interesse.
Stesso paragone usato da Francesco Merlo a proposito di meridionalismo: come il
mito della frontiera nel cinema western produceva chiacchiera e bei film ma non
risolveva certo i problemi della vecchia America, così la demagogia localista e
unificatoria non sconvolge la crisi economica e la sonnolenza culturale del
nostro Golfo. A meno che, forse, non la si faccia sul serio. A meno che il
prossimo che si alzi in piedi per suggerire nuove province e nuovi comuni non
parli per parlare, per tattica politica, ma parli per fare. I mezzi per
cominciare, volendo, ci sarebbero già.
Può darsi che il Principe Bartolomeo abbia trasformato il suo essere sindaco “di
minoranza” – di centrosinistra in una città e perdipiù in una provincia il cui
elettorato resta ancora in maggioranza di centrodestra – in un’opera di
testimonianza politica e qualche azzardo, a tratti venata di personalismo e
autocompiacimento. Ma una sinistra locale che voglia tornare a vincere e contare
deve buttarsi sul concreto, fare i conti anche con la faticosa banalità de
lavoro amministrativo. Il Golfo ha bisogno di cantieri, di progetti, di persone
impegnate, di soldi, di strade più che di umanisti, di moralisti sognatori o di
feudatari servili. Chissà per quanto tempo ancora nelle acque del Golfo
galleggeranno i nostri sogni mai riusciti.
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